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Pittore

Giovanni Segantini


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Giovanni Segantini

( Arco 1858 - Schafberg 1899 )

Pittore

    Giovanni Segantini

    Pittore trentino, nato ad Arco il 15 gennaio 1858 da povera gente.

    La sua vita è un vero romanzo.

    Privato in tenere età dei genitori, andò a Milano presso una sua parente; ma dopo pochi mesi volle cercare fortuna in Francia e a piedi intraprese il viaggio, soffrendo non poche volte i tormenti della fame.

    Non gli riuscì di terminare il viaggio, e un fattore impietositosi di lui, lo tenne con sè come guardiano di porci, e il povero Giovanni dovè accontentarsi di quella vita per molti mesi.

    Tuttavia nei lunghi ozii del suo mestiere, l’istinto di artista si manifestava sempre più in lui, e un giorno disegnò con pezzetti di mattone e di carbone un porco, il migliore del suo gregge.

    Fu una rivelazione: i villani che ritornavano dal campo, cominciarono a soffermarsi dinanzi a questa meraviglia; la voce si sparse in un momento pel paese, trassero sul luogo tutte le autorità e il nuovo Giotto venne portato in trionfo, e il sasso caricato sopra un carro portato al Municipio.

    Il Segantini volle allora ritentare la fortuna e tornò a Milano, dove più tardi incominciò a frequentare la scuola d’ornato a Brera, riportando vari premi.

    La sua pittura, dice un critico, è piena di attrattive e di difetti, di deficienze e di esuberanze, è il portato insomma di un ingegno che ha tutte le espansioni e le audacie di una gioventù spensierata ma rigogliosa; di un ingegno cresciuto di virtù propria, senza vincolo di precetti scolastici che spesso modificano quando non soffocano la originalità della ispirazione.

    “Il Coro di Sant’Antonio” fu il lavoro che gli procacciò una grande stima fra gli artisti, e gli diede mezzo di poter lasciare l’Accademia nella quale poco gli sarebbe rimasto da imparare.

    Questo quadro che fece conoscere per la prima volta il giovane artista, è un lavoro veramente magistrale.

    La luce cade da un vasto finestrone e investe gli stalli, passando dinanzi ad un vecchio quadro, le cui figure traspaiono con effetto sorprendente da dietro il grigio velo dei raggi.

    L’ambiente è assai indovinato, il rilievo evidentissimo, le ombre sentite; un chierichetto nano aggiunge vita alla scena.

    Questo quadro venne messo nella terna pel premio Principe Umberto.

    “La Tisi Galoppante” è un quadro che infonde una grande tristezza nell’anima e dà quasi un senso di raccapriccio; “La Ninetta del Verzee”; “Il naviglio di San Marco”; “Le stelle del mattino” in cui l’effetto di luce è stupendo; “In un tramonto” e “Dopo il teatro” sono lavori bellissimi e che hanno reso il nome del Segantini carissimo all’arte.

    Altri stupendi dipinti del Segantini furono oggetto di grande ammirazione alla Permanente di Milano.

    Così nulla è più grandioso di quella scena: “Dopo un temporale sull’Alpe”; nè minore solennità è nella “Ultima fatica del giorno”.

    Nelle “Due madri” è rappresentato un pensiero alto e gentile; la glorificazione dell’amore materno.

    In questa tela è ammirabile la intonazione ed il rapporto del colore fra la tinta del cielo illuminato dagli ultimi raggi del sole, e le masse oscure del terreno già immerse nella penombra: è nel quadro una maniera che ricorda la grandiosità dell’antica pittura.

    L’opera migliore del Segantini è “Il reddito del pastore” che tosa una pecora pazientemente distesa su un mucchio di lana che prima di lei hanno deposto le sue compagne.

    Altra scena mestissima è il “Bacio alla croce” pieno di gentilezza e che conferma ancora una volta la valentia del Segantini nell’arte pittorica.

    Del Segantini abbiamo moltissimi altri lavori, dei quali riferiamo qui i titoli: “Vuota”, quadro che è ora di proprietà del signore Giò Batta Torelli: “Allora”; “Oggi”; “Raccolta di Bozzoli”; “lmpressione di vento”; “Al Guado”; “Stalla”; “Babbo è morto”; “Ita tua benignissima miseratione hau armenta custodire”.

    Alla “Stanga”, quadro premiato con medaglia d’oro all’Esposizione internazionale di Amsterdam, nel 1886.

    Inoltre: “Sole d’Autunno”; “La Tosatura”.

    Quest’ultimo quadro fu premiato con medaglia d’oro ad Anversa, ed è importantissimo per qualità eminenti; ne è ora proprietario il cav. Grondone di Milano.

    Espose, nel 1887, a Venezia, una pittura mirabile: “Ave Maria”, premiata con medaglia d’oro all’Esposizione di Amsterdam, nel 1883, ed ora n’è proprietario il signor A. Grubiey; insieme a dodici “Studi” pregevolissimi.

    Ottenne un’altra medaglia d’oro a Parigi coll'”Abbeveratoio”.

    Riportiamo qui alcuni giudizi di critici d’arte sulle pitture del Segantini.

    Così si esprime un critico, nella Commedia Umana:

    «La pittura del Segantini va considerata non quale artifizio creato dallo studio, ma come manifestazione di un’indole artistica che sfugge alle norme comuni, e si crea un ambiente individuale.

    Individualità che è la nota caratteristica della sua opera: egli va preso per quello che è, non per quello che potrebbe essere, e si può desiderare che le sue facoltà artistiche vengono poste a servizio di un’arte più moderata e corretta, ma queste facoltà non si possono bandire e tanto meno negare.

    Ho detto del desiderio di un’arte più corretta, giacchè il lato debole del Segantini è specialmente nella deficienza della esecuzione manuale: nello sprezzo ribelle della forma che spinge la scorrettezza del disegno a tal punto, che urta il sentimento del vostro occhio, e turba a tal modo la serenità del vostro giudizio da fuorviarne la primitiva impressione.

    Difetto che in gran parte deriva dalla forza giovanile di una fantasia ardente che forma un pensiero, un episodio, una veduta sulla tela senza soverchia preoccupazione della forma, la quale nella lotta faticosa della creazione artistica resta troppo spesso e di troppo soccombente, portando così un grandissimo squilibro alla armonia della composizione.

    Però dimenticata per un istante questa pecca che pure è gravissima, ma che il tempo e lo studio, potranno in tale ingegno facilmente cancellare: fate astrazione da simile questione affatto tecnica, ed osservate il quadro per sè stesso, il quadro come scena pittorica e come idea informatrice.

    Ed allora chi è che non si sente compreso, come avviluppato da quel sentimento di poesia, d’ingenuità, di malinconia e a volte di grandiosità che spira da quelle tele, nelle quali ha il Segantini descritto i mille episodi della vita povera, umile, volgare della gente di campagna?

    La monotona esistenza di quella poverissima gente, vita senza contrasti e senza passioni che tutta si svolge nel faticoso lavoro che ne riempie le lente giornate, è ritratta in tutta la sua primitiva semplicità con somma ingenuità di espressione e di forma, ma non priva di quella maestà che vi apporta il sentimento della natura, per cui il più umile episodio si eleva a forma d’arte».

    Nella Cronaca di Belle Arti, A. Bersellini così scrive del Segantini:

    «Eccolo il forte artista, quello che come pochi ha lottato per giungere, lanciando al pubblico arditamente la sfida, e dopo averlo conquistato, dopo averlo commosso con una serie d’opere insigni si sottrae ad esso, quasi disprezzando il plauso ottenuto, e lasciandolo sempre in aspettazione di altre opere, onore dell’arte nostra.

    Giovanni Segantini, lassù, a 1,600 metri sul livello del mare, in Val d’Albola, fra le montagne dei Grigioni, circondato soltanto dalla sua famiglia, ha quasi dimenticato il mondo che rende tanto dure le lotte per la vita e per il raggiungimento del più puro ideale.

    Riuscire, imporsi, non arrampicandosi dietro il successo, ma strappando alla natura i sentimenti più elevati, rendendo brani di cielo di una limpidezza non conosciuta, tolti lassù ad una altezza quasi prodigiosa, dove tutto è trasformato, dove (lontano da ogni sorta di rumore, da qualsiasi preoccupazione, che possa derivare o dal pubblico, o dagli artisti), il pittore si sente proprio solo davanti all’opera sua, ch’egli stesso giudica col confronto immediato e terribile di ciò appunto che ha voluto ritrarre, insoddisfatto sempre ove l’intento supremo non sia raggiunto.

    Ed è questo cui il Segantini ha sempre mirato: fare scorrere nei suoi quadri la vita vera delle cose, rendere la natura col suo sentimento, coll’anima sua prestare sangue e muscoli agli esseri animati, ritratti sulla tela, farvi circolare l’aria, farvi splendere la luce; fare il quadro insomma vivo e parlante.

    Ottenere, raggiungere questo, ecco lo scopo dell’opera di Giovanni Segantini.

    S’egli v’è riuscito, se vi riesce sempre, è perchè ha avuto la grande virtù di sottrarsi al successo volgare, sprezzando il mercantilismo di qualunque genere, non volendo sapere di nulla se non dell’opera sua».

    Ci piace riferire ancora quanto scrive P. G. Molmenti, nel ‘Fanfulla della Domenica’:

    «Del Segantini, pittore originalissimo, ci sono all’Esposizione cinque quadri ed una raccolta di disegni.

    Questi ultimi, a dir vero, sono una troppo manifesta imitazione del Millet.

    Ma dinanzi al quadro che ritrae un vasto prato di montagne con le vanghe ‘alla stanga’, l’altra una mucca all’abbeveratoio, io trovo una serietà d’indirizzo, che cerco invano in molti altri quadri lodatissimi.

    Ma intorno al nome del Segantini, come intorto al nome di coloro, che hanno ingegno singolare fervono impetuose le dispute.

    Certo, alcune sue tele sembrano arazzi, tanto è freddo ed argentino il colorito, tanto in sulle prime, sembrano sbagliati i rapporti.

    Anche i contorni degli animali e delle cose sono eccessivamente rigidi.

    Ma dopo esser tornati più volte davanti a questi quadri, si finisce per comprendere l’intimo sentimento, si finisce per ammirare questo artefice, che va solo per vie non battute, sdegnoso d’ogni effetto e d’ogni lode volgare, non avendo se non la cura di rendere l’impressione del vero, così com’egli la sente, piena di poesia e di mestizia.

    Egli esce con la mente dai ristretti confini dell’odierna arte italiana, e in tutta l’opera sua, così fieramente combattuta, si espande una tranquillità affascinante, una sobrietà eguale e costante».

     

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