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Pittore

Giuseppe Norfini


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Giuseppe Norfini

( Firenze 1860 - ? )

Pittore

    Giuseppe Norfini

    Scultore, nato a Firenze ed ivi residente. Studiò col padre, e all’Accademia di Belle Arti di quella città, e si distinse in breve per lavori degni, sotto ogni aspetto, di lode.

    A Torino, nel 1880, espose uno studio dal vero rappresentante “Un vecchio monaco”, bel busto in gesso che faceva già indovinare il valente autore del felice gruppo “Un episodio della inondazione del veneto”, che esposto a Torino, nel 1884, destò il plauso dell’Universale.

    Di questo lavoro, così parla Cammillo Boito:

    «Una madre è salita con il figliuolo sul colmo del letto: ha il viso travolto, la bocca spalancata; afferra con la mano sinistra un rialzo del coperto, con la destra stringe al ventre il fanciullo.

    Il putto nudo si contorce, piega una gamba, allunga l’altra per reggersi sul piano pendente e lubrico; avviticchia un braccio al corpo della madre; le si avvinghia con l’altro al collo; spaventato, fuori di sè, abbassa gli occhi alle onde, che già gli tormentano il piede.

    La donna invece ha lo sguardo intento, orizzontale: fissa con terrore crescente il lontano irrompere della piena, studia la furia del nuovo mare: l’amore fa ch’ella tema più per il figlio che per sè stessa e lo stringe e lo protegge e nel pericolo imminente invoca con strazianti grida Il soccorso.

    E’ questo un gruppo dove l’effetto è tremendo, ma vero e alto, dove la modellatura del nudo, delle teste, delle mani, dei piedi è giusta e corrispondente alla violenza della espressione, dove l’intrecciamento delle linee, senza apparire artefatto, è ingegnoso».

    E sempre a proposito di questo gruppo splendido, ecco quanto diceva nel l’occasione in cui fu esposto a Firenze, un critico, in un articolo pubblicato nel giornale Fieramosca, e sul viso di quella donna l’impronta del dolore è viva, sulla fronte bruna cadono a ciocche i capelli, l’occhio esprime l’intensità dell’angoscia, il naso è affilato, dalla bocca semiaperta pare che esca affannoso il respiro, che fa sussultare il petto giovane sotto la camicia mal chiusa nel busto contadinesco.

    Il torso curvo, quasi a proteggere la sua creatura, e modellato largamente, ed è mosso come se dentro a quelle vene turgide scorresse caldo il sangue, ed il bambino ritto punta la gambina in avanti, appoggia la schiena al petto ansante della madre, la stringe alla vita col braccio, si schiaccia quasi addosso a lei impaurito, spaventato.

    La creta si è animata sotto il dito potente del giovane scultore si è fatta carne nella rotondità; delle spalle della donna, nelle nudità pastose e molli del bambino.

    E l’osso della clavicola della spalla del piccino è forte e duro, e si delinea sicuro sotto la pelle morbida, e le pieghe del collo hanno la mobidezza sostenuta delle carni infantili.

    Sul viso della donna, modellato accuratamente, sull’insieme del gruppo, v’è un lampo d’ingegno che lo illumina tutto, un ingegno non comune, al quale la mano, interprete fedele, ha saputo largamente corrispondere, ed io mi compiaccio, e mi pare che l’occhio si riposi soddisfatto su quelle linee dai larghi contorni che mi fanno ripensare ai nostri grandi maestri; tanto più me ne compiaccio oggi, che siamo schiacciati dalla mania invadente delle statuine microscopiche, dai gruppetti lilipuziani che vogliono circoscrivere in un limite troppo ristretta e meschina quest’arte tanto grande.

    Non so qual visione fascinatrice riscaldasse la mente e la fantasia del Norfini allorché la mano nervosa plasmava, vivificava l’argilla informe infondendole tutto il fuoco, tutta la vitalità del suo animo giovane e caldo.

    Fu certo una visione dolce e potente, che riuscì a fargli trasformare nella creta molle la forza dei muscoli tesi, la pastosità delle carni giovani, il sentimento straziante che spira dal viso di quella donna.

    L’occhio ha l’espressione dello spavento concentrato tutto nello sguardo; la mano che si aggrappa dolorosamente al comignolo in quanto, ha da sè sola tutta una storia di dolore, nella rete finissima ed esatta dei muscoli, dei nervi; l’altra una storia d’amore angosciosa nella pressione ferrea che fa sul piccolo corpo del suo bambino.

    Il Norfini espose quindi a Venezia, nel 1887, un altro suo lavoro dal titolo: “Ore allegre”, che ebbe lieto successo, indi mandò a Bologna, nel 1888, un bel gruppo di gesso dal titolo “Dogali”, che accrebbe sempre più la fama di questo artista coscienzioso e valente.

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