OPERA NON DISPONIBILE
OPERA NON DISPONIBILE

Angelo Urbani del Fabbretto

(Roma 1903 - 1974)

Controfigure (1947)

Misure: cm 115 x 93

Tecnica: olio su tela

Firmato in basso a sinistra: “Angelo Urbani del Fabbretto Roma 47″
Note: cartiglio al retro della Mostra Rassegna Nazionale di Arti Figurative di Roma del 1947, con titolo e prezzo

Esposizioni: Rassegna Nazionale di Arti Figurative di Roma, 1947

Controfigure, tela del 1947, si colloca nella massima stagione pittorica di Angelo Urbani del Fabbretto. È stata esposta alla Rassegna di Arti Figurative di Roma e Lazio, la V Quadriennale, l’unica tenutasi alla Galleria Nazionale per temporanea inagibilità del Palazzo delle Esposizioni e l’unica ad avere un nome diverso per segnare il netto distacco con le edizioni degli anni del regime.   Conosciuto soprattutto per il suo legame con il mondo della scenografia teatrale, dell’editoria e dell’illustrazione, l’artista, trasteverino di nascita, nel suo vivace eclettismo, è stato anche un rappresentante dell’arte presepiale romana e soprattutto della veduta urbana su tavoletta. Tra i promotori dell’Associazione Artistica di via Margutta, riceve nel 1959 il diploma di “Maestro della Tavoletta” per l’immediatezza espressiva ravvisabile in alcune piccole vedute di Roma dall’alto.

Proprio in virtù della produzione più popolare abitualmente congeniale ad Angelo Urbani, il dipinto Controfigure assume maggiore rilevanza, a partire dalle sue dimensioni. Il valore dell’opera non risiede solo nel formato, ma anche nella brillante gestione cromatica e soprattutto nel concepimento di un’atmosfera sospesa e allegorica: il pittore si autoritrae mentre rifinisce i colori di un manichino, una controfigura teatrale. Il mondo dello spettacolo si confonde con il mondo reale, integrato nel dipinto attraverso lo sguardo del pittore che ci osserva e diventa una sorta di attore, di controfigura di se stesso. In questo gioco di rimandi, emerge altresì il tema del doppio, in cui il manichino potrebbe figurare come Doppelgänger femminile dell’artista, che, come lui, indossa un cappello e sembra animarsi per poggiare una mano sulla sua spalla.

Con questo linguaggio personalissimo, che certamente risente di alcuni stimoli e suggestioni provenienti dalla Scuola Romana e da Ferruccio Ferrazzi, Urbani del Fabbretto sceglie un ductus sciolto e rapido, a tratti fortemente sintetico. Allo stesso tempo, dà vita ad un autoritratto velato di sensazioni metafisiche e conturbanti: impossibile non ravvisare, nell’inserimento del manichino, reminiscenze dechirichiane, che si sublimano nel silenzio sospeso del ritratto e in una visione quasi sibillina. Questi aspetti emergono anche da altre opere coeve o di poco successive, tra cui Strumento e costumi, esposta nel 1956 al Premio Nazionale di Pittura “F.P. Michetti”, in cui gli attributi di Arlecchino – il vestito a rombi, la maschera nera e il mandolino – richiamano un personaggio assente, un momento di pausa dalla scena, dove i costumi sembrano acquistare vita propria, indipendentemente dall’attore che dovrebbe indossarli. Dunque, un legame fortissimo col mondo della finzione teatrale, se si pensa che di lì a poco, l’artista avrebbe iniziato a lavorare per il Teatro dell’Opera di Roma ai costumi della Tosca andata in scena nel 1949, per poi continuare come scenografo e costumista di successo fino agli anni Settanta.

Elena Lago

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