OPERA NON DISPONIBILE
OPERA NON DISPONIBILE

Giulio Aristide Sartorio

(Roma 1860 - 1932)

Lo spurgo del canale a Terracina (1929)

Misure: cm 100 x 110

Tecnica: olio su tela

Firmato in basso a destra: “G. A. Sartorio Terracina MCMXXIX”

Esposizioni: Milano, Galleria Pesaro, 1929, n. 88 (Gli ultimi bufali a Terracina); Roma, 1933, n. 159, tav. L; Milano, 1934, p. 20, n. 15; Roma, 1961, n. 126, tav. XXVI; 1980 Roma, n. 34; Velletri, 1983; Latina, 1987, n. 7; Terracina, 1995, n. 53; Roma, 2001-2002 Roma, tav. CXXII.
Bibliografia: Mostra personale di G. A. Sartorio, Milano, 1929, n. 88, p.n.n.; Mostra delle pitture di Giulio Aristide Sartorio, Roma 1933, p. 65, n. 159, fig. L; G Nicodemi, Mostra delle opere di G. A. Sartorio raccolte da Marga Seville Sartorio, Milano 1934, p. 20, n. 15; F. Sapori, I Maestri di Terracina, Roma 1954, p. 24; Mostra di Giulio Aristide Sartorio (1860-1932) nel centenario della nascita, Roma 1961, p. 41, n. 126, fig. XXVI; A. Cipriani, Sartorio, Roma 1978, p. 18, n. 58; AA. VV, Giulio Aristide Sartorio 1860-1932, Roma 1980, p. 66, n. 34; Giulio Aristide Sartorio. Immagini della pianura Pontina. Olii, litografie, acquerelli, a cura di R. Lucchese, Velletri 1983, p.n.n; Giulio AristideSartorio nell’Agro Pontino, a cura di A.F. Cataldi Villari, Latina 1987-1988, p. 67, n. 7; G.R. Rocci, in Pio VI, Le paludi pontine, Terracina, Terracina 1995, pp. 536-538, n. 53; P.E. Trastulli, in La Campagna Romana. Da Hackert a Balla, a cura di P. A. De Rosa, P. E. Trastulli, Roma 2001-2002, ca. mostra, Roma 2001, p 230, n. 122, fig. CXXII; Giulio Aristide Sartorio 1860 – 1932, a cura di R. Miracco, Firenze 2006, pp. 244 – 245.

 

Sempre intenso è stato per Giulio Aristide Sartorio il richiamo della campagna romana.
«Aristide Sartorio tornava sempre a Terracina, e per quelle spiagge infiammate di luci coglieva, co’ suoi pennelli dotati, instancabili, gli effetti del sole sulle acque stagnanti dei canali e sulle mutevoli ondine del lido»[1]. Così scrive Francesco Sapori nel 1935, ricostruendo il rapporto di Sartorio con la campagna romana, precisamente con l’Agro Pontino.

Un soggetto amatissimo per tutto l’arco della sua produzione e da cui sa trarre i risultati più cangianti, tanto da dedicare interamente alla campagna romana la sua mostra personale alla Biennale di Venezia del 1914. Lembi desolati o animati di paesaggio laziale, interpretato in tutti i suoi aspetti più iconici o arcani, costellano tutte le fasi pittoriche di Sartorio come un fil rouge che parte dalla giovinezza – in seno all’esperienza con In Arte Libertas – momento in cui la campagna romana, vista come stato d’animo, assume un’intonazione idealizzata, simbolica, melanconica, fino agli anni Venti, quando l’agro viene osservato e interpretato nella sua accezione verista, ma con accenti sempre intimi e personali, poetici, finanche epici: «La verginità melanconica di quelle distese insalubri, la libertà selvaggia, infinita, lo chiamano di continuo»[2]. Un genius loci laziale, denso di storia e memoria che, seppur nella modernità, rimane in stretta connessione con i suoi abitanti, i contadini e i pastori, le greggi e le mandrie di bufali, con i suoi antichi costumi e ritmi ancestrali. A questa dimensione idilliaca ma anche mitica o eroica si può ricondurre la rappresentazione ciclica di alcuni gesti ed episodi colti tra le paludi pontine, come Lo spurgo del canale a Terracina, olio su tela eseguito nel 1929, soggetto su cui già l’autore aveva dedicato attenzione dall’inizio del Novecento.

Nelle due opere presentate alla Biennale di Venezia del 1899, Sartorio già immortalava il simbolo dell’Agro Pontino, i bufali, strettamente legati all’ecosistema paludoso del luogo. Questi animali svolgevano da secoli un ruolo fondamentale nella gestione dei canali: in primavera ed estate, la folta vegetazione palustre ostruiva il giusto decorso delle acque, rendendole stagnanti e ostacolando il prosciugamento e la coltivazione delle aree asciutte. Venivano così impiegati i bufali, opportunamente guidati dai mandriani, che con la forza del loro movimento, delle zampe e degli zoccoli, riuscivano a liberare i canali dalle erbe acquatiche.

Come nelle opere di soggetto simile eseguite tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, Sartorio, in questa grande tela del 1929 esprime a pieno il rapporto immutabile tra uomo e natura e lo fa in maniera grandiosa, adottando una pennellata veloce, ricca e intrisa di luce, che bagna non solo le acque del canale da cui fuoriescono le teste dei bufali, ma anche le sponde e le figure in costume tipico, quasi sacre, avvolte nelle vesti bianche come contadini berberi – suggestioni dal viaggio che da poco aveva fatto nel Mediterraneo. Particolarmente affascinante il mandriano a riva, che alla stregua di un mistico sacerdote appoggiato al suo bastone, tiene d’occhio ancora una volta i bufali che attraversano le acque per purificarle dalla vegetazione. Il taglio fotografico della composizione, la disinvoltura nella narrazione di un episodio tanto conosciuto, osservato e riprodotto, l’assoluta padronanza tecnica fanno di questa rappresentazione non solo una testimonianza storica dei riti e delle usanze di Terracina – negli anni in cui era uno dei territori interessati dalla bonifica, ma anche e soprattutto della fascinazione mitica che paludi pontine hanno sempre esercitato sugli artisti di ogni epoca e che Goethe, nonostante il timore della malaria, attraversò e apprezzò durante il suo grand tour.

[1] F. Sapori, I “maestri” di Terracina: Aristide Sartorio, in “La conquista della terra. Rassegna dell’Opera nazionale per i combattenti”, settembre 1935, p. 33.

[2] Ivi, p. 31.

Elena Lago

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