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Carlo Wostry

( Trieste 1865 - 1943 )

Pittore

    Carlo Wostry

    Carlo Wostry, pittore triestino, nato nel 1865. Studiò, dapprima a Vienna, poi a Monaco, nel 1884.

    Egregio disegnatore, buon colorista, eccellente nella composizione classica e nella ispirazione decorativa, è anche buon ritrattista; e come tale, ha eseguito il ritratto del “barone Sartorio”, assai lodato, e del “barone Currò”.

    Fece nell’anno scorso una esposizione di molti suoi lavori, che venne assai lodata anche dai giornali tedeschi.

    Uno dei suoi quadri più importanti, di grandi dimensioni, porta il titolo: “Dafni e Cloe”, ed è bellissimo.

    Ha fatto per una chiesa di Trieste una “Via Crucis” ed un “Sepolcro”, che piacquero assai e nei quali si rivelò artista genialissimo e originale.

    Altri suoi quadri sono: “Regina Martirum”, e molti quadri di paese, fra i quali uno “Studio d’erba al sole”, grande al vero, con alcune capre, ove riscontrasi una tecnica tutta personale ed ardita.

    Un artista multiforme, che a cinquant’anni cerca ancora sè stesso e non si trova e non s’è ancora trovato: un’anima incontentabile, ricercatrice, sempre, in ogni momento e in ogni periodo della sua vita, che non si dà requíe, che si tortura per giungere ad una manifestazione d’arte che lo soddisfi.

    E’ un eclettico, un uomo raffinato, tutto innamorato delle cose belle e preso dal desiderio delle collezioni: quadri, mobili, armi, preziosità antiche.

    Per questo, forse, anche un uomo irrequieto nel senso spirituale della parola, che non è mai contento di sè stesso e di quello che produce e che esige sempre dal suo lavoro qualche cosa di meglio.

    Egli s’è caratterizzato da sè stesso con questa frase: «Avevo tutta l’attitudine a diventare un grande artista: m’è mancato il genio !» che ha scritto di suo pugno sul grande album ove ha raccolto gran parte della riproduzione fotografica della sua vasta opera.

    Un’opera straordinario e feconda che va dalla pittura religiosa a quella simbolica ed allegorica, dal quadro d’ambiente alla decorazione ed al paesaggio, dalla caricatura all’acquaforte ed alla xilografia, dalla scultura in legno e dall’intaglio di mobili allo stucco, alla medaglia, all’oreficeria.

    Forse il carattere che individualizza l’uomo e l’artista sta proprio in questa sua operosità multiforme nella quale non s’è mai ripetuto come invece accade alla maggior parte degli artisti che, adottata una formula d’arte, la seguono e la ripetono per tutta la vita e vi si cristallizzano beatamente!

    Insomma: un ingegno aperto, vivace che ha saputo non tanto essere influenzato da questa o da quella tecnica particolare, quanto più tosto entrare egli stesso in questa tecnica, rendersene padrone per un qualche tempo é poi liberarsene con molta facilità e disinvoltura per prendere un’altra maniera, un’altra tecnica e per riprendere, specialmente nell’ultimo decennio, quella dei suoi anni giovanili, spontanea, fresca, vigorosa e certo più confacente al suo stesso temperamento.

    A vent’anni, in tre mesi, compie un lavoro lungo e faticoso: quattordici quadri di figure grandi al naturale per una «Via Crucis» alla Chiesa di Santa Maria Maggiore di Trieste; ed oggi, parlando di questo suo lavoro giovanile si stupisce d’aver avuto allora tanto coraggio d’affrontare questa decorazione religiosa con tutte le sue arditezze di tecnica e di concepimento.

    Era tornato da poco da Monaco, e in questa «Via Crucis» si riconosce un tantino d’influenza tedesca: era naturale, del resto, in un ragazzo che non aveva studiato con nessun altro maestro e in nessun’altra scuola, ma, però, di questa tendenza non s’incontrerà più traccia alcuna negli altri lavori di Carlo Wostry.

    Intanto lavora con lo slancio e la passione giovanile: fa il ritratto del vecchio barone Sartorio, – un lavoro che vorrebbe poter di nuovo fare adesso – un quadro di grandi dimensioni intitolato: «Dafne e Cloe» e «Lacrime» – che è ora alla Galleria d’arte moderna a Roma: un quadro che non stabilisce un periodo pittorico del Wostry, che si potrebbe anche fare oggi: una cosa idilliaca, tutta piena di gentile bellezza.

    Una fanciulla pastorella, seduta fra i fiori d’un prato, triste, forse per amore, e la sua capretta che quasi la bacia e la vorrebbe consolare.

    Della stessa epoca è anche il «Nonno», un vecchio che fa prendere il bagno al nipotino in una mastella: un quadretto di genere, d’ambiente, un’impressione deliziosa di vita intima e famigliare in cui la cosa più bella è l’aperto sorriso del vecchio – sorriso di soddisfazione – innanzi al corpicciuolo nudo e bello del piccolo bimbo.

    Subito dopo il suo primo lavoro – la «Via Crucis» nel 1888 – egli vince il primo concorso della fondazione Rittmayer per il premio di Roma; ed eran suoi concorrenti il Veruda, il Mayer e il Grunhut, e lo vince con «La convalescente»: un quadro ordinatogli da Giorgio Galatti, l’ultimo mecenate triestino.

    Questo quadro, passato alla Galleria privata del Galatti, un bel giorno, dopo vent’anni, egli lo ritrova in vendita ad un pubblico incanto a Monaco.

    La «Convalescente» ha tutto la tendenza dell’arte francese: Leffroix e Bastien Lepage, ed è anch’esso un quadro d’ambiente, una riproduzione di vita intima di cui lo spirito di Carlo Wostry, delicato, sensibilissimo, sapeva cogliere e fermare tutta la dolcezza e la serenità.

    Oggi s’è perduto lo stampo di questi quadri d’ambiente, calmi, ingenui, aspiratori di bontà e di cose buone: l’arte moderna si tormenta con il più atroce martirio per rendere, invece, il carattere della lotta spirituale, dello sforzo, dell’intensità: è anche questo un buon genere d’arte, del resto, e forse più consono alla vita che viviamo.

    E’ certo, però, che l’occhio e lo spirito si riposano di più, ed hanno come un senso di più tranquilla pace quando guardano un quadro come la «Convalescente» di Carlo Wostry.

    Ma lo spirito di Carlo Wostry non era contento: qualcosa come d’irrequieto, lo prendeva, a volte, e lo prostrava.

    E si mette a viaggiare: va in Ungheria, in Russia, in Oriente e rimane a Budapest per tre anni, va a Parigi e vi ci rimane per sette lunghi anni.

    L’arte francese aveva sempre esercitato su Carlo Wostry un’attrazione notevole: Io abbiamo già visto dianzi in quella calma delle sue composizioni d’ambiente: ora Parigi lo ha preso con tutta la sua forza incantatrice di città della vita e del movimento: lo ha preso e lo ha sviato, ne ha fatto la sua preda e il suo pittore.

    Parigi ha saputo rendere di Carlo Wostry per quel periodo della sua vita che corre dal 1893 al 1902 un pittore parigino.

    E guardando i suoi lavori di quell’epoca si direbbe, a punto, che son quelli di un pittore parigino.

    Nella città del gaudio continuo egli rimane profondamente sorpreso e colpito dal movimento e dall’eleganza: e ritrae nei suoi quadri quel colore locale che, forse, un artisti parigino non avrebbe saputo fare.

    Il «Boulevard» – proprietà del barone Ralli -, «Au pésage d’Auteuil», e molti altri lavori di cui «Le Figaro illustré» acquista il diritto di riproduzione, sono la più viva testimonianza dí quest’influenza parigina, prima sullo spirito d’uomo di Carlo Wostry, poi sul suo spirito d’artista.

    E fermano anche e caratterizzano quel momento della moda femminile d’allora – cappellini rotondi, vitino stretto stretto, gonna lunga a volante e maniche col buffo in alto – che ora, a guardarla nelle stampe e nei quadri ci fa una curiosa impressione di tempi andati e ci dà un delicato profumo di vecchie cose.

    Sono le cose, a punto, di quegli anni dall’80 al ‘900 e che forse ci son tanto più care e tanto più nostalgiche perchè noi – almeno noi dell’ultima generazione – non le abbiamo vissute interamente se non nel ricordo della nostra giovinezza cui è legato un nome caro, un viso d’amore: quello del nonno, della nonna e anche un poco, quello forse del nostro babbo e della nostra mammina.

    L’altro giorno guardando nel grande album del Wostry questi quadri del suo periodo parigino, m’è passato, rapidamente, innanzi occhi un ricordo: quand’ero bambino, la sera, dopo il pranzo, sotto la luce dell’ampio lampadario a gas la mamma mi faceva divertire mostrandomi le fotografie di famiglia dentro una bella scatola di mogano e dentro certi albums dalle grosse borchie argentate.

    E v’era una fotografia dalla mia mammina, giovane, giovane, vestita tutta come le figure dei quadri parigini di Carlo Wostry…

    Alcune cose sono, sopratutto, notevoli, in questo periodo wostryano: un gran quadro che rappresenta uno «Steeple-chase» del 1830, vivida e perfetta ricostruzione storica di quegli anni… «cabriolets, coiffures à coque, et nos grands pères, gandins d’alors, aux hautes cravates et aux longs cheveux nous ont assuré que jamais leurs sourires n’eurent plus de douceur et Ieurs regards plus d’éclat…»; la medaglia ottenuta al «Salon» del 1899, l’intensa collaborazione ai più diffusi giornali illustrati e un quadro d’inspirazione triestina – quello che è ora nella nostra massima chiesa – il «Martirio di San Giusto» per il quale Carlo Wostry ritrovò, nel vortice parigino, la sua antica maniera scevra d’ogni influenza esotica.

    Un giorno la nostalgia di Trieste lo riprende e se ne torna in patria dove si mette a dipingere come se non fosse mai stato a Parigi: agile, disinvolto, il suo temperamento artistico riacquista tutta la sua massima virtù – la duttilità – ed eccolo a far caricature per studiare il disegno, per cogliere nelle caratteristiche esagerate dell’uomo, l’essenza fondamentale del ritratto: e sotto la sua penna passano, esagerate, accentuate, concentrate tutte le personalità più notevoli della vita politica ed intellettuale di Trieste.

    Nell’inverno del 1910 fa una esposizione di queste caricature al Circolo artistico, che poi regala allo stesso circolo.

    Nel 1919 le espone alla mostra di caricature a Bologna e vengono premiate colla medaglia d’oro.

    E’ il periodo della caricatura e della satira: in quegli anni era critico d’arte al «Piccolo» l’avv. Costelos e pare che costui non fosse l’uomo più indicato per parlare d’arte: allora, Carlo Wostry, irritato appunto dalla qualità di critica d’arte che si faceva, in genere, a Trieste compone una litografia ferocemente satirica: un’oca, in piedi su una sedia spagliata, interpreta e spiega un quadro a tutti gli animali d’ogni specie che le son convenuti d’intorno, e l’intitola «Chi esce fuor del suo mestiere fa la zuppa nel paniere» e la manda… a destinazione.

    Da quel giorno l’avv. Costelos non fece più la critica d’arte.

    Di questo secondo periodo triestino – molto fecondo e molto attivo – son molti quadri tra cui una notevole composizione allegorica «Per la croce» nella quale – a modo di trittico Carlo Wostry ha voluto rappresentare le persecuzioni cristiane dei tempi dell’impero e dell’inquisizione; un quadro: «Thais» ispiratogli dallo scopritore delle mummie egiziane, Gaiet; I’ «Illusione» esposto alla Biennale di Venezia del 1906; il «Quartetto triestino» quattro geniali ritratti del Jancovich, del Dudovich, del Baraldi e del Viezzoli che venivano a far le prove del quartetto nel suo studio e a posare; il soffitto del palazzo Artelli (1906); un «Bethoven» e «la pianella» : un nudo delizioso di donna, esposto a Venezia nel 1910 e poi venduto a Berlino.

    Il nudo è stata sempre la più grande preoccupazione artistica di Carlo Wostry ed egli lo ha sempre disegnato e dipinto con una esattezza ed una precisione impareggiabili.

    Per lui il disegno è, giustamente, tutto e il nudo è il cimento più arduo dell’artefice in cui si pare davvero la sua nobilitade: e infatti ogni nudo di Carlo Wostry – «La pianella», «L’illusione «Alle fonti del Clitunno» ecc. – è vivo, è palpitante ma anche solidamente e tecnicamente costruito.

    Una prova del resto, e buona di quanto ho scritto l’abbiamo nel grandioso pannello inaugurato, il giorno dell’Annessione, al Caffè degli Specchi.

    Esso è posto sulla parete del podio orchestrale ed è una figurazione simbolica dell’Annessione stessa trattata con quella vasta idea concettuale degna del soggetto.

    Il nudo – ch’egli sa dipingere con straordinario vivezza, con dolce morbidezza e con una linea di esatta architettura muscolare – assomma qui tutte le virtù del pittore.

    E non solo: ma il lavoro deve, anche, essere ammirato per il movimento fantasioso dei due corpi che si chinano all’abbraccio fatidico, spaziando nel vuoto con una grazia emula veramente delle concezioni di un cavalier Bernino o di quelle dell’ «Aurora» del Guercino nella villa dei quartieri Ludovisi a Roma.

    Il movimento ampio, la colorazione viva, la morbidezza delle linee, l’arditezza delle pose fanno pensare, a punto, all’epoca romana del Bernini: e l’avvicinamento non deve apparire come esagerazione o come adulazione, ma soltanto come impressione di bellezza.

    Un fatto interessante nella vita artistica di Carlo Wostry che non si riscontra negli altri artisti di Trieste, è quello di aver seguito, di aver preso parte e di aver rappresentato le più importanti manifestazioni politiche od anedottiche della sua città.

    La sua collezione di caricature ha figurato, l’anno scorso, alla mostra storica nelle sale del palazzo Lloydiano, i suoi quadri di glorificazione triestina – «Il martirio di San Giusto» «Le campane di San Giusto» e il quadro dedicato, nel settembre fiumano, alla città olocausta, sono riprodotti ovunque in giornali e cartoline, la medaglia commemorativa della redenzione, fusa dal Janesich, è un ricordo prezioso dello storico avvenimento, e il suo album di xilografie: «Trieste austriaca sotto l’Italia» è un superbo documento di sarcasmo e di flagello ironico contro gli elementi austriaci della sua città.

    Nel 1908 ha inciso un’acquaforte, di cui furon tirati soltanto dieci esemplari, per accompagnare l’ampolla votiva modellata da Giovanni Mayer e offerta sulla tomba di Dante da Trieste e dalle provincie sorelle.

    L’acquaforte rappresenta le cinque vergini saggie – le cinque provincie irredente – e reca il versetto evangelico voltato in una profonda significazione politica: «Prudentes virgines aptate vestras lampades, vigilate itaque; quia nescitis diem neque horam».

    Una cosa interessante che Carlo Wostry ha voluto offrire ai suoi concittadini nel maggio scorso è, senza dubbio, la sua simpatica esposizione di disegni su motivi della Trieste d’altri tempi: una trentina di lavori che riproducono in vari momenti e in vari caratteristica punti topografici la vita e i costumi della città nell’epoca che corre dal 1830 al 1850.

    Questi disegni sono fatti con, un po’ di tutto: con il lapis, con la penna, con il colore, con il pastello, un po’ in tutte le maniere, e n’esce fuori una freschezza, una vivezza, una sincerità da ammirare.

    Tutta quest’opera di ricostruzione topografica edilizia e del costume è stata fatta con una minuta e coscienziosa cura di ricercatore e tanto gli intenditori d’arte quanto i profani hanno plaudito all’idea geniale di Carlo Wostry e sopratutto all’attuazione buona – nei migliori mezzi tecnici e concreti – dell’idea stessa.

    L’ultima espressione artistica di Carlo Wostry è una geniale cosa inaspettata nel campo della tecnica del quadro a grandi dimensioni: un risultato delle difficoltà della guerra: il grande quadro trattato ad acquarello con un suo speciale procedimento, invece che ad olio.

    Così ha fatto il suo autoritratto esposto alla Biennale veneziana dell’anno scorso e un quadro «Alle fonti del Clitunno» un nudo di donna buttata su un prato, in riva alle sacre acque carducciane, nel limite dell’ombra e della luce, che fu anche esposto alla Permanente del Circolo artistico.

    Allora nessun critico d’arte seppe riconoscere la nuova tecnica wostryana che offre dei vantaggi che la pittura ad olio non può dare, ottenendo degli effetti inaspettati.

    E Carlo Wostry mostrandomi il nudo ottenuto coll’acquerello era tanto contento d’aver ancora una volta, in vita sua, superato una difficoltà e portato un’innovazione.

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