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Antonio Dal Zotto


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Antonio Dal Zotto

( Venezia 1841 - 1918 )

Scultore

    Antonio Dal Zotto

    Nato a Venezia nel 1841, Antonio Dal Zotto, si forma all’Accademia di Belle Arti sotto la guida di Luigi Ferrari. La sua prima produzione è contraddistinta soprattutto da copie dall’antico, che lo preparano al trasferimento a Roma a seguito della vittoria del pensionato con il bassorilievo I Re Magi in viaggio. Piuttosto che seguire un percorso formativo canonico, Dal Zotto trascorre il periodo romano frequentando chiese, musei e siti archeologici, studiando monumenti e seguendo l’insegnamento di Pietro Tenerani. Nel frattempo, legge moltissimo, si appassiona alla letteratura antica e ai poemi cavallereschi, costruendosi una formazione da autodidatta, multidisciplinare ed eclettica.

    Rientrato a Venezia, ancora molto giovane, esegue una statua di Sant’Antonio con un bambino tra le braccia grande al vero, commissionata dal conte Porcia per la sua cappella privata. Poco dopo, nel 1864, esegue due figure di matrice romantica, un Galileo in carcere e Gli ultimi momenti del Petrarca. Negli anni Sessanta inizia a ottenere i primi, prestigiosi incarichi, tra cui la tomba monumentale per la famiglia Giulay nel cimitero di Budapest, opera in cui si rivela subito il carattere versatile e composito della scultura di Dal Zotto, impegnato in una progettazione lunga e laboriosa di diciannove figure in una cappella di stile neogotico. Sono sui anche i profili nei tondi del Generale Giuseppe Sirtori e di Francesco Avesani, presso la Bocca di piazza San Marco; e il busto di Alvise Querini, alla Biblioteca Querini-Stampalia.

    Per accompagnare la produzione pubblica e ufficiale, l’artista scopre la proficua via della committenza alto borghese veneziana, eseguendo busti, bassorilievi, fregi, apparati decorativi che uniscono materiali diversi come bronzo, marmi policromi, creta, spaziando dai piccoli oggetti, come le medaglie, alle grandi statue modellate sull’antico. Palestra fondamentale per Dal Zotto, questa produzione di carattere privato gli permette di crescere come solido, fantasioso e veloce modellatore, affinandosi nella tecnica, nella scelta e nella combinazione di materiali e nel formalismo verista e allo stesso tempo erede dell’equilibrio compositivo classico. Al 1880 risale l’esecuzione di una delle sue opere più significative: il monumento a Tiziano Vecellio a Pieve di Cadore (fig.4), paese natale del pittore, mentre nel 1883 realizza quello dedicato a Carlo Goldoni, in campo San Bartolomeo a Venezia. Naturalezza della posa e vigoroso equilibrio formale, verismo del gesto e perfezione anatomica caratterizzano queste statue che rappresentano l’apice della produzione ufficiale di Dal Zotto. Lontane dall’effetto meramente decorativo o stolidamente celebrativo che si legge spesso nei monumenti, queste sculture sembrano incarnare alla perfezione lo spirito di Tiziano e di Goldoni: « Anziché darci un Goldoni col capo fra le mani od in altro atteggiamento tragico dell’uomo che pensa, il Dal Zotto ideava infatti il commediografo nell’atto del passeggio, mentre, colpito da una frase dialettale o da una scenetta del lastrico, egli arresta il passo, e guarda, e sorridendo pensa. Nella mano destra raccolta dietro la schiena stringe i guanti, e con la sinistra si appoggia su la canna dal pomo d’avorio. Più tardi quel pensiero e quel sorriso si tradurranno in una di quelle scene meravigliose di agilità e di sottile umorismo che richiamano in mente i tempi di Menandro e di Plauto»[1], si legge nelle cronache del tempo, che designano Dal Zotto tra i più abili scultori della seconda metà del secolo. Visto il grande successo della scultura, l’artista ne presenta una versione in bronzo di minori dimensioni all’Esposizione Nazionale di Venezia del 1887, di cui è promotore, insieme a un BassorilievoNarciso e Ricordati di me.

    Autori di numerosi busti e monumenti per tutti gli anni Ottanta e Novanta, dal 1870 è professore di modellato e anatomia alla Scuola veneta d’Arte applicata all’Industria, di cui poi diventa direttore, mentre dal 1879 ottiene la cattedra di scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia. Tra le ultime opere illustri di Dal Zotto emerge la statua di Vittorio Emanuele per la torre dei colli di San Martino, di cui la leggenda narra che, vedendola, re Umberto I, avesse esclamato «È lui!»; non ultimo, il monumento al violinista Giuseppe Tartini eretto a Pirano, dalla grande raffinatezza formale e forza espressiva. Risale al 1907 il monumento al Doge Sebastiano Venier, per la chiesa dei SS. Giovanni e Paolo, che Dal Zotto «generosamente e con tutta la sua alta, forte, nobilissima virtù d’artista, modellò la statua, fusa in bronzo offerto dal Ministero della Marina»[2].

    Dopo aver sposato Ida Lessiak nel 1889, vedova del fotografo Carlo Naya e famosa per il salotto frequentato da artisti e intellettuali nella sua casa veneziana, si occupa personalmente del laboratorio fotografico di Naya anche dopo la morte di sua moglie. Attivo nelle attività culturali veneziane e nell’insegnamento accademico fino al 1917 – con una breve interruzione nel 1911, muore nella sua città nel 1918.

    Elena Lago

    [1] Ivi, p. 474.

    [2] G. Secretant, La tomba del Veniero, «Il Secolo XX», VI, 1907, p. 813.

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