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Arturo Rietti


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Arturo Rietti

( Trieste 1863 - Padova 1943 )

Pittore

    Arturo Rietti

    Arturo Rietti nei primi anni trascurò, e non per colpa sua, l’arte cui si sentiva nato. Un po’ più tardi si inscrisse nell’Accademia fiorentina. Poi si recò a Roma, percorse le campagne toscane, fu a Monaco, sempre senza guida, pensando e sognando molto, lavorando pochissimo. Venuto a Milano, gli parve che la pianta del suo ingegno cominciasse veramente a fiorire.

    Ritornato a Trieste, lavorò per qualche tempo intensamente attorno a’ suoi bellissimi pastelli. Con un po’ più di risoluzione e un po’ meno di rimpianti del suo non lungo passato il Rietti sarebbe, nella battaglia dell’arte, uno tra i vincitori.  Rietti è ora nel momento più importante della sua vita. Da qualche giorno, pensando a queste pagine, mi s’è fitta in capo questa frase come ottima per cominciare, così chiara e grave: ma ora tre volte l’ho già scritta, ed esito, per il tono tra apocalittico e glorioso, che potrebbe a qualcuno sembrar retorico e ozioso.

    Chi è abituato all’indagine della coscienza sa bene che sempre tutti gli uomini, anche se neppur lo sospettano, sono nel loro momento più importante: perché la vita è un continuo interiore arricchirsi e non c’è istante in cui l’uomo non sia, o non possa possedersi, più di ieri. Può dunque sembrare, quella categorica e solenne affermazione, niente più d’una lapalissiana scoperta: e che, a voler dire troppo, come assai spesso avviene agli apologeti, si finisca col non dire nulla.

    Ma questa verità assume davvero per Rietti ora uno spicco, un risalto inatteso e tutto suo. Egli è ora davvero in uno di quei momenti dello spirito che si chiamano risolutivi, in cui cioè le esperienze della vita non staggiungono soltanto l’una su l’altra ma assieme si stringono in un nodo di coscienza, in cui la vita cioè non continua nel suo solitario e silenzioso fluire ma sostando in un suo riassumersi è come nel passare da un piano a un altro.

    Appunto è come quando tu sali una scala. Ad ogni gradino tu sali sempre, e sei e ti senti a maggiore altezza: ma quando, giunto al ripiano, il tuo sguardo s’apre nell’alto cielo, solo allora è in te piena la coscienza della salita, e in quel rapido riposo di raggiante luce dall’oscuro e faticoso salire, d’improvviso ti senti consolato, e come orientato.

    E poi la vita continua: e su queste nuove basi che il tuo vivente pensiero ha costruito in questo istante, dopo il dramma dell’aspre ricerche tese nell’ombre dello spirito in lotta, ancora tu ti muovi e sali, ma ora come consolato e placato per quanto senti chiaramente di possedere.

    E’ questo trascorrente istante dello spirito, come quel momento d’una città che dopo secoli tumultuosi, giunta al ritmo equilibrato e normale delle sue attività, allora rivede il suo piano regolatore, idoneo a nuovi sviluppi, e divisi i quartieri degli affari e degli studi; e delle abitazioni, insomma disciplinatasi e giunta all’atto del possedersi, ora ancora vive, e riprende ad arricchirsi di più raffinata e sentita bellezza.

    Nei suoi palazzi e nelle sue vie, in non inferiore desiderio di novità e di creazione di quel che aveva spinto il suo primo orgiastico e impulsivo formarsi, ma desiderio ora più placato, nell’ordine illuminato nella coscienza Rietti è ora in questo istante di coordinamento e superamento. Ora non aggiunge più solo qualche inedita sensibilità, ma tutta la sua pittura rialza di tono, unitariamente, più cordiale e franca e placata.

    Voi ricordate l’ultimo Tiziano, l’ultimo Tintoretto, o almeno l’ultimo Gola. Valori e paragoni – che sarebbero stolti – a parte, il Rietti d’oggi è appunto in questo felice istante riassuntivo.

    E poiché non tutti gli artisti riescono, non dico a possederlo e superarlo, ma neppure ad accostarlo, incapaci di trarre a riva tutte le reti gettate all’avventura dell’arte, sempre tra divergenti ansie, come dannati alla ruota, o anime in pena sperdendosi in disorientati disfacimenti o eccitandosi nel farneticare, questo prender tono che la pittura di Rietti ora fa nella coscienza, questo saldarsi delle sue emozioni in un superamento unitario, non è affermazione oziosa.

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