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Pittore

Alessandro Rinaldi


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Alessandro Rinaldi

( Cremona 1837 - Milano 1890 )

Pittore

    Alessandro Rinaldi

    Pittore lombardo residente a Milano, nacque in Cremona, il 5 aprile del 1839, e fin dal Ginnasio, come tutti gli artisti, e specialmente i non artisti, palesò la propria vocazione pel disegno, scarabocchiando con un pezzo di carbone le pareti della scuola.

    Giovinetto, ebbe le prime lezioni dal cremonese Gallo Gallina, non ignoto a chi frequentò le annuali Mostre di Belle Arti; più tardi si ridusse a Milano sotto la direzione dell’Hayez finchè, nel 1857, fattosi scolaro del Bertini, nell’Accademia di Brera, dedicossi alla pittura storica ed a quella di genere.

    Nel 1859, il giovane artista seguendo l’esempio dei più, si arruolò nei Cacciatori delle Alpi e fu tra i sedici garibaldini che primi entrarono, col polacco Sadolvski, in Como.

    Di lui è fatta onorevole menzione nel libro del Vespignani, cosicchè, per poco la sua fama di pittore rimaneva oscurata da quella di soldato valoroso, di eroico cittadino.

    E’ inutile dire come, restituitosi alla vita artistica, abbia avuto premi scolastici e distinzioni d’ogni sorta. Il suo ingegno e il suo carattere, erano tagliati a questo: a guadagnarsi cioè l’affezione e la stima de’ suoi egregi professori.

    “Volta che scopre la pila”, esposto a Brera, fu una rivelazione per quella, parte di pubblico che aveva l’occhio e il gusto alla maniera della scuola Bertini.

    Risparmiamo al lettore la pietosa storia dei molti dispiaceri che amareggiarono al Rinaldi questo primo trionfo: egli trovò modo di consolarsene coll’indefesso lavoro, coll’amicizia di Rovani e, soprattutto, colle molte commissioni, che a lui continuamente piovevano da ogni parte.

    L’elenco delle opere finite dal Rinaldi è assai lungo. Dopo aver venduto al conte Giulio Belinzaghi un quadro storico, che rappresentava “Gli ultimi istanti di Michelangiolo” espose a Torino lo “Scrivano” e “La viola del pensiero” acquistata dal Principe di Carignano.

    Il quadro delle “Monache” ottenne il premio a Parma e, nel 1880, bruciò a Cremona con altre tele del medesimo autore nell’incedio del palazzo di quella Esposizione.

    Ecco le principali opere dell’inesauribile artista: “Ugo e Parisina” (venduto a Buda-Pest); “Alfieri che declama la mirra alla contessa d’Albany”; “Parini che spiega Orazio ai figli di Donna Paola Pietra”; “Gli amici importuni”; “La contadina e la fioraia romana”; “L’orfanella”; “La meditazione” (venduto a Londra); “La fornarina e i funerali di Raffaello”; “Tanto per non amarsi a bocca asciutta”; “Rondoni migranti”; “Avventure di Benvenuto Cellini” (acquistato dalla Real Casa); “Le due Tigri” (pure acquistato dalla Real Casa); “Amleto che narra ad Ofelia d’aver veduta l’ombra di suo padre”.

    Nel quadro esposto alla Mostra di Belle Arti di Milano del 1881, il Rinaldi inspirandosi ancora alla tragedia, shakspeariana, disegnò un “Amleto che da ad Ofelia il filosofico sì ma poco allegro consiglio di chiudersi in un monastero”.

    Ma qui non finisce la straordinaria operosità del Rinaldi: egli dipinse quattro medaglie raffiguranti “Le quattro età” nella villa del cav. Andrea Ponti da Varese, e fece parecchi ritratti, fra i quali lodansi specialmente quelli del “conte Greppi”, della “contessa Sormanni”, dell'”avv. Billia”, di “Antonio Borghi”, del “banchiere Compagnoni”, del “cav. Costanzo Cantoni”, della “signora Giovannina Marrocco”, della “signora Landriani” e di “S. M. il re Umberto”.

    Il Rinaldi avrebbe potuto produrre assai di più, ma più volte cadde ammalato d’occhi, ed ebbe anche una forte artrite e pochi mesi or sono fu costretto ad un nuovo ozio forzato per un assalto nervoso da cui fu colto.

    Egli è socio onorario dell’Accademia di Brera e Professore al Reale Collegio delle Fanciulle a Milano. Un critico d’arte, scrivendo di lui, così si esprime:

    «Rinaldi è un’artista che onora altamente la pittura italiana, coloritore efficace, molto corretto nel disegno; riboccanti sempre d’affetto e di poesia, le sue tele ispirano eleganza infinita, rappresentino esse la desolazione della suora, la rassegnazione di Ofelia, la spensierata spavalderia di Benvenuto o l’amore di Parisina».

     

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