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Giuseppe Sciuti


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Giuseppe Sciuti

( Catania 1834 – Roma 1911 )

Pittore

    Giuseppe Sciuti

    Suo padre, di professione farmacista, insistette lungamente colla fermezza e l’autorità paterna per fare del giovinetto, unico maschio, un seguace di Esculapio. Ma l’ardore onde agognava all’arte, i barlumi di un’indole artistica chiara e decisa, persuasero finalmente il brav’uomo a lasciar che Giuseppe seguisse la sua stella. E il cammino fu irto di spine. Giovinetto quindicenne, dopo aver fatto i primi studi elementari nel paese natìo, andò, con un piccolo assegno del padre, a Catania.

    A Catania non c’erano nè Istituti, nè Accademie artistiche; ma, pur volendo cercare chi guidasse i suoi primi pasti, si offerse come allievo a certo Destefani, pittore scenografo, presso il quale rimase per circa sei mesi. Dopo, ebbe la fortuna di entrare nello studio del pittore Gandolfo, egregio pittore, valente ritrattista, il quale fu noto non solo in Sicilia e fuori, ma di una capacità che lo stesso Sciuti, dopo trent’anni, crede superiore assai alla rinomanza che ebbe.

    Al Gandolfo piaceva assai il giovinetto, e con amore paterno prese ad insegnargli pazientemente i principii del disegno e di figura; l’allievo, volenteroso disegnò occhi, nasi, bocche, orecchi, mezzi profili, finchè fatta la mano sicura in quei dettagli, così fastidiosi ma altrettanto importanti, passò a più difficili studi.

    Il Gandolfo, sebbene di indole assai austera e ligio alle consuetudini dell’insegnamento artistico, si mostrò sempre più amorevole col giovane, di cui apprezzava ogni giorno di più le attitudini e il profitto; gli permise finalmente che adoperasse i pennelli, e li adoperò con tanta soddisfazione del maestro, che questi, benchè dispiacente che si dipartisse dal suo studio, lo consiglio a cercare un più vasto campo e più alte ispirazioni nei grandi centri dell’arte classica.

    Ma purtroppo sventure di famiglia tarparono in allora le ali dalle speranze del giovane, che era impaziente di portarsi a Firenze od a Roma. La eruzione dell’Etna avvenuta in quell’anno, distrusse intieramente le proprietà di suo padre il quale, dopo, tanta sciagura, fece intendere al figliuolo di non essere più in grado di sovvenirlo, e che, essendo già quasi pervenuto al diciottesimo anno, era ormai tempo che provvedesse a sè stesso.

    Allora, trovandosi d’un tratto senza risorse e a faccia a faccia col problema scabroso della vita, fu costretto a lasciare ìl maestro, che non poteva sostenerlo a sue spese, e si allogò presso un decoratore, il quale retribuì la opera sua a quattro tarì per giorno, lauto, compenso tenendo conto dei tempi di allora. Dopo breve tirocinio, acquistata una certa pratica dell’arte a cui si era indirizzato, prese a lavorare per suo conto, senza frequentare Accademie e senza alcun beneficio di pensioni.

    Le commissioni fortunatamente non gli mancarono, e ne ritrasse non scarso guadagno. Avrebbe potuto essere contento del nuovo suo stato, ma le aspirazioni fallite lo tenevano in continua tristezza. Mercè undici anni di fatiche, con una certa parsimonia nel vivere, mise assieme un discreto peculio. Allora, fattosi animo e riprese le antiche speranze, si recò a Firenze, dove dipinse: “La Vedova” e “La Tradita”, che esposte poi a Catania, furono, a titolo d’incoraggiamento, acquistate dal Municipio. Tornato a Catania, lo attendevano nuovi e proficui lavori di decorazione.

    Due anni dopo lasciò Catania e si recò a Napoli. A Napoli prese in affitto uno studio, immaginò il soggetto di un quadro: “Una tentazione”, lo disegnò, lo dipinse, e lo mandò alla Mostra annuale e aspettò trepidante il pubblico giudizio: il quadro piacque a molti, e piacque fortunatamente anche al banchiere Wonviller di Napoli che lo acquistò. Nella “Tentazione” l’artista avea ideata in una ragazza del popolo, ricamatrice, l’eterna lotta tra la virtù misera e gli allettamenti dell’amore e del fasto.

    Il demone tentatore era un vecchia di dubbio aspetto, che, dopo averle consegnata una missiva d’amore, allontanandosi verso l’uscio, con gli occhi rivolti di sbieco alla ragazza, ne studia malignamente l’espressione del volto, pronta ad approfittare d’ogni sospensione d’animo per trascinarla a mal fare.

    Incoraggiato da quel successo, immaginò ed eseguì nuovi quadri, fra i quali più notevoli: “Le madri della patria”; “I prigionieri di Castelnuovo dopo la capitolazione” e “Un episodio del saccheggio di Catania”, tutti esposti e venduti alla Mostra annuale della Società Promotrice di Napoli. In appresso mandò alla Esposizione della Promotrice di Genova “La Carità”, e alla prima Esposizione Nazionale tenutasi a Parma “La Pace domestica”. Ideò poi e dipinse su vasta tela: “Pindaro che esalta un vincitore ai giochi olimpici”. Questo quadro esposto a Milano nella Mostra Nazionale, fu acquistato dal Ministero della pubblica istruzione, che ne fece dono all’Accademia di Brera; di poi, per cura degli accademici stessi mandato alla Esposizione Universale di Vienna, riportò la medaglia dell’arte.

    Innamoratosi dei soggetti antichi, che offrono effetti di masse, di prospettive e anche di costumi pittoreschi, dipinse poi “I funerali di Timoleone” e “Uno sposalizio greco”: il primo fu acquistato dal Municipio di Palermo; il secondo dal direttore del Museo di Brera a Milano. Nel 1875 da Napoli si trasferì a Roma, e nell’anno seguente vinse il pubblico concorso per gli affreschi della sala del Consiglio Provinciale di Sassari. Parte principale di quegli affreschi sono i due quadri storici: “La Repubblica Sassarese” e “L’ingresso trionfale a Sassari di Gian Maria Angioi”.

    In questi ultimi anni, oltre a vari altri quadri minori, ha dipinto: “Una lezione di geografia”, che attualmente trovasi alla Esposizione di Melbourne; “La corsa a piedi” (epoca romana) e “Il dopo pranzo di un antico romano”, esposti alla Mostra Artistica di Milano. “I funerali di Timoleone”, “Il Pindaro” e il suo progetto per la decorazione pittorica della Sala del Senato a Roma posero in luce la forza del disegno e il largo stile di questo artista. Egli sa raggruppare e distendere a perdita d’occhio centinaia e centinaia di figure, senza penuria di spazio, di luce, di aria.

    Egli trasportò sulla tela, con l’illusione affascinante dei tempi e dei fasti eroici, le pagine immortali di Tucidide e di Plutarco. L’effetto sarebbe anche maggiore se l’artista avesse più pazienza a finire i suoi lavori. Talvolta, dopo la imponente impressione dello insieme, l’occhio, riposando sui particolari, scorge un pennello affrettato. Si direbbe che l’artista vuol lasciare a bella posta qualche cosa da rodere ai critici. Un altro bel quadro dello Sciuti è: “La Vittoria d’Imera”.

    In esso l’artista ha voluto rappresentare il momento nel quale l’esercito siciliano ha cominciato a sfondare le ordinanze fenicee ed ha iniziato la famosa disfatta di Amilcare e dei suoi affricani. La bella e magistrale composizione è ora proprietà del colonnello Nosth che l’acquistò, nel 1888, alla Mostra Italiana di Londra. Nell’occasione di questa Esposizione il bravo pittore fece una mostra complessiva bellissima dei suoi lavori che furono acquistati tutti dal Nosth per mezzo milione.

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