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Archimede Bresciani da Gazoldo


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Archimede Bresciani da Gazoldo

( Gazoldo degli Ippoliti 1881 - Milano 1939 )

Pittore

    Archimede Bresciani da Gazoldo

    Archimede Bresciani nasce nel 1881 a San Fermo di Gazoldo degli Ippoliti, un piccolo paese nei pressi di Mantova. L’umile famiglia incoraggia ben presto le sue spiccate doti artistiche, che mostra durante un giovanile apprendistato presso un falegname di un paese vicino. Domenico Pesenti, pittore e antiquario locale, suggerisce ad Archimede Bresciani di approfondire il suo talento e lo incoraggia a trasferirsi a Milano, per iscriversi all’Accademia di Brera.

    Giovanissimo, appena diciassettenne, giunge a Milano. Per mantenersi, continua a lavorare come falegname, ma una volta entrato sotto l’ala di Cesare Tallone in Accademia, comincia ad intravedere la speranza di una carriera artistica. Siamo agli inizi del Novecento e una Milano elegante e culturalmente molto stimolante accoglie il pittore, che subito si ambienta nei salotti mondani e si adegua ad una vita raffinata, frequentando artisti e letterati, tra cui Matilde Serao e Gabriele D’Annunzio.

    A metà tra il dandismo ed un atteggiamento decadentista, Archimede Bresciani da Gazoldo – così inizia a firmarsi – è interessato tanto alle scene urbane e notturne, quanto al fascino della campagna in cui è cresciuto, inizialmente rese attraverso la brillantezza cromatica, i contorni evanescenti e la scioltezza plastica appresi da Tallone. Ma ben presto, aderisce ad un Divisionismo di chiara matrice segantiniana.

    Il Divisionismo: tra natura e simbolo

    Esordisce nel 1906 alla Mostra di Milano per il Traforo del Sempione con il Ritratto della contessina O. e una Annunciazione, mentre nel 1910 partecipa per la prima volta alla Biennale di Venezia con il Ritratto della marchesa R. C. e con I fedeli. Nello stesso anno, con la Sera d’inverno presentata a Brera, ottiene il Premio Mylius, che lo consacra definitivamente alla critica e al grande pubblico.

    Ora, non c’è nulla di impressionista, immediato e spontaneo nella pittura di Archimede Bresciani, poiché tutto è attentamente calibrato sulla modulazione precisa della luce, del colore e della composizione, tanto nelle opere naturalistiche, in cui spesso appare imponente ed immutabile la montagna, quanto nei dipinti di figura e in quelli di carattere simbolista e di evocazione letteraria. La tecnica divisionista, fatta di lunghi filamenti luminosi, si accompagna, spesso, ad un intimismo puro ed intenso, come si nota da Il ponte di San Giorgio esposto alla Secessione romana del 1914 e dal segantiniano Tramonto in Engadina della Biennale dello stesso anno.

    Un personale ed evocativo novecentismo

    Dopo la guerra, ritorna ad esporre alla Biennale di Venezia del 1920, dove presenta Alba luminosa e Dopo cena, per poi tenere la sua prima personale alla Galleria Pesaro di Milano. Nelle trentaquattro opere esposte si legge a pieno la dicotomia della produzione di Archimede Bresciani: un misterioso fascino simbolista e una tecnica rigorosa ed impeccabile, che caratterizza i numerosi ritratti, ma anche le sue opere più significative, tra cui La tomba di Segantini, Raccoglimento e lo straziante e secessionista Attendendo l’eroe. La madre compare alla Fiorentina Primaverile del 1922 e una moderna Maria Maddalena alla Biennale di Venezia del 1924.

    A questo punto, il linguaggio di Archimede Bresciani si distacca gradualmente dall’evocativo divisionismo, per addentrarsi in una maggiore definizione statica e plastica delle figure, dovuta alla nascita di Novecento dall’esigenza di un personale ritorno all’ordine. In ogni caso, la sua produzione rimane sempre avvolta da un intimo e affascinante velo di ambiguità e simbolo, come si nota nel bel San Sebastiano del 1931, ma anche dall’Estate a Santa Rosa della Sindacale fiorentina del 1933. Negli ultimi anni, ritorna ad un naturalismo sincero e tardo ottocentesco, con picchi di luce e gestione cézanniana delle forme e del colore, che emergono dalle tranquille scene di campagna eseguite nei suoi luoghi di nascita. Colpito da una malattia ai polmoni, muore ad appena cinquantotto anni, nel 1939, dopo aver partecipato alla III Quadriennale romana con Risaia mantovana.

    Elena Lago

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