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Pittore

Adolfo Levier


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Adolfo Levier

( Trieste 1873 - 1953   )

Pittore

    Adolfo Levier

    Non parrebbe neppur più un italiano, tanto meno poi un triestino, con quella sua pronuncia accentuatamente esotica e con quell’espressione glabra del suo viso.

    E l’uomo di mondo, cosmopolita, che è stato in tutte le capitali d’Europa e che da tutte ha preso un poco di quella loro impronta mondana, di quella loro patina per cui un uomo cambia totalmente il suo esteriore. Ora è tornato in Italia, a Milano, ma portando con sè il suo molto lavoro, e la sua vita plasmata secondo un’idea di bellezza che ha tentato di raggiungere e che ha raggiunto.

    Ma è un pittore sconosciuto in Italia, ancora, appunto perché ne è vissuto sempre lontano, perché ha voluto cimentare la sua opera nelle grandi capitali estere – Berlino, Monaco, Parigi – ed avere il loro battesimo per tornare, poi, in Italia, con questo sacro crisma. E v’è riuscito perché le capitali estere lo hanno apprezzato al suo giusto valore.

    Il suo nome è scritto nel «Meister Archiv Gallerie von Zeitgenossen Deutschlands aus dem gebiete der bildenden, bauenden un technischen Kuenste» del dott. Karl Barton; e ricordato nella «Kunstgeschichte» di Richard Muther, professore all’Università di Breslavia, fra i migliori ritrattisti tedeschi: Adolfo Levier, Enrico Knirr e Alberto Weissgerber.

    Un titolo d’onore, un riconoscimento definitivo del valore di questo nostro triestino che ha saputo conquistarsi la fama di buon pittore all’estero, e all’estero portare alto il nome d’Italia madre d’ogni arte e d’ogni bellezza.

    Adolfo Levier è andato a Monaco di Baviera nel 1899 dove ha studiato con Enrico Knirr per alcuni anni e di dove ha riportato quella speciale influenza dell’arte tedesca che è stata particolare della sua pittura sopratutto nella sua prima maniera di ritrattista.

    Da allora egli non è più tornato a Trieste, ma ha sempre lavorato in Germania, fino a che nel 1909 andò a piantare le sue tende di pittore a Parigi. Qui, dal 1909 al 1915, fu per lui un lavoro continuo ed indefesso ed una serie felice di buoni successi. Ha esposto sempre a tutti i ‘Salons d’Automne’ e fu invitato personalmente alle varie biennali di Venezia, a Roma, e in America all’esposizione del Carnegie.

    A Parigi, Adolfo Levrier ebbe tutto l’agio di perfezionare la sua arte, di lavorare, di giungere, insomma, ad essere un pittore de’ migliori e dei primi e di ottenere dai severi critici d’arte parigini dei giudizi sinceri, franchi e, sopratutto, imparziali per i quali fu ben presto giudicato quale, veramente, egli stesso aveva la sicura coscienza d’essere.

    A proposito di non so più qual quadro, esposto ad uno dei tanti ‘Salons d’Automne’, Louis Vauxcelles del «Gil Blas» scriveva: «Il n’importe: l’homme qui peint un tel morceau avec ce métier, d’une palette à ce point franche et sure d’elle meme est un peintre».

    E Louis Vauxcelles aveva fama d’essere uno dei più rigidi e dei più severi critici d’arte.

    Non solo: ma anche un altro critico severo, Maurice Le Blond nella rivista parigina «La vie», tracciando una critica del ‘Salon d’Automne’ del novembre 1913, finiva con queste parole: «Le plus «equilibré» est l’italien Levier. Son paysage: «Vue de ma fénétre» et sa «Nature morte» atteignent une précision qui pour étre tante naturelle n’en est pas moins aigué. Je louerai surtout l’art qui fait que de l’air, un air clair, doux et comme avenant, présente toutes choses dans leur sensibilité: que ce soit de murs, des toits, une nappe, des fruits, on sent chaque objet se teinter d’atmnosfère; c’est dense de verité, tout en restant léger de facture; c’est libre.»

    La sua pittura era, sopratutto, pittura del ritratto. Tranne qualche natura morta, io credo che Adolfo Levier abbia dipinto poco il paesaggio. Forse egli non lo sente nè meno: il ritratto, invece, è la forma d’arte che, sola, gli rivela veramente qualche cosa e per la quale egli dedica tutto sè stesso con passione, con entusiasmo, con profondo studio.

    Ed è giunto ad essere un ritrattista poderoso nel più largo senso della parola perchè di un uomo o di una signora di cui egli debba fare il ritratto, non gli sfugge assolutamente nulla: nessun particolare fisico, nessuna caratteristica psichica e spirituale.

    Il suo ritratto del Pittore Jeannerat è stato giudicato: «de cette vision réaliste fine et amusée qui donne tant de saveur aux portraits de Manet: pas d’infiuence du maitre: manière libre et très personnelle: le métier est franc, décidé».

    Se un’influenza di maestri o d’ambiente si volesse ritrovare nel la maniera ritrattistica di Adolfo Levier, io credo che sarebbe soltanto quella che sul suo animo e sul sito pennello ha prodotto lo stesso ambiente parigino.

    Quello stesso ambiente che, del resto, ci fa ritrovare nei ritratti della scuola francese qualche cosa di assolutamente differente dalla nostra scuola ritrattistica italiana e che è proprio del fine spirito caustico del popolo e dell’artista parigino, il quale è un osservatore nato e profondo d’ogni piccola sfumatura spirituale e questa sa rendere con efficace evidenza.

    Il corrispondente artistico della «Magdeburger Zeitung» non teme di paragonarlo a Caro Delvaille ma con più splendore di colorito e con maggior bravura nei forti effetti di contrasto e di vivacità, talvolta, perfino chiassosa, dello spirito.

    Il critico Donath lo chiama «ritrattista interessantissimo» ed ha una speciale predilezione per il quadro «Mimì e Zar» «la più squisita opera finora veduta del Levier».

    «Mimì e Zar» fu esposto alla VI internazionale di Venezia (1905) ed è un delizioso ritratto di signora col suo vivace can levriere, in cui la testa di Mimì ha una forza ed una finezza di armonia con tutta l’unità d’impressione dell’ambiente pittorico.

    Un altro ritratto molto pregevole di Adolfo Levier è quello del «Signore de Gutenegg» esposto nel luglio del 1904 all’Esposizione della lega fra gli artisti tedeschi a Monaco, e, infatti, il noto critico Giorgio Fuchs ne parla nelle «Muchener Nachrichten» come di un lavoro di gran pregio.

    L’elegante figura spicca su un fondo grigio: l’occhio passa così oltre una zona neutra all’effigie della persona raffigurata. L’austerità dello sfondo è rotta solo dal cagnolino posto vicino alla persona e dallo stemma, in alto.

    Certo fu problema difficile, quella di dare nobiltà al lavoro con mezzi semplicemente moderni, non storici, e di rispecchiare la cultura acquistata da una nuova generazione con forme moderne, perchè, in fondo, non c’è bisogno d’imitare il Velasquez per dare al nostro tempo, ciò che Velasquez ha dato al suo tempo; e nè meno c’è bisogno di copiare i parigini e gli inglesi per fissare sulla tela l’eleganza e la finezza dell’uomo di mondo.

    Il concetto, del resto, che sostiene la maniera ritrattista di Adolfo Levier è quello per cui una pittura od un ritratto qualsiasi devono passare a traverso l’intelligenza del pittore e qui elaborarsi fin’anche magari a giungere al punto di non essere più veri – se ci si può esprimere con questo paradosso – e soltanto così, con questa elaborazione intellettuale del pittore – che sarebbe a punto il mezzo semplicemente moderno cui accennavo dianzi – l’opera diventa davvero un’opera d’arte.

    Il suo ritratto di una signora in abito da passeggio, seduta in un boudoir è un altro lavoro assai buono e robusto ed anche di gusto squisito, specialmente per quanto riguarda l’accessorio dell’arredamento.

    Altri due ritratti storici di vecchie principesse olandesi, molto buoni per la ricostruzione del costume, sono ora a Diez a Lahn presso Francoforte, dove Adolfo Levier ha anche lasciato un ritratto del sindaco Roberto Heck.

    A Zurigo, dov’egli è stato durante la guerra, prima di venire a Milano, ha dipinto molti ritratti fra i quali mi piace ricordare per vivezza d’espressione e di colorito quello della elegante e graziosissima signora L. R.

    Nell’arte di Adolfo Levier si possono facilmente scorgere tre maniere a traverso le quasi il pittore è passato come a traverso una specie di evoluzione estetico-spirituale.

    La sua prima maniera si riallaccia direttamente all’influenza tedesca dei suoi studi fatti a Monaco con Enrico Knirr del quale poi è divenuto emulo fortunato.

    Ma di questa prima influenza egli ha saputo ben presto liberarsi non tanto perchè il suo spirito italico lo portava ad una concezione prettamente personale, quanto più tosto perchè la vita stessa e il molto viaggiare e il molto vivere nei più raffinati ambienti di eleganza cosmopolita gli hanno trasformato lo spirito pittorico, dandogli un certo carattere di eclettismo.

    Non già – intendiamoci bene – di eclettismo in quanto significhi influenze o tendenze particolari di questa o quella scuola, di questo o quel maestro, ma in quanto significhi impressioni generali d’ambiente che hanno poi saputo fondersi mirabilmente con il suo carattere personale.

    E così Adolfo Levier che nel ritratto di «Fraulein Er Kert» esposto alla Secessione di Vienna dimostrava appunto l’influenza della scuola tedesca, è giunto alla sua seconda maniera che, per un semplice titolo di riferimento, e soltanto per capirci io chiamerei la sua maniera parigina.

    In questa maniera il pittore, come ho già detto dianzi, è riuscito a darci la migliore espressione della sua arte che è espressione prettamente personale e fortunatamente libera da ogni influenza in quanto le influenze egli ha saputo subirle, giovarsene e liberarsene, come d’un cibo sano e nutriente che l’uomo prenda per arricchire il suo sangue e i suoi muscoli.

    E i suoi ritratti fatti a Parigi si possono mettere insieme – senza nessun timore – a quelli dei più bravi ritrattisti di Francia, d’Inghilterra e di Germania. Adolfo Levier, insomma, ha saputo conquistarsi, con opere sode e vigorose, scevre da qualsiasi strana ricercatezza di ultramodernità, una fama oramai indiscussa e indiscutibile.

    E’, insomma, il ritratto classico, nel senso di una perfezione d’arte che permette di considerare l’opera come cosa di serietà e di vera bellezza. E questa rimane, secondo me e per me, la maniera più buona e più seria e veramente pregevole di Adolfo Levier.

    Il quale, ora, a Milano, s’è dedicato ad una sua terza maniera completamente diversa dalle altre e ch’egli considera invece, come una più vera e più giusta espressione della sua art pittorica.

    Tanto nelle sue «nature morte» di questo terzo periodo che egli ora dipinge con maggior frequenza, quanto nei suoi ritratti egli adopera una tecnica che si riallaccia all’impressionismo ed all’espressionismo sintetico francese.

    Ma da queste cose, però, si differenzia in qualche modo, specialmente in quanto Adolfo Levier inette sulla tela il colore direttamente puro, non mescolato, perchè questo procedimento tecnico gli dà una maggior vibrazione del colore stesso: è logico, ben inteso, che bisogna ben sapere intonare il colore e dare all’opera complessiva un’armonia che deve raggiungere in qualche modo la perfezione visuale perchè altrimenti la tecnica del colore puro darebbe risultati negativi o quasi.

    Poi, ancora, a differenza di quanto fanno gli espressionisti – tipo Piero Marussig, ad esempio – Adolfo Levier non rovescia la prospettiva dei piani, ma nei suoi quadri conserva la prospettiva tradizionale.

    E, non solo nelle «nature morte» usa questa tecnica del colore puro; ma anche nei suoi ritratti: ha, ad esempio, nel suo studio un’autoritratto dipinto a questo modo con un curioso riflesso accentuato verde della barba rasa: accentuato, ben inteso, per il fatto ch’egli dipinge col puro colore che non gli permette, quindi, di mescolare e di trovare la tinta che s’approssimi di più al vero, cioè a quel caratteristica riflesso che dà la barba rasa di un uomo bruno.

    D’altronde, dato questo suo procedimento, bisogna bene che tutto venga portato ed innalzato ad una gamma maggiore: e Adolfo Levier considera questa sua terza maniera – ed ultima? – come il miglior modo per raggiungere una perfetta sinfonia di colori sui rapporti del colore stesso e come qualche cosa di molto più sintetico che non la vecchia maniera parigina.

    E non c’è dubbio che sintesi ci sia e che ci sia anche l’andazzo oggi comune all’arte pittorica: però io credo – e così credendo m’impecoro anch’io nel comune gregge del profano pubblico – che questo espressionismo sintetico sia una bella teoria che non abbia ancora trovato un’applicazione giusta.

    Pur riconoscendo giusto e vero che il concetto pittorico che l’artefice esprime in questo modo assume, forse, delle forme più sintetiche – forme, tuttavia, che sono più un’elaborazione intellettuale del suo rito che altro – tuttavia io credo che un quadro e che ritratto della precedente maniera di Adolfo Levier soddisfi molto di più l’occhio del pubblico, il quale, soltanto dinnanzi a queste opere potrà dire la sua ammirazione e lasciarsi sfuggire la parola di bellezza.

    E so anche che Adolfo Levier risponderebbe che il pubblico non capisce l’evoluzione dell’arte che oggi l’arte dev’essere come quest’ultima sua maniera. Io non discuto.

    Soltanto voglio domandargli e ricordargli quando la Germania lo ha riconosciuto un maestro della pittura e il Muther gli ha fatto l’onore di chiamarlo con il Knirr e con il Weissgerber uno dei più famosi ritrattisti egli dipingeva ancora alla maniera tradizionale.

    Lo riconoscerebbero tale, o l’avrebbero allora riconosciuto tale se avesse dipinto modo espressionistico-sintetico col colore puro?

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