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Annibale Angelini


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Annibale Angelini

( Perugia 1812 - 1884 )

Pittore

    Annibale Angelini

    Annibale Angelini, nato a Perugia nel 1812, compie la prima formazione presso l’Accademia locale, dove è allievo del pittore purista Tommaso Minardi. In seguito, si trasferisce a Roma per studiare all’Accademia di San Luca e poi a Firenze e a Milano, dove ha come maestro lo scenografo, architetto e pittore Alessandro Sanquirico.

    L’attività di decoratore

    Ben presto, si specializza nella pittura murale, chiamato a decorare numerose dimore italiane. Si occupa della decorazione del soffitto del salone di Palazzo Doria a Roma, della Galleria del Palazzo Reale di Torino e, soprattutto, del Teatro di Orvieto, in cui lavora insieme a Cesare Fracassini.

    Eccellente pittore prospettico e quadraturista, nel corso degli anni Sessanta dell’Ottocento, affresca anche diversi palazzi perugini, come Palazzo Angelini, di sua proprietà, adottando una serie di modelli decorativi cinquecenteschi.

    Abile restauratore, è stato sinceramente ammirato da Papa Pio IX, che lo ha designato per il restauro della Cappella Paolina, dove Angelini realizzerà anche l’affresco della controfacciata, tra il 1855 e il 1856. Inoltre, sarà impegnato nel restauro degli affreschi di Raffaello nella Cappella Chigi in Santa Maria del Popolo. È anche conosciuto come scenografo teatrale, ancora profondamente legato ad un impianto neoclassico ed accademico della decorazione.

    La pittura di storia, gli interni, le vedute prospettiche

    Come pittore da cavalletto, Annibale Angelini, in età giovanile, si dedica soprattutto a dipinti di storia di carattere celebrativo, come si può riscontrare dal Ritorno di Amedeo VI dall’Oriente e dall’Ezzelino da Romano, entrambi commissionati dal re Carlo Alberto. In realtà la sua produzione pittorica è anche particolarmente ricca di studi d’interni: nel 1863, in occasione della ristrutturazione del Duomo di Perugia e con il desiderio di essere scelto come direttore dei lavori, l’autore realizza una scenografica e maestosa tela che raffigura l’Interno del Duomo di Perugia, donandogli un aspetto puramente trecentesco. Nel 1879, presso l’Accademia di Belle Arti di Perugia, il pittore espone l’Interno della cupola di San Pietro vista da sopra, l’interno della cupola di San Pietro vista da sotto e l’Interno della basilica di San Pietro, opere che gli fanno ottenere la medaglia d’oro del Ministero della Pubblica Istruzione e che verranno poi di nuovo mostrate all’Esposizione Nazionale di Torino del 1880.

    Ma la pittura da cavalletto di Annibale Angelini si contraddistingue anche per le numerose vedute prospettiche. Alla Promotrice di Genova del 1856 espone quattro opere intitolate Paese e a quella del 1863 una serie di vedute, tra cui Meriggio, Bosco di Villa Doria, Nevicata nel contorno Vallese e Tramonto, Contorno di Tivoli.

    Al 1869 risale l’ariosa e luminosa veduta inedita Il ponte del Soldino, esemplare dipinto che riflette a pieno l’attività di Annibale Angelini come uno degli ultimi e più importanti teorici della prospettiva. Attività che porta avanti anche nel suo ruolo di insegnante di Prospettiva teatrale presso l’Accademia di San Luca a partire dal 1851.

    Il ponte del Soldino è una curiosa e inconsueta veduta di Roma, dal momento che rappresenta il Ponte dei Fiorentini, andato distrutto nel luglio del 1941. Si trovava nei pressi della chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, come si nota dal dipinto. Infatti la maestosa cupola realizzata da Carlo Maderno nel 1614, fa da sfondo alla struttura metallica del ponte. Chiamato simpaticamente dai romani anche “ponte de fero”, fu commissionato dall’Amministrazione Pontificia, per unire via Giulia a via della Lungara, e fu costruito nel 1863 da una ditta francese che utilizzò cavi e tiranti di acciaio per la struttura sospesa e le fiancate a tralicci. Per attraversarlo, i pedoni dovevano necessariamente pagare un pedaggio di cinque centesimi, dunque un soldo. Da qui, il nome “Ponte del soldino”, con cui è conosciuto dai romani, che oggi si trovano invece ad attraversare il Ponte Principe Amedeo che lo ha sostituito.

    La pittoresca veduta di Annibale Angelini, risalente a sei anni dopo la costruzione del Ponte, non solo è testimonianza di una Roma “sparita”, ma è anche un’inestimabile narrazione della vita quotidiana che si svolgeva attorno alle sponde del Tevere alla fine degli Sessanta dell’Ottocento, un attimo prima della breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870. Di lì a poco Pio IX, papa molto vicino al pittore perugino, sarebbe stato destituito, lo Stato Pontificio abolito e Roma sarebbe diventata la capitale del Regno d’Italia, sotto Vittorio Emanuele II. Data oggi quanto meno importante, viste le imminenti celebrazioni, nel 2020, dei centocinquant’anni di Roma Capitale.

    Il ponte del Soldino riflette sicuramente il debito da parte di Annibale Angelini, nei confronti della veduta classica di Lorrain, vista soprattutto la luminosità diffusa e l’attenzione lenticolare ai particolari. Dal punto di vista prospettico, il pittore umbro ci regala una perfetta ed esatta costruzione tramite la giustapposizione delle architetture romane, tra cui appunto San Giovanni dei Fiorentini e il Castel Sant’Angelo sullo sfondo.

    Le piccole figure, come personaggi all’interno di una scenografia teatrale, rappresentano un ventaglio di tipi della Roma papalina del tempo: un gruppo di soldati Zuavi, volontari giunti dalla Francia nel 1861 per difendere lo Stato Pontificio dalla presa di Roma da parte del Regno d’Italia, il gruppetto di uomini che gioca a carte poco più in là, le donne che portano il bucato, le barche che solcano le acque. Il tutto permeato da un solido equilibrio che si sposa efficacemente alla minuzia quasi fiamminga che si ritrova anche nel perfetto riflesso della Chiesa nelle placide acque del Tevere.

    Elena Lago

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