OPERA DISPONIBILE
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  • DETTAGLI

Carlo Socrate

(Mezzanabigli (Pavia) 1889 - Roma 1967)

Concertino

Misure: cm 114 x 137

Tecnica: olio su tela

Firmato in basso a destra “C. Socrate”

Provenienza: Roma, collezione Rutigliano

Cornice del XVII secolo

Concertino è un dipinto inedito di Carlo Socrate, databile agli anni Venti del Novecento. Si tratta di una commissione specifica di Carlo Rutigliano, la cui sorella tra l’altro aveva spesso posato come modella per Carlo Socrate (nella collezione Rutigliano sono presenti più di venti dipinti dell’autore). Due nudi di donna sono inseriti in una stanza dall’atmosfera rarefatta, il cui sfondo è quasi interamente occupato da un telo marrone dalle morbide pieghe. Pochi oggetti: alcuni cuscini colorati, un piccolo comodino con un libro aperto sopra. La donna nuda di spalle suona la chitarra, ascoltata dalla seconda, semidistesa su un letto basso, coperto da un solo lenzuolo bianco. Anche le loro acconciature dimostrano un’appartenenza agli anni Venti: un elegantissimo carré con le onde per entrambe. Le due figure sono assorte, immobili e statuarie, realizzate, come tutto il resto, da scandite e meticolose pennellate. La pittura è piena, ma quasi nascosta da una nitidezza purissima, che contribuisce a dare alle pose un valore plastico. I contorni esistono ma non sono pronunciati, come se tarsie marmoree fossero morbidamente incastrate tra loro, ognuna con il suo valore cromatico ben preciso. I panneggi del lenzuolo risultano meno studiati e definiti di quelli delle Bagnanti, dipinto esposto da Socrate alla Quadriennale torinese del 1923, perché caratterizzati da una pittura meno cerebrale e più attenta alla naturalezza del vero. Le masse rimangono plasticamente solide, con una luminosità calibrata che sfiora delicatamente i corpi nudi e perfetti delle fanciulle, in un momento di svago che richiama gli antichi Concerti campestri. Il dipinto è quindi ascrivibile agli anni Venti, non i primi, in cui Socrate rimane più legato all’iconografia e al segno Seicentesco, ma agli ultimi, in cui si libera da certi schemi rendendoli attuali, diversissimi dai primi esiti. Con quelle «preoccupazioni di intimità espressiva e di corposità plastica, non più di sola evidenza formale» (Sarfatti 1927, p.28).

Carlo Socrate, figlio di attori itineranti con cui vive per dieci anni in Argentina, giunge a Roma nel 1914, ospite dell’amico Ercole Drei. Lo aveva conosciuto nel biennio precedente a Firenze, dove era avvenuta la sua prima formazione al seguito di Giovanni Costetti. A Roma, Ercole Drei lo introduce subito all’ambiente culturale della “terza saletta” del Caffè Aragno in via del Corso. Vi conosce Armando Spadini, che con il suo impressionismo luminoso e semplice, è il primo ad influenzare il linguaggio di Socrate, anche se la sua pittura risulta, sin da subito, meno carica di colore e più calibrata, riflessiva.

L’impressionismo di Carlo Socrate è fatto di «una linea più severa, in una composizione più istintiva» (G. Costetti 1917, p.7). Ma dopo l’esperienza delle scenografie per i Balletti russi di Diaghilev e il soggiorno francese e spagnolo al fianco di Picasso – con cui collabora allo scenario di Parade – il linguaggio di Socrate subisce una metamorfosi graduale. Il 1917 è un anno decisivo: l’artista prende uno studio in Villa Strohl-Fern e nel 1918 già espone alla Mostra d’Arte Giovanile alla Casina del Pincio. Ancora vi sono i segni di un impressionismo alla Spadini in dipinti come La nonna e il bambino che dormono, ma è un linguaggio in costante sviluppo.

Il cambiamento avverrà definitivamente negli anni Venti: già nella Morte di Agar, con cui Carlo Socrate partecipa al Concorso del Pensionato Artistico Nazionale del 1920, si riscontra la prima adesione al ritorno all’ordine. Due anni dopo, espone con “Valori Plastici” alla Fiorentina Primaverile. Presenta quattro dipinti, tra cui quella Venere dormiente in cui Socrate riscopre definitivamente il valore degli antichi. «I miei maestri prediletti sono Caravaggio, Courbet e Cézanne» (Socrate 1931). Il corpo è quello del classico Ermafrodito dormiente, ma è impossibile non riscontrare il segno di Caravaggio nel Riposo durante la fuga in Egitto, nelle ali dell’angelo e nel dettaglio delle gambe incrociate della Venere distesa, come rileva Roberto Longhi. C’è una riscoperta della “maniera antica”, dei maestri del Cinquecento veneto, mediati, però, dal realismo di Courbet e di Manet. Le bagnanti, esposte da Carlo Socrate alla Quadriennale torinese del 1923, seguono questo stesso indirizzo. Il tema classico del bagno viene riletto in chiave novecentista: le due ninfe moderne, dalle pose forse un po’ rigide, sono figure eburnee e paradigmatiche.

Elena Lago

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