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Pittore

Edgardo Sambo Cappelletti


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Edgardo Sambo Cappelletti

( Trieste 1882 - 1966 )

Pittore

    Edgardo Sambo Cappelletti

    Edgardo Sambo Cappelletti è stato lungamente lontano da Trieste, studiando pittura prima a Vienna, per un anno, poi per tre anni all’Accademia di Monaco di Baviera sotto la guida di Karl Marr, un americano tedeschizzato.

    La scuola del Marr, in confronto di quella di Stuck, un vero colosso della pittura, aveva il merito di lasciare completamente libero lo sviluppo del temperamento individuale degli allievi: e il Sambo preparò la sua coscienza pittorica che avrebbe poi maggiormente sviluppata e raffinata a Roma.

    Tornato a Trieste lavorò ad un ritratto, «Nerina», che espose nel 1898 alla Quadriennale di Torino e che la Commissione ministeriale della P. I. acquistò per la Galleria d’Arte Moderna di Roma dove figura nella sala Palizzi.

    A questo proposito è interessante riprodurre un brano d’una lettera del Faccioli al Sambo: «Il giudizio favorevole sulla sua «Nerina» all’Esposizione di Torino fu proposto dai commissari a voti unanimi, e questo avvenne perchè nel suo lavoro si rilevava una manifestazione di pittura veramente moderna e pregevole.

    Questo desidero dirle per la verità».

    Ma lo spirito irrequieto del Sambo desiderava nuovi orizzonti e nuovi ambienti dove la sua arte potesse svilupparsi e perfezionarsi.

    Ed eccolo di nuovo in Germania, a Monaco, poi in Boemia, a Praga dove lavora ad un ritratto del signor Carlo Levi e dove affresca un cielo di storie religiose di San Benedetto nel cortile esterno del convento benedettino di Emaus, dedicandosi alla manifestazione artistico-pittorica di quella special scuola benedettina di Beuron che ama stilizzare tutte le figure in un severo atteggiamento ieratico tra il giottesco e l’egiziano e di cui noi abbiamo un pregevole esempio nella secolare badia di Montecassino.

    E Edgardo Sambo ha saputo lasciare in quell’abbazia benedettina della Boemia la forte impronta della nostra arte italica e il ricordo imperituro del nome triestino.

    Dopo la prova di questi vasti lavori d’affresco tornò a Trieste dove nel 1911 con un geniale ritratto di sua sorella e due nudi al sole gli viene concesso il pensionato romano che aveva, fino ad allora, tenuto il Selva.

    E va anch’egli a Roma – il sogno di tutte le anime innamorate e di tutti gli artisti – e il suo studio della Passeggiata di Ripetta diventa la fucina d’un meraviglioso quadro: «Bambola».

    E’ il suo quadro tipico, indubbiamente.

    E’ uno di quei quadri – scriveva un giorno Silvio Benco – ai quali non può non essere attaccata una medaglia.

    E’ un nudo di donna, sul quale, nel chiuso d’una stanza, gioca un mirabile sole.

    La vigoria dell’artista ottiene un’atmosfera densa, calda, fiammante come un metallo in fusione, che è quasi un bagno di sensualità alla figura voluttuosa immersa in essa con tutta l’opulenza e la chiarità della sua carne: ma la condotta architettonica è così nobilmente affermata su questo foco, la serietà della ricerca palesa un’attenzione artistica così vigile e così superiore a tutto che a nessuno mai verrà in mente di vedere in questo quadro un’intenzione procare.

    E’ il dipinto di un artista completo e maturo e il suo posto è in un Museo.

    E, infatti, pare che il Museo Revoltella lo acquisterà.

    «Bambola» fu esposto alla secessione del 1913, poi, scelto dalla Commissione Reale fu mandato con il titolo «Macchie di sole» all’Esposizione per l’apertura del Canale del Panama

    a San Francisco di California dove venne premiato con la medaglia d’argento da una giuria internazionale.

    Roma – bella nella sua luce meridiana, nella sua Appia antica che gli amanti visitano con la devozione dell’arte e dell’amore – offre ad Edgardo Sambo il soggetto di molti studi di paesaggio, notevolissimi per l’intonazione della luce e per la riproduzione di quel dato momento caratteristico che un romano, sopratutto, sa ritrovare e gustare.

    Così, nel suo studio, m’apparve una fontana di Piazza San Pietro in una di quelle grigie giornate in cui pare che tutto sia triste anche, e forse più che ogni altra cosa, la bellezza dei monumenti; e alcuni angoli del Foro e del Palatino ove il vivido colore del laterizio romano, baciato dal sole, colpisce l’occhio e rinnova la sensazione provata un giorno.

    A Roma lo sorprese la guerra: e andò volontario triestino ad arruolarsi al 13° artiglieria: l’on. Francesco Arcà suo compagno di reggimento, lo ha chiamato, con affettuosa amicizia, «il miglior servente di uno dei pezzi che più hanno lavorato in questi sette mesi di guerra».

    Passato il Piave come tenente al 17° reggimento d’artiglieria da campagna tornò a Trieste ove dal 27 marzo al 20 aprile dell’anno scorso, dopo un’assenza di parecchi anni aprì alla Permanente del Circolo artistico una mostra individuale di 20 quadri che li permisero di farsi conoscere, o meglio, di farsi «riconoscere» dai suoi concittadini: è stato, insomma, un forte successo morale, una «rentrée» nella vita d’arte della sua città.

    Questa mostra personale – completa – ha dato agio di studiare Edgardo Sambo in tutta la sua produzione pittorica fino ad oggi, di rilevarne i caratteri e i modi, la tecnica e le tendenze.

    E’ un’opera espressa dalla fervida mente e dal cuore commosso: è, insomma, un artefice ricco cui piace un poco la sontuosità e l’eleganza.

    «Una tavolozza dovizioso e sontuosa: una miriade di sfumature, di nuances, di variazioni: un pennello eccellente che si piega docile a tutte le espressioni: ecco le caratteristiche peculiari dell’arte di Edgardo Sambo.

    L’artista, nei suoi bellissimi doni, ha profuso la pienezza della su anima lirica.

    Gioiosamente si è abbandonato, con sciolta briglia e senza freno e senza restrizione, ad un temperamento esuberante ed impetuoso che ricerca con vicenda assidua e assillante, e quasi direi con acuto spasimo, gli effetti di luce e d’armonia, di colore e di contrasto, che si esprimono dalle su accorta e studiate composizioni cromatiche» ha scritto allor Riccardo Malpezzi e ha penetrato bene l’anima pittorica di Edgardo Sambo.

    Infatti taluni suoi ardimenti coloristici, qualche anno addietro, sarebbero ancora stati detti un’audacia; tutta via non sono un’audacia perchè non producono l’impressione di qualcosa di tumultuoso che pretenda di far trascendere i sensi: essi sono quasi domati dal tranquillo padroneggiamento che ha l’artista del suo campo visivo, dalla sana quadratura del suo ingegno, dalla naturale sua plastica e dalla larghezza nel distribuire i più ricchi accordi armonici.

    Tutti quelli che, in artisti di pochi anni or sono, erano considerati elementi espressivi di un’arte irrequieta e sprezzante la policromia a grandi macchie, la pennellata larga che descrive gli oggetti fasciandoli, la luminosità della massa di colore applicata per grossezza – sono da un’artista costruttivo come il Sambo adoperati quali semplici mezzi per il raggiungimento di una visione ferma, completa, senza tentennamenti.

    Egli può andare anche più in là, senza che il pubblico si accorga di essere condotto per inusitati sentieri; può andare a quelle definizioni corporee della luce, dalla precisione descrittiva quasi matematica, delle quali si sono vantati i primi cubisti e futuristi: non per questo è tolto nulla di quella compostezza serena che il suo raro equilibrio conferisce all’opera sua.

    Il pannello decorativo è stato anche trattato da Edgardo Sambo con un sicuro possesso di mezzi, con una bellezza di disegno e di costruzione superiore a quella delle altre tele e con una buona energia d’impasto.

    «Frammento» e i pannelli decorativi per un salone di musica: quattro composizioni intitolate: «Andante», «Allegretto», «Scherzo», «Maestoso» danno l’impressione che il Sambo sia, infatti, un decoratore di gran linea che sa avere l’accento italiano.

    Perchè il pannello decorativo non deve essere soltanto una concezione di bellezza e di armonia ma deve essere sopratutto una composizione in cui il buon gusto dell’artefice si unisca alle sue altre qualità di tecnica e di costruzione.

    Come decoratore egli ha anche dato buona prova di sè, insieme a Ugo Flumiani, a Guido Grimani, a Piero Lucano e a Carlo Wostry nella decorazione del Caffè degli specchi.

    Edgardo Sambo ha dipinto un pannello in cui ha padroneggiato magistralmente una ben difficile scena: la grande folla notturna ammassata in piazza dell’Unità per la fiaccolata in onore del duca d’Aosta la composizione è eseguita quasi architettonicamente e tutto il suo effetto pittorico è affidato all’arduo gioco delle luci incrociate che creano una varietà ammirevole di episodi luminosi nella scena ampia e maestosa, tenuta con fermo vigore, al tono generale rossigno delle tante vampe e dei gonfaloni gonfianti.

    E non credo di sbagliare chiamando Edgardo Sambo un ingenuo, nel più stretto significato della parola in quanto egli cerca di rendere la sua arte nel modo più semplice: come la sente con l’audacia del suo temperamento giovanile.

    Egli non ha alcuna preoccupazione: vede un gioco di luce, un meraviglioso scherzar di raggi solari e lavora e crea il suo quadro «Macchie di sole» che gli è costato tre mesi di lavoro; coglie un’armonia di colori e lavora e crea il suo quadro «Serenata d’autunno» ove una giovane donna suona il mandolino fra la cornice del cielo turchino verdastro, delle foglie rosse e della luce, giallo-chiara.

    Egli non è divisionista; sente, però, il bisogno di un certo divisionismo tecnico, in alcuni momenti del lavoro, per trovare i contrasti della luce che predilige: ed allora è divisionista in quanto impasta il colore direttamente sulla tela invece che sulla tavolozza.

    Edgardo Sambo è, dunque, un artista dall’espressione ingenua, un artista cui piace sopra ogni cosa produrre quello che sente: è un poeta della pittura, un poeta della verità e dell’espressione visuale più che un poeta ideale, al quale forse, gioverà ancora un maggior studio e un maggior esercizio del suo pennello, e una più lunga meditazione, per giungere all’espressione cui

    tende: infatti la sua anima è espressione di atmosfera e di luce.

    Un nuovo lavoro cui egli si dedicherà ora – mi ha detto sarà quello di rappresentare il fervido lavoro e la pulsante vita dei cantieri marittimi triestini: il nuovo campo che s’è proposto gli apre tutta la possibilità di far valere la forza del suo colore perchè, questi spettacoli di vita, pieni di fuoco e pieni di tutti gli ardimenti umani, sembrano appunto confare perfettamente allo spirito pittorico di Edgardo Sambo: la verità dell’impressione visuale troverà in lui il poeta del fuoco e del sole che battono insieme sui metalli alla più grande creazione.

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