OPERA NON DISPONIBILE
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  • DETTAGLI

Carlo Bocca

(Vigevano 1901 - 1991)

Contadina calabrese (1929)

Misure: cm 71 x 49

Tecnica: Olio su tavola

Firmato e datato in basso a sinistra: “Carlo Bocca 1929”; al retro etichetta della XVII Biennale d’Arte di Venezia del 1930.

Esposizioni: XVII Biennale di Venezia, 1930

Bibliografia: La XVII Biennale di Venezia 1930, catalogo della mostra, p. 65, n. 4.

Contadina Calabrese, olio su tavola presentato da Carlo Bocca alla Biennale di Venezia del 1930, rappresenta il vertice della produzione pittorica dell’autore lombardo. Se negli anni subito successivi alla formazione braidense e all’apprendistato presso Alciati, Bocca aveva prediletto un evocativo post Impressionismo dalle atmosfere caliginose e dalla tavolozza scura, nel corso degli anni Venti risente invece chiaramente di modelli del ritorno all’ordine e di Novecento.

La piena adesione a una pittura solida, nitida ed equilibrata viene raggiunta dal pittore al principio degli anni Trenta, proprio con l’iconico e incisivo ritratto della Contadina calabrese. Opera che decreta il suo successo di critica e di pubblico poiché di fatto racchiude quel saldo equilibrio formale consegnato dal valore plastico del colore e della linea perfettamente accostati alla resa del volto impassibile della donna calabrese in abiti tradizionali. Questa ieratica staticità, che ricorda l’assolutezza di una statua antica, emana una mitica atmosfera di ermetica sospensione che richiama le atmosfere nitide e silenziose del Realismo Magico. Attraverso una finissima stesura pittorica, levigata, impeccabile, dove ogni dettaglio trova perfetta collocazione nel piccolo universo della tela, Carlo Bocca mostra evidenti affinità con la poetica e con il linguaggio di Cagnaccio di San Pietro, i cui ritratti rurali e di uomini e donne di Pellestrina nascondono un simile rimando allegorico alla condizione umana. La Contadina di Bocca condivide con gli anziani e umili popolani della Laguna veneta la stessa forza cromatica e formale, la stessa sospensione atemporale, lo stesso spessore morale e introspettivo.

Particolare che spicca nella composizione è il copricapo bianco che incornicia il volto segnato della contadina, il cosiddetto ritùartu calabrese in lino bianco, che attraverso particolari pieghe ricade sulle spalle della donna, donandole, insieme alla camicetta ricamata e la gonna a vita alta, un’eleganza e una sacralità quasi rituale. In questo ritratto è dunque custodita non solo la migliore prova pittorica di Bocca, ma anche lo studio e la narrazione di un regionalismo fiero che era particolarmente in voga a cavallo tra gli anni Venti e Trenta. Molti sono gli autori che in questi anni si interessano alla diffusione dei costumi del folklore e della tipicità delle regioni italiane nella loro essenza antichizzante e primigenia, assecondando in parte la narrazione del mito italico sostenuta del regime. Solo pochi anni dopo, si progetterà la decorazione interna dell’E42 (attuale Museo delle Civiltà a Roma) dove verranno realizzati affreschi con scene di vita tradizionale italiana – tra cui la Cerimonia nuziale in Sardegna  di Nino Bertoletti, i Funerali in Puglia di Emanuele Cavalli,  La mattanza dei tonni di Pietro Barillà.

Bocca si inserisce in questa dimensione, scegliendo al posto della scena o della narrazione paratattica un solido ritratto impreziosito dalla cornice coeva, dando vita a un’immagine dai perfetti accordi cromatici, dalla lenticolare attenzione alla resa dei dettagli, dalla raffinata maniera di leggere la realtà, forse in uno spoglio interno rurale, che però lascia un velato senso di mistero, racchiuso nel punto nodale dell’opera, il volto asciutto della contadina che con un aggraziato riserbo congiunge le mani in grembo in un gesto senza tempo, come le contadine di Cagnaccio di San Pietro.

Elena Lago

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