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Pittore

Filippo De Pisis


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Filippo De Pisis

( Ferrara 1896 - Milano 1956 )

Pittore

    Filippo De Pisis

    Quotazioni Filippo De Pisis

    Le tele a olio dipinte da Filippo De Pisis tra gli anni Dieci e l’inizio degli anni Venti, influenzate da correnti metafisiche o da sperimentazioni di matrice astratta, risultano particolarmente rare e ambite sul mercato. In questi casi, le valutazioni oscillano tra i 12.000 e i 55.000 euro, con possibilità di cifre più elevate per gli esemplari più emblematici di questa fase iniziale.

    Le opere a olio riconducibili al periodo parigino degli Italiens de Paris (1925–1940), caratterizzate da un linguaggio pittorico più vicino all’impressionismo, presentano una fascia di prezzo piuttosto ampia: si parte da circa 6.000 euro, ma i lavori di maggiore rilievo possono tranquillamente oltrepassare i 65.000 euro, in base alla datazione, al soggetto e al formato.

    Per quanto riguarda la produzione su carta — comprendente acquerelli, tempere e disegni, realizzati tra gli anni Dieci e gli anni Quaranta — le stime di mercato variano generalmente tra i 400 e i 9.000 euro, con picchi anche superiori per le opere più articolate e significative dal punto di vista tematico e formale.

    È bene sottolineare che tali valutazioni sono da considerarsi indicative e soggette a variazioni, influenzate da diversi fattori come la qualità esecutiva, la conservazione, la data e l’interesse collezionistico dell’opera.

    Biografia

    Filippo De Pisis, pseudonimo di Luigi Filippo Tibertelli, nasce nel 1896 a Ferrara. Di famiglia aristocratica, da piccolo studia in casa con dei precettori e giovanissimo disegna sotto la guida del maestro Edoardo Domenichini. Contemporaneamente sviluppa il suo interesse per la letteratura. Al 1908 risalgono i primi lavori pittorici, due tavolette dal titolo I passeri e Le passere; e al 1910 è datato il primo scritto dell’artista. In questi anni tiene anche un diario su cui appunta pensieri e disegni di ciò che osserva.

    Dato il suo interesse letterario nel 1914 si iscrive alla Facoltà di Lettere all’Università di Bologna entrando in contatto con diversi esponenti della letteratura simbolista ed ermetica come Dino Campana e Umberto Saba. Continua a scrivere molto, e l’arte antica lo incuriosisce sempre di più, tanto da redigere alcuni saggi sull’arte del Quattrocento ferrarese. Collabora inoltre con riviste come “Lacerba”, “Brigata” o “Valori Plastici”.

    Il sostegno alla Metafisica, al Futurismo e al Dada

    L’artista, vivendo a Ferrara durante il secondo decennio del Novecento, ha la possibilità di conoscere i fratelli de Chirico, Giorgio e Alberto Savinio, e Carlo Carrà che vengono mandati di stanza a Ferrara durante la Prima guerra mondiale. Questa coincidenza darà vita a uno scambio di suggestioni reciproche importantissima per lo sviluppo dell’arte italiana.

    Filippo De Pisis realizzerà opere metafisiche come Natura morta metafisica e L’ora fatale, ma soprattutto osserverà la nuova poetica come sostenitore e critico, scrivendo diversi articoli a difesa dell’innovativo linguaggio. 

    In quegli anni verrà però anche affascinato dall’arte futurista, in particolare dalla declinazione teatrale e scenografica, e ne rimane traccia nelle numerose lettere scambiate con Enrico Prampolini e Fortunato Depero. Sarà inoltre legato al filone dada intrattenendo rapporti epistolari con Guillaume Apollinaire e Tristan Tzara che conoscerà di persona quando si recherà a Parigi nel decennio successivo.

    L’artista scrive incessantemente e nel 1917 redige uno racconto metafisico dal titolo Mercoledì 14 novembre 1917, e negli anni a venire elabora delle raccolte di poesie come Il tema, Incontri e Primavera d’avanguardia, mentre la prosa A la belle étoile è dedicata ad Apollinaire.

    Gli anni romani e la pennellata impressionista di Armando Spadini

    Dal 1920 si trasferisce a Roma e frequenta i circoli culturali del Caffè Greco e del Caffè Aragno. Nella capitale viene affascinato dall’arte del Seicento, trascorrendo giornate intere nei musei romani, coltivando costantemente anche l’amore per l’arte classica. Diviene intimo amico di Armando Spadini con cui condivide la passione per il Barocco, ma soprattutto per la poetica impressionista. Inizia infatti a dipingere in sua compagnia en plein air nella campagna laziale, sperimentando il nuovo tratto. Se nei primi anni Venti la sua pittura rievoca ancora suggestioni dada, metafisiche o del ritorno all’ordine, dalla seconda metà del decennio nelle sue tele si legge un linguaggio impressionista che omaggia Spadini, scomparso nel 1925.

    L’arrivo a Parigi e la rapidità di tocco

    Proprio nel 1925 De Pisis parte alla volta di Parigi, città dove resterà fino al 1939. Qui attratto sempre di più dalla pennellata impressionista, arriva a schiarire la tavolozza, utilizzando tocchi rapidi e sintetici, spesso lasciando anche a vista parte della tela come a richiamare le opere dell’ultimo tormentato Tiziano.

    Nel capoluogo francese avrà la possibilità inoltre di osservare più attentamente l’arte di Manet, Corot e dei Fauves che influiranno sul suo cromatismo e sul suo tocco, modulandolo attraverso il tonalismo veneziano.

    Gli italiani di Parigi e il successo espositivo

    In questi anni inizia a partecipare a diverse rassegne nazionali e internazionali: espone alla Biennale romana del 1925 presentando Cibi agresti e Natura morta; nel 1926 espone invece alla Biennale di Venezia una Natura morta, e allestisce la sua prima personale alla Galerie au Sacre du Printemps, presentato dall’amico e collega Giorgio de Chirico. Due anni dopo prende parte alla successiva edizione della Biennale con Natura morta – marina; mentre nel 1930 presenta tre lavori L’archeologo, Natura morta – marina e Natura morta – frutta. L’anno successivo espone quattro Nature morte e un Paesaggio alla Prima Quadriennale di Roma. Nel 1932 invece viene nuovamente invitato alla Biennale di Venezia nella sezione degli Italiani di Parigi con diciassette dipinti tra i quali Giardino I, Venezia – La posta, Natura – pesci e limoni, Nôtre-Dame, Via a Parigi, Torre Eiffel, Venezia – Chiesa e Anitra appesa. Gli viene dedicata un’altra personale nel 1935 alla Quadriennale di Roma con diciannove opere tra le quali troviamo Ritratto di giovane, Paesaggio a Guascogna, Lungo Senna autunnale, Figura in un interno chiaro, Le pere rosse, Natura morta con cappello, Ritratto di A. Porcella e Fiori. L’interesse per la botanica è da ricercarsi nella sua adolescenza quando trascorreva giornate intere con gli zii a raccogliere conchiglie, farfalle e piante, realizzando un erbario che donerà più tardi all’Università di Padova.

    Allo scoppio della Seconda guerra mondiale rientra in Italia, stabilendosi tra Milano e Venezia, e in questo periodo dedica la sua ricerca prettamente a nature morte e paesaggi. Nel 1947 non rinuncia al richiamo di Parigi e torna nella capitale francese, ma questa volta per poco tempo a causa di una malattia nervosa che con il tempo lo costringerà ad abbandonare i pennelli.

    Nel 1948 la Biennale di Venezia gli dedica un’altra grande personale nella quale vengono esposte trenta opere che raccontano il suo percorso artistico dal 1926 all’anno dell’Esposizione. Tra i lavori troviamo Natura morta con penna, Il soldatino, Interno. Via Rugabella, Natura morta con Melone, Rio dei mendicanti, Fiori, Modello in riposo, Notte di luna, Il giardino del Lussemburgo, Vaso di fiori e Paesaggio – Saint Germain de Près. In quest’occasione rimane però molto deluso dal suo Paese che non gli consegna il Gran Premio della Giuria per l’arrivo di un telegramma da Roma che ne proibiva il conferimento per la sua dichiarata omosessualità. 

    Le sue condizioni fisiche si aggravano repentinamente, viene ricoverato in diverse cliniche, ma la situazione non migliora, arrivando anche ad una semiparalisi degli arti che gli impedirà di dipingere. Scompare a Milano nel 1956.

    Emanuela Di Vivona

     

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