(Firenze 1883 - Livorno 1968)
La carbonaia (1911)
Misure: cm 125 x 150
Tecnica: Olio su tela
firmato e datato in basso a destra “A. Baracchini Caputi 1911”
Note: iscritto sul retro “La carbonaia”
Esposizioni: 1912, Londra, White City – Latin-British Exhibition (con il titolo Burning the Rubbish)
Bibliografia: Adriano Baracchini Caputi 1883-1968. La musica del divisionismo al tempo di Vittore Grubicy, catalogo della mostra a cura di F. Cagianelli (Collesalvetti, Pinacoteca comunale – 14 marzo – 13 giugno 2019), Pisa, Pacini Editore, 2019, p. 35.
Tra i maggiori divisionisti toscani, «amante dei crepuscoli pieni di mestizia, delle albe tenui, dei vesperi accorati sulle maremme […], della notte densa di stelle e di mistero»[1], Adriano Baracchini Caputi ha fatto parte di quella generazione di post macchiaioli, poi protagonisti del Gruppo Labronico, promossi nel loro linguaggio divisionista da Vittore Grubicy de Dragon e portati al Salon des peintres divisionnistes italiens di Parigi nel 1907 dal fratello mercante Alberto Grubicy.
Se il punto di partenza è la poetica agreste della pittura di macchia, quello d’arrivo è un divisionismo dal cromatismo accesso arricchito di note simboliste. L’apice del divisionismo di Baracchini Caputi si registra proprio nella produzione ascrivibile ai primi anni Dieci, quando il suo linguaggio espressivo e stilistico giunge a maturazione, in corrispondenza dei fitti scambi epistolari con Vittore Grubicy. La carbonaia, dipinto del 1911, esposto nell’importante Latin-British Exhibition del 1912 a Londra, presso la galleria White City (fig.1) con il titolo Burning the Rubbish, rappresenta l’acme delle evoluzioni cromatiche del pittore, che anticipano quelle dei dipinti esposti con successo nelle quattro edizioni della Secessione Romana dal 1913 al 1916.
Nella Carbonaia la realtà si trasfigura in una visione quasi onirica, in cui il ductus filamentoso di alcune porzioni estremamente compendiarie si unisce a tocchi più minuti e complementari, soprattutto nella definizione del cielo e degli alberi, dando vita a quelle «luminose sinfonie di colore»[2] che vengono elogiate da Vivarelli nel 1913. Un divisionismo dalla tecnica personalissima e dalle suggestioni ideiste, in cui il colore è utilizzato per evocare sensazioni crepuscolari e intime, trame di pensiero. La natura infuocata della carbonaia maremmana diventa una trasfigurazione di carattere panteistico, in cui una fantasmatica presenza umana si confonde poeticamente tra gli alberi e tra i giochi cromatici e luministici dei rami e dei cespugli della pineta: colori puri complementari e non amalgamati, ma accostati gli uni accanto agli altri nella forma di lunghi filamenti, piccoli tocchi impercettibili o tessere più o meno cariche di materia pittorica, che rendono questa tela un tassello fondamentale della produzione degli anni Dieci di Baracchini Caputi e della sua evoluzione successiva espressa nel Gruppo Labronico negli anni Venti.
[1] G. C. Ciappei, A. Baracchini Caputi, in “Bollettino di Bottega d’Arte”, II, 11, 1923.
[2] G. W. (Guido Vivarelli), Gli artisti non come artisti, in “Il telegrafo”, 27 luglio 1913.



