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Pittore

Giovanni Zangrando


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Giovanni Zangrando

( Trieste 1867 - 1941 )

Pittore

    Giovanni Zangrando

    Scorcola Coroneo è un poco il ‘Buen Retiro’ di Giovanni Zangrando per il quale il suo studio in città non ha quasi importanza.

    Egli se ne vive tutto il giorno lassù nel giardino della sua villa o nei boschi vicini a contatto con la vita della natura, respirando a pieni polmoni il verde e l’ossigeno, felice come un uomo primitivo, direi quasi, felice come un bimbo: più felice forse di suo figlio Tullio che raccoglie tutti i passerotti senza mamma.

    E un uomo ingenuo, aperto, sincero: si legge nel suo cuore la bontà e la giovialità: guardandolo e sentendolo vivere nella libertà della campagna m’è parso di ritrovare in lui una dolce somiglianza fisica con Giovanni Pascoli: il mondo, il caffè, la vita stupida della città non lo attrae: dipinge non per lavorare ma per divertirsi.

    Se non dipingesse non potrebbe vivere.

    Se non se ne andasse di giorno, per i boschi di Scorcola Coroneo con la sua cassetta sotto il braccio e non si fermasse sul margine d’un fosso a dipingere la luce di quel momento, la colorazione di quell’albero, il contrasto d’un verde con l’azzurro del cielo, e la gioia d’un mandorlo in fiore, forse Giovanni Zangrando avrebbe perduto lo scopo della vita.

    Sarebbe un uomo inutile a sè stesso.

    Tra i bozzetti e gli schizzi che ho visti nel suo studio e quelli che ho visti nel salone della sua villa c’è da riempire tutto un museo: e son tutte cose belle, brevi, impressioni d’un momento, d’un attimo fuggevole, fissate sulla tavoletta o sul cartone con una freschezza invidiabile di concezione, con una giovinezza di sentimento, con una ingenuità di fanciullo.

    Giovanni Zangrando, per conoscerlo, per capirlo, per rubargli l’anima bisogna vederlo così, bisogna studiare i suoi bozzetti.

    Se si guardano i suoi quadri egli non è più sè stesso, perde il suo carattere e la sua personalità si vede il pittore di maniera, che fa bene, che compone e che dipinge bene perchè «ha la mano» ma che non sente più la vita all’aperto.

    Se la frase non fosse vieta e ritrita direi che Giovanni Zangrando è un poeta.

    Ma si dice così di tutti e non ne vale più la spesa: forse è meglio e più giusto dire che è un uomo dal sentimento fresco, zampillante.

    Guardando questi bozzetti – questi ultimi specialmente – io ho avuto un’impressione: come se mi fossi trovato all’improvviso in una di quelle fresche grotte montanine e tutto odorasse d’acqua fresca e di capelvenere tremolante.

    E’ così: quest’uomo che chiacchiera volentieri, che ama la barzelletta, che è il vero tipo della simpatica «macia» triestina, non si farà mai capire se esporrà soltanto quadri: dovrebbe esporre tutti i suoi studi, i suoi bozzetti, i suoi schizzi: solo così metterebbe a nudo la sua anima artistica.

    Studia per fare dell’arte e per divertirsi, studia la natura, guarda per ogni verso, in ogni ora, col sole sfavillante, con luce madreperlacea dell’alba, con il caldo languore del tratto, proprio come un innarnorato guarda la sua amante, le fissa gli occhi belli, scruta i riflessi dei suoi capelli e guarda il tremolio desideroso della labbra.

    E fa cose nel più semplice modo sincero, onesto: avvicinarsi al vero, cogliere la «psicologia vegetale» d’un bosco, d’un prato, d’un albero, perchè anch’esse queste cose vegetali, hanno una psicologia.

    Ma non ha il preconcetto del colore: ha solo, forse, il preconcetto di fare il vero come lo sente e come lo vede perchè fare press’a poco il vero si può ma fare il vero è difficile.

    Ed è strano che nessuno di questi suoi «veri» presenti il più piccolo elemento fotografico, tutti sono l’uno differente dall’altro.

    Sono soltanto i quadri che si somigliano fra loro perchè hanno una formula di colore, perchè l’artista sa che il cielo è azzurro, che l’erba è verde, che il pesco fiorito è roseo e li dipinge con l’azzurro, con il verde, con il roseo.

    Invece Giovanni Zangrando sente il colore in un altro modo – che è forse il vero modo di sentirlo e di vederlo, impressionisticamente – senza una formula, e butta giù una pennellata che è quel colore, che è quell’impressione, che è quella visione.

    Tagliate fuori un poco di quel verde, un poco di quel rosa d’un vestitino di bimba e vedrete che è tutto fuor che verde o che rosa.

    Ed è questa la magia del suo pennello, l’incantesimo del suo colore, lo stratagemma della sua tecnica.

    Magia, incantesimo, stratagemma di ingenuità apparente che non si potranno, però, raggiungere se non dopo un lungo studio ed una costante pratica.

    E’ il rapporto dei toni e dei colori: anzi alcuni bozzetti non sono altro che uno studio accennato di questi rapporti: la forza e la virtuosità della sua tecnica.

    Qualcuno, forse, chiamerebbe Giovanni Zangrando un paesista.

    Ma io credo – anzi sono persuaso – di non fargli torto, ma più ancora di rendergli il suo vero merito se non lo chiamo così.

    Bisognerà, forse, che mi spieghi.

    Paesista, nel concetto comune dell’accettazione, è colui che fa un paesaggio, che lo compone, che lo rifinisce, che lo fa evocatore e suggestivo.

    Hanno fatto così Monet, Carcano, Segantini, Antonio Fontanesi e lo stesso Fragiacomo; invece – o forse io mi sbaglio – Giovanni Zangrando non si cura di comporto, di essere un suggestivo evocatore per pregiudizio e per preconcetto: insomma non vuol fare del paesaggio, non è paesista.

    Siamo sempre alle solite: all’impressionismo: ma a quello sano impressionismo è nato conte reazione del freddo rinascimento, che era il trionfo della fede nella cosa per sè stessa.

    Un’idea analizzatrice, quindi, che tendeva a ravvicinare l’arte caduta in una forma di naturalismo esasperante.

    E gli si disse ch’era mancante di mentalità perchè l’artista si riprometteva in primo luogo una rappresentazione della natura del tutto passiva, respingendo gli impulsi della sua vita interiore.

    Non è vero: l’impressionismo rappresenta sempre un altro passato, attraverso una elaborazione mentale.

    Spinto all’eccesso, alle ultime forme, ha prodotto il futurismo e l’espressionismo; contenuto nei giusti limiti è la più vera e la più giusta espressione d’arte.

    Dunque: Giovanni Zangrando non è un paesista: è forse, ed ora, dopo quanto ho spiegato, posso dire la parola: un impressionista del paesaggio.

    E, infatti, che cosa sono tutti i suoi bozzetti di Scorcola Coroneo, di Siena e di San Giminiano?

    Non del paesaggio, ma delle impressioni dal vero, dei rapporti di colore, dei momenti di luce, fermati, fissati, eternati.

    Coi minori mezzi ottenere il massimo risultato; ma coi minori mezzi onesti, ben inteso: quindi amiche Giovanni Zangrando in quanto attua questo suo concetto è un artista dell’accenno, come ho detto di Gino Parin.

    Basti, a dimostrare ciò, rilevare come alcuni suoi studi non hanno, a volte, che due toni: ma questi due toni dicono tutto, esprimono tutto, danno tutta la impressione.

    Avvicinate l’occhio alla tecnica di questi due toni e non vi sembreranno che una cosa meschina, che una cosa di manchevolezza: allontanatelo ed avrete l’effetto.

    Ecco la sua virtù.

    E non è talento ancora; ma è lo studio e il tirocinio: non tutti i pittori di talento fanno delle cose piccole ma belle come queste di Giovanni Zangrando.

    E lo stesso carattere hanno anche i suoi bozzetti di Trieste.

    Piazza dell’Unità in una fredda mattina, ravvolta tutta come in un colore perlaceo, il porto, le vie, gli angoli più belli e più tristi: come ha colto il «momento» della campagna, così ha colto il «momento» della città.

    E in Giovanni Zangrando tutto è sempre nuovo, le sue impressioni si rinnovano di momento in momento: lo stesso angolo di bosco o la stessa via della sua Trieste non saprebbe renderli, due volte, nelle stessa sensazione.

    E qui è tutta la freschezza della sua anima, tutta l’agilità della sua mente, ch’egli trova all’aperto «mastruzzando» il suo mezzo toscano, ridendo, e facendo ridere gli amici.

    Giovanni Zangrando è giunto a quest’ultima espressione a tra verso il suo molto lavoro: è un frutto di abilità, oltre che di

    gioia del lavoro.

    Ha studiato a Venezia e a Monaco e ha vinto – nel 1893 il premio Rittmayer, con un quadro intitolato «Triste maternità».

    Un brutto quadro – egli dice, – un orrendo quadro che ora si vergognerebbe di fare.

    E ricordando quest’epoca lontana di sua vita aggiunse questo salace particolare: visto di lontano, i titolo del quadro scritto sulla targhetta pareva dicesse invece che «Triste maternità» : Trieste marittima!

    Poi fu a Roma in grande amicizia con Cesare Pascarella che scrisse molta parte della sua «Scoperta dell’America» nello studio di Giovanni Zangrando a via Margutta; là concorse a un premio nazionale con il quadro «I naufraghi» che fu quotato subito dopo il vincitore: Umberto Coromaldi.

    E durante la guerra fu profugo a Firenze con altri due caratteristici tipi di triestini: Antonio Pittani – ‘Piero Vis’ciada, il mobile cuore – e Flaminio Cavedali, bucn poeta di versi dialettali.

    Ora Giovanni Zangrando se ne vive nella sua villa di Scorcola, fra il verde e la gioia.

    E fra l’arte: perchè egli dipinge, la sua signora anche e la sua cognata, Rosa Schmidt – una bionda figura d’intelligente pittrice, fiorisce tutta la casa dei più dolci e dei più voluttuosi fiori.

    E i figli di Rosa Schmidt spandono, per tutto, più che la fragranza del loro profumo, la fragranza armoniosa del loro vivo colore.

    Sono tutta una voluttà di colore, che penetra negli occhi e li abbalia, che s’infiltra nella carne e dà il fremito d’una carezza.

    Sono i fiori di Bruno Croatto, perchè Rosa Schmidt è una sua allieva, ma fatti da una mano femminile e sentiti da un cuore di dolcezza: e la casa è tutta una festa d’arte e una fonte di gioia: i bozzetti di Giovanni Zangrando, i lavori della sua signora, i fiori di Rosa Schmidt, i passerotti di Tullio e il biondo riso di Magda gentile che ride dentro i bozzetti dello zio e a canto al muso del somarello grigio …

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