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Pittore

Federico Faruffini


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Federico Faruffini

( Sesto San Giovanni 1833 - Perugia 1869 )

Pittore

    Federico Faruffini

    Era nato a Sesto S. Giovanni il 6 febbraio del 1831, e forse il suo scontento senza pace gli cominciò dall’essere indirizzato all’avvocatura, dalla quale, prima ancora di laurearsi, si staccò con selvaggia violenza per avviarsi sulla strada che il suo genio tormentosamente gli additava. Studiò pittura a Bergamo col Trécour, ed ebbe compagno Tranquillo Cremona, col quale poi passò a Venezia alla scuola del Molmenti e del Grigoletti e a Milano a quella del Bertini.

    Come tutti gli allievi del Bertini, iniziò la sua carriera artistica con quelle rappresentazioni d’interni per mezzo delle quali il maestro infondeva nei suoi scolari l’amore per la realtà obbiettiva e una sicura visione dell’ambiente, della prospettiva, delle distanze; infatti nel 1864 compì la sua prima notevole affermazione alla mostra di Brera con diversi studi di costume e con quattro quadri, fra cui un acquarello rappresentante il Coro della Certosa di Pavia, così come nove anni più tardi Giovanni Segantini, nelle stesse periodiche esposizioni braidensi trovava il suo primo successo col Coro di S. Antonio.

    Nella ricerca della sua personalità non ebbe nè incertezze nè tentennamenti, perché appena un anno dopo, nel 1865, erano compiuti il Borgia e Machiavelli e la grande tela della Vergine al Nilo, suo insuperato capolavoro, che dopo più di mezzo secolo ci appare ancora come una delle opere più significative della pittura italiana dell’ottocento, una visione di giovinezza in cui i più arditi problemi che affaticarono più tardi una intera generazione di artisti sono non pure accennati e proposti, ma in gran parte risoluti.

    Egli dunque non ebbe lotte interiori; tutte le avversità gli vennero dall’esterno, dalla indifferenza del pubblico e dalla ostilità dei colleghi incapaci di comprendere la sua originalità sprezzante, la solitudine del suo spirito che parlava all’avvenire, la nobiltà del suo sogno d’arte che non accettava transazioni neppure con la fame.

    Si affrettò pertanto a lasciare quella Milano in cui l’Hayez andava dimenticando di aver accesa col Bacio di Giulietta e Romeo la prima scintilla di un’arte per il suo tempo nuova, gli Induno diventavano timidi fotografi del vero e il Pagliano traviava volontariamente un bell’ingegno pittorico, facendo l’arte serva del mestiere. Recatosi a Parigi vi ottenne premi, ma non trovò fortuna.

    Viaggiò la Grecia, visse a Roma, vagò per altre città dibattendosi fra necessità dolorose, pronto ai più duri sacrifici, ma serbando intatte le sue più pure idealità, e, se anche sentì illanguidire la sua fede nella giustizia della folla che ricambiò col disprezzo, mantenne altissima quella nella sua vocazione, nel destino che, imponendogli la sofferenza, gli comandava anche di creare opere recanti il dono eterno della bellezza e della vita.

    E quando, stremato dalla miseria, si accorse di non poter continuare, quando si sentì impari alla lotta implacabile, più tosto che indulgere alle lusinghe del mestiere che procacciava una facile voga e cospicue ricchezze, parve amaramente vendicarsi della cieca incomprensione dei suoi contemporanei, spezzò la tavolozza e rinunziò all arte per darsi alla più lucrosa professione di fotografo.

    Fu allora che egli indisse un’asta per sbarazzarsi di quanto possedeva di bozzetti e di quadri, ma ancora una volta ebbe l’amarezza di vedersi circondato dalla generale indifferenza.

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