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Gaetano Previati

( Ferrara 1852 - Lavagna 1920 )

Pittore

    Gaetano Previati

    I suoi quadri pieni di sentimento e di verità, hanno figurato a varie Esposizioni. A Torino, nel 1880, si rese noto con due buoni lavori: “Gli ostaggi di Crema”; “Cesare Borglia a Crema”; a Milano, nel 1881, inviò un quadro di genere: “Preferenza”; “Cristo Crocifisso”; “Abelardo”; “Alla porta dell’harem”, pure di genere; a Milano, nel 1881: “Cristo Crocifisso”, già presentato l’anno avanti; nel 1883: “Un angolo del solaio”; “Maggio”; “Venditrice”. Alla Mostra di Roma del 1883, espose: “Angeli”; “Un novembre a Ferrara”; a quella di Torino del 1884: “Oporto”, “Maggio”, “Prima comunione”; “Crepuscoli”; “Aurora”; “Mercato d’erbe”; “Suonatori”; “Storia di un nudo”; “Studio”, dei quali gli ultimi quattro erano acquarelli; a quelle di Milano e di Torino, nel 1886-87: “Tiremm innanzi”.

    A proposito di quest’ultimo quadro, ecco quanto scrive nel suo libro intitolato ‘Ars’, Lorenzo Benapiani: «Egli è stato bene ispirato a ritrarre sulla tela questo episodio della dominazione austriaca in Milano. Antonio Sciesa si avvia calmo, sicuro alla morte, in mezzo alla stupefatta curiosità de’ suoi esecutori. Il “Tiremm innanzi” del forte popolano resterà una di quelle risposte che, nella loro sublimità di eroismo e di abnegazione, non hanno neanche bisogno dei lunghi capitoli victorhughiani sulla famosa esclamazione di Cambronne. Bella, nella sua calma rassegnazione, la figura dello Sciesa. Il Previati è stato felice nell’aggruppare e atteggiare i soldati, dei quali, dalle fattezze del volto, anche se non avessero la bianca assisa si riconoscerebbe facilmente la origine.

    Si capisce che la ristrettezza del tempo ha impedito al distinto pittore di spiegare tutta la sua valentia sul lato destro del grande quadro. Ciò nullameno, è un’opera gagliarda che fa onore al patriottismo dell’ardito Previati, e che figurerebbe a meraviglia nel civico Museo del Risorgimento Italiano». A Venezia, nel 1887, espose un altro bel quadro “L’Haschich” e a Bologna alla Esposizione Nazionale di Belle Arti del 1888 aveva: “Cristo e la Maddalena”; “Oporto” e “Le fumatrici di haschisch” stupendi lavori che gli accrebbero fama grande e ben meritata. Terminiamo questi cenni biografici del Previati riportando il giudizio che dà di lui Virgilio Colombo nel suo libro ‘Profili Biografici’: «I lavori di queto artista rivelano la sua spiccata natura michelangiolesca, ardita, fiera, ricercatrice di effetti nuovi e strani.

    Tale è Previati, nobilmente altero, colto, taciturno; il volto pensieroso illuminato spesso da un risolino satirico, gli occhi pieni di una ferrea volontà; consigliere giusto e pazientissimo dei suoi buoni amici, egli non appartiene intieramente al passato nè alla scuola Moderna; di quello ha i grandiosi concetti, di questa la forma.

    E’ miglior colorista che disegnatore; dipinge come sente, e dipingendo è più sopraffatto dal proprio ideale che non dalla verità, a quello sacrifica guadagno, salute ed onori, compensandosi col sentimento della sua artistica indipendenza. Ama le grandi tele; egli prova il sogno di occuparle tutte; i suoi quadri sono drammi in cinque atti con prologo.

    Quando disegna una tela traccia le figure così grandiosamente, che poi gli tocca cancellarle, perchè esse escirebbero dalla cornice. Peccato ch’egli viva in tempi in cui non ci sono più i grandi quadri a parete e sulle ruine dei castelli e dei monasteri sono sorte le villeggiature dei borghesi come scatole di confetture, come nidi di passeri! ».

    E ‘Primo’ nel suo volume intitolato ‘l’Arte a Torino’, pubblicato nell’anno 1881, durante la Esposizione tenuta colà, scrive: «Previati, che nel suo gran quadro “Borgia a Capua”, si è lasciato troppo impressionare dalle fantasmagorie del Mackart; dimostra ìn quello stesso quadro una così potente fantasia, e nel bozzetto “Gli ostaggi di Crema” una conoscenza così perfetta ed efficace del vero, da far sperare in lui un ingegno capace d’illustrare fra breve l’arte italiana.

    Egli è giovanissimo, eppure già non sente le dande scolastiche; immaginazione che non ha che da saper frenarsi, per raggiungere gli effetti sinceri; serietà che non può che crescere; ispirazione che certo si farà più solida e sicura». AGGIUNTE del 1892: Pittore emiliano, del quale già parlammo, espose alla ultima Mostra triennale di Brera un quadro dal titolo: “Maternità” che suscitò vive polemiche e che merita di essere ricordato.

    Crediamo perciò utile riportare quanto a proposito di tale opera scrivevi un critico nella ‘Cronaca dell’Esposizione triennale’: «Nelle prime tre grandi sale del piano superiore sono radunate opere di maggior mole, e molte, e molte fra quelle della maggiore importanza. Subito nella sala ‘L’ si presenta di faccia al visitatore il quadro più discusso, più violentemente attaccato e col maggior entusiasmo difeso, della Esposizione: “Maternità” di Gaetano Previati.

    Chi pretende leggere a prima vista nel quadro, che è per di più collocato poco favorevolmente, credera trovarsi davanti ad un enigma, un rebus che si tratti di indovinare. Ma chi non disdegnerà di lasciar passare la prima impressione e non temerà la fatica di abituare l’occhio alla fattura troppo visibile, specialmente perchè diversa dalla solita, non potrà a meno di subire la potente suggestione che da quest’opera pensata e sentita, emana.

    Dapprima l’occhio s’impressiona gradevolmente del chiarore diffuso che sembra avvolga le figure scendendo dal mezzo della parte superiore della tela. Dolci, come il chiarore, fuor dal quale a poco a poco si vanno svolgendo, sono le attitudini delle figure, tutte curve, o chine, o ginocchioni, innanzi a una figura centrale. Ciò che ha voluto dare il pittore non è l’apparizione esteriore della maternità, riassunta in un fatto umano semplicemente; è piuttosto la visione simbolica – resa nel campo delle impressioni visive – dell’amore materno; una delle più grandi leggi naturali, che valgano a conservare la specie.

    A pie’ d’un albero, in mezzo, carco di frutti, una donna siede, una madre che avvolta pudicamente in un manto offre il seno al bambino. Pare che dietro a lei la luce emani e illumini dolcemente il colle erboso e fiorito sul quale grandi angeli dalle lunghissime ali raccolte stanno in atti tra l’adorazione e la preghiera.

    Con la luce, le forme e il colore, Gaetano Previati ha voluto dare non l’evidenza materiale di una madre che allatta il bambino, ma suggerire la sensazione profonda che tal vista suscita; e a ciò mira tutta la composizione. Se l’evidenza materiale degli elementi scelti dal pittore a suscitare tale sensazione non è riuscita sufficiente, sia nel disegno che nella tecnica in generale, ciò non deve far giudicare leggermente l’idea dell’opera che è fra i più notevoli tentativi di questo ultimo decennio».

    E il valente critico A. Sperelli, sempre nello stesso giornale, dopo le violenti discussioni sollevate da quest’opera, scriveva quanto segue: «Il significato dell’opera di Gaetano Previati è grande; è sintomo preannunziante un’epoca nuova, un’evoluzione imminente di quell’arte che la luce adopra come utensile pel minuto lavoro. “Maternità” è una visione poetica soprattutto. Ma il senso che la parola, o meglio, la parola fusa nelle dive forme di una lirica, all’uomo suscita, il pittore ha voluto suscitare a chi guarda con l’eccitazione varia della retina.

    Non è, come in molti quadri accade, che la riproduzione materiale delle forme s’umilii a materializzare le immagini vaghe suscitate dalle parole. E’ invece quel tanto della forma, e del colore, e delle luci, che nelle parole non può essere contenuto, che suscitato dal divino spettacolo della “Maternità”, l’artista tenta suscitare coi mezzi delle forme, del colore, della luce.

    So ben io, che la forma non vi parla il puro linguaggio dei capolavori, che il colore si subordina all’intento generale fino a comparire; che la luce appare pura essendo il linguaggio più chiaro dell’opera velata attraverso lo sforzo fatto per ottenerla. Ma il progredire della pittura, come di ogni arte, è fatto di due fenomeni progressivi paralleli: dello svolgersi dei mezzi di estrinsecazione nell’artista, e dello svolgersi delle facoltà di percezione, nel pubblico.

    Ed è un non grande sforzo di adattamento che l’artista, nella “Maternità” ch’io vorrei chiamare, secondo l’intento lirico, “La visione della Maternità”, chiede, a chi guarda: Chi vince questo sforzo può dare, e deve, se ha senso d’arte, una corona all’opera. Non sarà forse la corona di lauro del vincitore; ma certo fra le palme del martirio, che le spettano, un ramoscello di lauro egli dovrà intessere».

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