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Pittore

Giuseppe Amisani


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Giuseppe Amisani

( Mede Lomellina 1881 - Portofino 1941 )

Pittore

    Giuseppe Amisani

    Studiò con Cesare Tallone presso l’Accademia di Brera e prestò si affermo’ come raffinato interprete della ritrattistica dell’high society lombarda, grazie ad una tecnica postimpressionista veloce e luminosa. Rappresentatitivo in questo senso il Ritratto dell’attrice Lydia Borrelli.  Si dedicò anche al paesaggio ed alla raffigurazione delle scene orientaliste. Tra le opere esposte ricordiamo: Bimba al sole, Natura morta, Berretto grigio, Sulla spiaggia, Il libro delle fate,

    Il putto, La veste giapponese, Quartiere El Wassa e Tipo arabo. Non ricordo che Giuseppe Amisani si sia mai presentato al pubblico sovrano, armi e bagaglio, con un gruppo d’opere così numeroso: nemmeno negli anni di cuccagna che sono appena trascorsi e paiono già lontanissimi, quando ogni artista si buttava a metter su la sua brava mostra personale, e le case dei nuovi ricchi erano tutta una quadreria.

    Ma se anche questa esposizione non fosse precisamente la prima ch’egli si dedica, sarebbe pur sempre un avvenimento raro nella sua vita di pittore, e raro è dunque anche per il pubblico, che dopo averlo seguito saltuariamente nelle mostre collettive, dove i suoi quadri poterono suscitare consensi e dissensi, ma non passarono mai inavvertiti, oggi giudica e gusta attraverso una serie d’opere folta e compatta, espressione del suo talento maturo e della sua compiuta personalità.

    A raggiunger la quale, per quello ch’io so de’ suoi studi e della sua vigilia, non ritengo che si sia molto affannato. Amisani è di quegli ingegni felici che pervengono alla pienezza delle facoltà loro non dico inconsciamente, ma neanche per un lento e laborioso processo d’autocritica, cioè di dubbi e di perplessità.

    Calzini lo ha definito un “istintivo”. Certo, la sua regola d’arte, la sua tattica di guerra per vincere le piccole quotidiane battaglie del cavalletto non consiste nell’elaborar piani, bensì nel muovere dritto all’assalto. Quella guida che altri trae faticosamente dal proprio spirito dialettico, discutendo in se stesso problemi estetici, tendenze, indirizzi, egli la rinviene senza sforzo nella sua ben disposta natura.

    Ed a questo genuino temperamento di pittore s’abbandona, sapendo di poterglisi abbandonare, ché in esso tutte le leve funzionano con equilibrio, e vicino all’estro impetuoso e appassionato vigila la forza moderatrice d’un gusto fine e sicuro. Ben più dell’arte, gli fu difficile negli esordi la vita. Nato in Mede di Lomellina da genitori modesti, e pieno d’animosa volontà nei primi cimenti artistici, come carattere era poco temprato alle aride lotte per l’esistenza.

    Le contrarietà cominciarono sulla soglia della scuola, quando egli si presentò a Brera e l’Accademia respinse l’aspirante mal consigliato, che bussava alla sua porta avendo seco un così scarso corredo d’accademiche cognizioni; nè vide l’entusiasmo che ardeva in quegli occhi giovanili. Amisani vi fu ammesso più tardi; e di lì a qualche tempo, concorse con una “Cleopatra”, a non so qual premio di non so qual triennale: ma tra la Commissione artistica che volentieri glie l’avrebbe aggiudicato e il Consiglio accademico che non gli era invece favorevole, il verdetto deluse le sue speranze. Questa delusione poteva essere sopportata in pace.

    L’ingenuo giovine se ne accorò come d’una sconfitta irreparabile, e si ritrasse mortificato nel suo borgo padano, dove rimase cinque anni a non far quasi nulla. Il lungo riposo gli ritemprò lo spirito ? O forse, raccoltosi in se stesso e lontano da influenze e da suggestioni estranee, egli conobbe la sua via? Certo, quando si rimise a dipingere e compose “L’Eroe” e con quello tornò a Milano, il nuovo Amisani parve tutt’altro dall’antico.

    La sua pittura, opaca e nerastra, s’era d’un tratto schiarita e come illuminata, acquistando trasparenze e vibrazioni; negli impasti della sua tavolozza, nel modo della sua pennellata, nel gusto con cui ora egli intonava e coloriva, era un altro. Neanche questa volta vinse il premio Canonica, ma questa volta non ebbe la debolezza di considerare insopportabile una sventura mediocre, e se il riconoscimento ufficiale gli fu negato, non gli mancò il conforto d’un giudice autorevole e severo, Emilio Gola, e d’altri buoni intenditori: tanto che, rinunziato per sempre alla scontrosa solitudine di Mede, accolse di buon grado l’ospitalità offertagli nel proprio studio da un generoso amico, lo scultore Ravasco e si rimise al lavoro con grande alacrità, e tornò a confidare nella sua fortuna.

    Non l’attese a lungo. L’anima pittorica d’Amisani per nessuna cosa vibra e di nessuna tanto s’esalta, quanto della bellezza femminile: di che pochi sapranno dargli torto. E voi sapete che ciascun tempo ha un suo proprio ideale di bellezza femminile, e in questo si caratterizza come in ogni altra espressione particolare della sua propria individualità storica.

    Se si potessero riunire una volta in una sola galleria tutti i maestri del ritratto muliebre dagli antichi ai moderni, si vedrebbe illustrata questa evoluzione nelle loro opere: e sarebbe una mostra piena, oltre che d’interesse artistico, d’interesse psicologico. Amisani vide riassunti come in un tipo questo ideale contemporaneo di bellezza in una attrice, Lyda Borelli, e si propose di ritrarla.

    La cosa non era facile: sembra che la signora Borelli non fosse molto incoraggiante coi pittori che pretendevano di trasmettere ai posteri le sue sembianze legate con la loro fama. Gli fu dunque necessario ricorrere a non pochi espedienti per raggiungere il suo fine; e non so quanti drammi e commedie egli abbia dovuto sentire, fissando in rapidi appunti di matita e di colore, e ancor più nella memoria, gli atteggiamenti e le fattezze della celebre attrice mentre ella recitava, prima di poter condurre a termine il suo ritratto.

    Ma questo ritratto, come dicemmo, gli portò fortuna. Esposto a Brera, esso vinse il premio Fumagalli, e l’autore cominciò a vedersi richiesta la sua opera fino dalle lontane Americhe, dove nel 1912 e nel ’13 eseguì molti ritratti, non pochi di personaggi illustri, e tenne esposizioni ed ottenne successi. Col suo definitivo ritorno in Italia si concluse, per così dire, il ciclo più avventuroso della sua vita.

    Non quello della sua arte, ch’egli serbò, quanto al gusto alle tendenze ai modo d’interpretare forma, luce e colore, quale ormai s’era venuta individuando ne’ suoi dipinti dopo “L’Eroe”, ma che condusse ad una sempre maggiore squisitezza di sentimento e intensità d’espressione. Chi vede i suoi ultimi quadri, se ne rende subito conto.

    Pareva fino a pochi anni addietro che, nella sua preferenza per le tonalità chiare, per le delicate armonie di bianco su bianco, Amisani avesse finito col fissarsi in una gamma un po’ calcinosa e uniforme. Quanta varietà invece, e che fine studio d’interpretazione e che sottili ricerche cromatiche nelle sue tele più recenti: dove la tonalità preferita e pur sempre quella chiara, ma con rapporti accordi trapassi nuovi e preziosi.

    Certi grigi argentini, certe iridescenze madreperlacee di carni, certe note violente di stoffe nella diffusa chiarità della sua pittura non furono mai ottenuti così sapientemente come ora da questo raffinato colorista. Il quale è anche, a suo modo, un poeta, se non vi è arte, nè vi è, alla radice d’ogni opera d’arte, emozione, che non contenga alcunché di poetico nel senso universale della parola.

    Chi guarda superficialmente i suoi ritratti femminili, dove certi accessorii come ninnoli, vesti stoffe, cuscini e belli oggetti d’ogni sorta hanno una così notevole parte da lasciar credere per un momento che il soggetto principale, e cioè la figura umana, ne sia quasi sopraffatta, può esser indotto a giudicare quei ritratti come opere leggiadre, ma non profonde, in cui l’elemento decorativo si sostituisca alla interpretazione del carattere e lo studio del personaggio si risolva nelle accortezze della mise in scène.

    A me non sembra così. E dove volete cogliere infatti la donna contemporanea, tutta sensualità, raffinatezza, epidermide, scevra oramai d’ogni residuo romantico e d’ogni senso patetico, dove volete cogliere questa creatura di lusso, d’eleganza e di mondanità meglio che tra il capzioso apparato della sua vita lussuosa, elegante e mondana? Cappello, guanti e stivaletti: tutta la donna è in questi tre recipienti”, diceva Alessandro Dumas.

    Amisani, pittore, la vede inseparabile da molte altre cose: ed eccola nel salotto e nel boudoir, tra stoffe e tappeti, tra fiale di cristallo e scatole di cipria, sprofondata nei cuscini policromi d’un molle divano o in contemplazione di se stessa davanti allo specchio d’una bianca sala di toeletta. Ella e gli oggetti intorno, un’armonia sola, una sola realtà.

    Ma il pittore che sa trarre così leggiadri e opportuni partiti da una seta, da un velluto, da un merletto, da un vaso di vetro o di maiolica, da una pupattola buttata come per caso ai piedi d’una dama, sa anche, dove occorra, sopprimere tutto questo vago e superfluo contorno, e darvi una interpretazione della grazia muliebre con mezzi così semplici e nudi, con una tavolozza così sobria, con una così contenuta signorilità, che voi, quella figura, quel tipo, non lo dimenticate più.

    E qui non parlo d’Amisani paesista, nè d’Amisani compositore di quadri complessi e drammatici come quello ispirato dal delirante misticismo di ” Santa Teresa “: non ne parlo anche per non aver l’aria di volermi mettere tra il pittore e il pubblico, che a queste mie impressioni vuol sostituire le sue, senza dubbio più giuste.

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