OPERA DISPONIBILE
OPERA DISPONIBILE

Andrés López

(XIX secolo)

Sculture messicane in cera (Indio Bravo, Tlachiquero, Nativa americana venditrice)

Misure: cm h. 29 - 26 - 25

Tecnica: Sculture in cera

Bibliografia: Vite straordinarie. Arte tra viaggio ed esplorazione, catalogo della mostra a cura di G. Berardi (Roma, Galleria Berardi, 27 ottobre – 24 novembre 2022), pp. 24, 29, 31.

Le statuette di cera della collezione di Zaverio Calpini (XIX secolo)

Nel Messico dell’Ottocento emerse una produzione artistica molto singolare: si tratta di statuine in cera di tipo popolare. La loro particolarità risiede in tre aspetti: quello tecnico dell’utilizzazione della cera come materia prima; nel tema popolare, che costituisce un genere strettamente imparentato con le correnti romantiche dell’epoca; nella localizzazione, poiché la grande maggioranza di queste si trova all’estero.

Nel corso del XIX secolo sono frequenti le testimonianze dei letterati nazionali che hanno elogiato l’abilità raggiunta dagli artigiani nell’esecuzione di queste sculture, che furono esposte nei mercati internazionali diventando un prodotto da esportazione insieme alla mercanzia trasportata dalle navi verso Amburgo, Londra, Bordeaux e New York, come la cocciniglia, la vaniglia, il pepe, e soprattutto l’argento; ma anche come bagaglio dei viaggiatori o degli stranieri residenti in Messico che rientravano nel loro paese natale e le utilizzavano come souveniro ricordo del loro soggiorno.

È questo il caso delle cere della collezione di Zaverio Calpini, che mise insieme un’importante raccolta di oggetti precoloniali e un’estesa collezione di figure in cera che illustrano l’ampio ventaglio sociale della popolazione messicana del tempo.

Si distinguono nella raccolta tre gruppi diversi. Nel primo troviamo cinque sculture di buona fattura, molto vicine alle opere di Andrés López. Una di queste è l’acquaiolo, con il suo classico grembiule di cuoio e l’enorme anfora di argilla sulla schiena per trasportare l’acqua. Altro personaggio di città è il facchino, che ha ai piedi un pacco e che allo stesso modo indossa un grembiule e calzoni di cuoio. La terza figura è quella di una nativa americana che offre in giro per la città i prodotti della campagna, con lo “scialle” allacciato davanti per caricare sulle spalle il suo bambino. In questa selezione di personaggi non poteva mancare il tlachiquero, nome dato a chi estrae l’idromele dall’agave, che fermentando produce il pulque, una bevanda di origine precoloniale molto popolare in Messico.

Il secondo gruppo è composto da tre sculture realizzate in stoffa e cera. Rappresentano gli indios bravos del nord, con le loro decorazioni facciali e i tatuaggi, i loro abiti scamosciati, oppure seminudi con pose molto espressive. Il terzo gruppo è quello dei tre venditori, che trasportano sulla schiena una cesta di legno con diversi prodotti da vendere, e una donna con un cesto di vimini sopra la testa che probabilmente raffigura un’abitante della costa. Il fascino di queste figure consiste in una testimonianza inestimabile che rende, con la scultura a tutto tondo, la diversità dei tipi (nei vestiti, nella fisionomia, nelle occupazioni) che animavano la vita quotidiana del Messico indipendente.

María José Esparza Liberal

 

Archeologia ed etnografia in una raccolta messicana

Possiamo solo immaginare quali intense emozioni si agitassero in un giovane di ventotto anni che, dopo giorni di navigazione oceanica, approdava in un porto messicano attorno alla metà del XI  secolo. Zaverio Calpini, nato nel 1820 a Vanzone (oggi provincia piemontese del Verbano-Cusio-Ossola), aveva scelto con i fratelli Giovanni e Francesco di abbandonare il piccolo paese natale,

incastonato nel lindo nitore alpino della Valle Anzasca, per avviare dall’altra parte dell’Oceano un’impresa commerciale, la Casa Industriale Calpini, fondata nel 1848 e dedita soprattutto alla vendita di strumenti ottici importati dall’Europa. Un’iniziativa fortunata, che nel giro di pochi anni regala alla famiglia Calpini, e a Zaverio in particolare, uno status e una rispettabilità invidiabili.

Calpini diviene personaggio in vista, anche in virtù del suo impegno sociale e civile: già nel 1850 è, con il fratello, tra i fondatori della Società di beneficenza e nel 1861 riceve dal governo repubblicano di Benito Juárez la Medaglia d’oro al Valor Civile. La lunga presenza di Calpini in Messico è intervallata da ritorni in patria, come quando nel 1852 sposa Marietta Pirazzi: al suo rientro, assume il ruolo di console onorario del Piemonte. Tale posizione gli offre la possibilità di frequentare le autorità e, immaginiamo, le élite culturali messicane ma anche, in particolare negli anni della Seconda guerra di intervento (1861-1867), quelle francesi, insieme a personalità della commissione scientifica inviata da Napoleone III per documentare la cultura e la storia locali (Taladoire 2017). Questo, unito all’intreccio di relazioni dovute agli scambi commerciali in cui è coinvolto (da Città del Messico, a Guadalajara, a Veracruz), favorisce l’accesso a un fiorente mercato di reperti erpetologici, mineralogici, ma soprattutto archeologici e etnografici, che inizia a raccogliere in una rilevante collezione. Se è possibile che un primo impulso all’acquisto di tali oggetti fosse nato da finalità commerciali, col passare del tempo entrano certamente in gioco altre e più elevate dinamiche. È infatti al suo definitivo rientro in patria, nel 1867, che Calpini lega il proprio nome a due istituzioni museali piemontesi attraverso due donazioni: nel 1876 una importante raccolta di arte precolombiana al Museo Civico di Torino e nel 1889 un nucleo di reperti archeologici ed etnografici al Museo Civico di Domodossola (Musei Civici G.G. Galletti). Quest’ultimo lascito, in particolare, ci interessa, poiché include una serie di realistiche statuette in cera che fissano, con ricchezza di dettagli, un prezioso repertorio di tipi, mestieri e costumi messicani, unendo spunti antropologici e folclorismo.

Gli acquisti di Calpini appaiono frutto di una attenzione e di un’apertura culturali che ben si sposano con la solida immagine di sé che l’imprenditore costruisce all’estero e in patria: già Cavaliere della Croce dei SS. Maurizio e Lazzaro nel 1867, a Vanzone ricopre la carica di Sindaco per ben tre mandati, fino al 1886, godendo di un agio che gli permette di costruire come sua residenza un grande palazzo signorile; negli anni settanta si fa sostenitore della realizzazione della ferrovia dell’Ossola e più tardi del progetto del traforo del Sempione (1906). Un abile imprenditore, dunque, un politico ma anche un uomo di cultura che, dall’osservatorio circoscritto della propria comunità locale – tuttavia ricca di intrecci e relazioni-, sceglie di legare il proprio nome a istituzioni nate da quel dibattito internazionale che mirava a fondere storia locale, nazionale ed extraeuropea nell’orizzonte più ampio della storia dell’umanità.

Eugenia Querci

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