OPERA DISPONIBILE
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  • DETTAGLI

Andrea Gastaldi

(Torino 1826 - 1889)

Savitry – Dal poema indiano Mahabharata (1871)

Misure: cm 198 x 112

Tecnica: olio su tela

firmato in basso a destra: “Andrea Gastaldi”

Provenienza: collezione cavalier Rosset, Roma

Esposizioni: 1871, Torino, Promotrice di Belle Arti, n. 235.

Bibliografia: Società Promotrice delle Belle Arti in Torino. Catalogo degli oggetti d’arte ammessi alla XXX Esposizione aperta il 29 aprile 1871 nell’edificio della Società – Via della Zecca 25, catalogo della esposizione, Torino 1871, n. 235, p. 15; G.A. Garberoglio, Sävitri (dal poema indiano Mahabbarata). Quadro ad olio del Cav. Prof. Andrea Gastaldi di Torino, in Album della Società Promotrice delle Belle Arti, Torino 1871, pp. 28-31, con litografia di Luigi Crosio; V. Bersezio, Appendice. Pubblica esposizione di Belle Arti per cura della Società Promotrice di Torino – IV – I quadri di Gastaldi e di Gamba (Lettera di V. Besezio a G. Giacosa), in “Gazzetta Piemontese”, n. 141, Torino, 22 maggio 1871; G. Giacosa, Appendice. Pubblica esposizione di Belle Arti per cura della Società Promotrice di Torino. (Lettera di G. Giacosa a V. Besezio), in “Gazzetta Piemontese”, n. 143, Torino, 21 maggio 1871; C. Boito, Rassegna artistica. La mostra di Belle Arti a Torino, in “La Nuova Antologia”, vol. XVII, 1871, pp. 414-430; G.T., Esposizione di Belle Arti. Esposizione in Torino, in “L’Arte in Italia”, vol. III, Torino 1871, pp. 74-76; Welt-Austellung in Wien. Officieller Kunst-Catalog, n. 417; V. Bersezio, Profili artistici. Andrea Gastaldi, in “Gazzetta Letteraria”, anno I, n. 27, Torino 1877; A. De Gubernatis, Savitri, Idillio drammatico in due atti. Introduzione, Roma 1877; A. de Gubernatis, La madre e la sposa indiana, in “Gazzetta Letteraria”, anno I, n. 24, Torino 1877; E. Borbonese, Il pittore Andrea Gastaldi, in “Arte e Storia”, anno VIII, n. 2, Firenze, 20 gennaio 1889; M. Lessona, Andrea Gastaldi, in “Gazzetta Letteraria”, anno XIII, n. 11, Torino, 16 maggio 1889; G. Lavini, Andrea Gastaldi. Studio Critico, in “Gazzetta letteraria, artistica, scientifica”, anno XV, Torino 1891, p. 46; A. Melani, Le dernier peintre de l’école romantique en Italie, in “L’Art. Revue bi-mensuelle illustrée”, anno XVII, tomo LIII, Paris 1892, pp. 94-95; A. Stella, Pittura e scultura in Piemonte, Torino, 1893, p. 204; M. Calderini, Andrea Gastaldi, in “Bollettino d’arte del Ministero della Pubblica Istruzione”, II, s. 2, settembre 1923, p. 120, 127; L. Mallé, La pittura dell’Ottocento piemontese, Torino 1976, p. 33; R. Maggio Serra, Letteratura sanscrita e pittura dell’Ottocento. Un esempio a Torino tra crisi dell’Accademia e cultura positivista, in La conoscenza dell’Asia e dell’Africa in Italia nei secoli XVIII e XIX, a cura dell’Istituto Universitario Orientale di Napoli, II, Napoli 1985, p. 464-467, 470-474, tav. XXII; R. Maggio Serra, Andrea Gastaldi 1826-1889. Un pittore a Torino tra Romanticismo e Realismo, U. Allemandi & C., Torino, 1988, pp. 71-72; Andrea Gastaldi. Le opere e i giorni, catalogo della mostra (Torino, Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto; Pinacoteca dell’Accademia, 15 giugno – 5 settembre 2016), a cura di G. Cordero, Torino 2016, p. 19.

 

La leggenda della giovane Savitri (o Sävitry secondo la traslitterazione ottocentesca), contenuta nell’antico poema indiano Mahābhārata, diventa famosa in Italia nel 1877, quando Angelo De Gubernatis pubblica l’omonimo idillio drammatico in due atti, che legge per la prima volta in un circolo romano alla presenza della principessa Margherita di Savoia. Sempre nel 1877 lo stesso autore dedica al suo lavoro un lungo articolo sulla “Gazzetta Letteraria” di Torino dal titolo La madre e la sposa indiana.

In entrambi i casi è ricordato con encomio questo dipinto esposto da Andrea Gastaldi alla Promotrice di Torino del 1871, noto finora solo attraverso alcuni studi preparatori e da una litografia di Luigi Crosio posta a corredo dell’articolo di Giovanni Antonio Garberoglio stampato nello stesso anno nell’Album della Società Promotrice. Il ricorso alla mitologia indiana, assai raro nella figurazione ottocentesca del tempo, incuriosisce dato che nel 1871 non esiste ancora una traduzione italiana della leggenda di Savitri, cui ha provveduto per la prima volta Michele Kerbaker nel 1875. Né risultano frequentazioni tra Gastaldi e De Gubernatis, benché entrambi di origine piemontese. La didascalia riportata nel catalogo dell’esposizione chiarisce come la fonte letteraria del quadro sia la versione francese del Mahābhārata, portata a termine nel 1841 da Jean Pierre Guillaume Pauthier.

La storia di Savitri non è comunque estranea agli ambienti colti ed eruditi di Torino. La città sabauda è infatti sede della prima cattedra di lingua e letteratura sanscrita istituita in Italia (1852); torinese è inoltre il grande orientalista Gaspare Gorresio, tra i fondatori di questa disciplina, che negli stessi anni pubblica per l’Accademia delle Scienze l’edizione critica del Ramayana e dell’Uttarakanda. Sempre a Torino De Gubernatis stampa nel 1867 la sua Piccola enciclopedia indiana, mentre la “Rivista Contemporanea” è centro di informazioni sugli studi orientalistici. Va inoltre ricordato che alla Promotrice torinese del 1853 Carlo Felice Biscarra espone Dyalma principe indiano: uno dei primi quadri a raffigurare un episodio ispirato alle antiche epopee indiane.

È possibile che Gastaldi abbia avuto l’opportunità di aggiornarsi su tali argomenti tramite il fratello Bartolomeo, geologo di fama e accademico delle Scienze, nonché collega di Gorresio e di Giovanni Flechia. Il dipinto Savitry nasce dunque dalla convergenza tra produzione artistica e cultura universitaria, negli anni in cui gli studi di filologia e di letteratura comparata godono il rispetto dello scientismo positivista, che in Italia ha la sua roccaforte a Torino. Che Gastaldi si sia servito di questo tema molto raro per imporsi all’attenzione del pubblico e della critica lo dicono le dimensioni del quadro e la scelta di ritrarre i personaggi a figura intera. Nel prendere spunto dalla letteratura il pittore non si discosta comunque dal genere a lui più congeniale; semplicemente, abbandona i temi cari al romanticismo storico ispirati a Dante, Shakespeare, Byron, Chateaubriand e Manzoni, per cercarne altri provenienti da culture più remote e preziose. Il ricorso all’esotico può essere interpretato come il tentativo estremo di un pittore affermato, qual è Gastaldi, di superare le riserve allora rivolte alla pittura di storia, che – benché sostenuta a livello accademico – sta attraversando una crisi profonda rispetto al crescente successo riscosso dal paesaggio e dalla pittura di affetti.

Nell’esporre il quadro alla Promotrice di Torino – acquistato in quell’occasione dal cavalier Rosset di Roma –, l’artista si preoccupa di riportare a compendio del titolo una lunga citazione del poema, che non lascia dubbi circa la corretta lettura dell’episodio narrato: l’incamminarsi di Savitri e dello sposo Satyavan dalla foresta verso casa dopo il ritorno di lui dal regno dei morti[1]. De Gubernatis vi riconosce invece il momento in cui “Savitri accompagna Satyavan nella foresta. Essa lo guarda con passione nel presentimento della morte vicina, e mentre lo bacia sembra quasi interrogarlo e volergli leggere negli occhi il suo destino”. Questa errata interpretazione è giustificata dal fatto che Gastaldi non segue con attenzione il testo letterario. Anche l’uso delle fonti archeologiche e etnografiche rispecchia la stessa disinibita libertà. Scelta, questa, non certo determinata dalla difficoltà a reperire dati utili all’argomento, considerata la presenza nelle biblioteche torinesi di testi specifici come Les Hindous, ou description de leurs moeurs, coutumes et cérémonies di Frans Balthazar Solwyns (Paris, 1802-1812) e Il costume antico e moderno di tutti i popoli di Giulio Ferrario (Firenze 1826-1833), oltre alle annate de “Il giro del mondo. Giornale di viaggi, geografia e costumi” illustrato dai più celebri artisti. Due bozzetti per Savitri, conservati presso gli eredi del pittore, dimostrano anzi che egli abbia concepito la composizione scartando versioni dove il costume è più definito, specie quello maschile (cfr. Maggio Serra 1988, nn. 43-44, p. 204). Nell’opera finale gli abiti sono infatti anonimi e richiamano più la toile de Jouy che i cintz indiani. Nemmeno i calzari hanno fattura asiatica, come pure i monili portati da Savitri.

L’attenzione è tutta rivolta al colloquio amoroso della giovane coppia in una situazione di mitologica assolutezza e di innegabile erotismo. La grazia del momento, la luce calda che rischiara la foresta, il lento procedere delle figure sono gli spettacoli che in quest’opera Gastaldi, poeta visivo, canta. Ma non si tratta di un accostamento in chiave puramente sensoriale – la mera visibilità, il fascino dei colori e delle luci, la dilatazione del senso della vista – bensì di una trascrizione del dato visivo in eco sentimentale, volta a rendere incorporea questa esotica realtà, ad alleggerirla a tradurla in accenti di una musicalità squisita e rarefatta.

 

Stefano Bosi

 

1 “Savitri si alzò immantinente: e, raccolti gli sparsi capelli, la fortunata giovinetta aiutò il suo sposo ad alzarsi egli pure pigliandolo tra le sue braccia. Quindi mentre essa dolcemente lo accarezzava, Satyavan gittando uno sguardo su tutta la natura fissò gli occhi sul canestro. Ma Savitri gli disse: Domattina tu raccoglierai le frutta; oggi tu sei ancor troppo debole, io porterò l’ascia. E sospeso tosto il colmo canestro a un ramo d’una pianta vicina, essa tolse l’ascia del suo sposo e si accinse ad accompagnarlo, tutta esultante appoggiando il braccio sinistro di lui sulla sua spalla; e in tale grazioso atteggiamento continuarono il loro cammino”. Savitri, episodio del Mahabharata, grande epopea Indiana (traduzione dal sanscrito di M. G. Pautrier)”.

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