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Pittore

Guido Marussig


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Guido Marussig

( Trieste 1885 - Gorizia 1972 )

Pittore

    Guido Marussig

    Triestino di nascita, nel 1900 Guido Marussig era approdato a Venezia, dove aveva seguito i corsi all’Accademia di belle arti. Giovanissimo, aveva esordito nel 1902 all’esposizione romana degli Amatori e Cultori, mentre nel 1905 era stato per la prima volta ammesso alla Biennale, a cui in seguito parteciperà costantemente, intrecciando la sua presenza a partire dal 1908 con le mostre della Secessione a Cà Pesaro.

    Questo inedito paesaggio si inserisce nella prima, poco nota produzione dell’artista, tutta condotta sotto il segno di suggestioni simboliste. Sin dall’inizio l’attenzione di Marussig si appunta infatti sulla rappresentazione di angoli vuoti della città lagunare o dei suoi dintorni, dove antiche chiese e aristocratici palazzi si riflettono nelle immote acque dei canali.

    La scelta dei motivi, la predilezione per le ambientazioni notturne o crepuscolari, nonché la specificità delle formule compositive mostrano una decisa sintonia con la produzione di pittori nord europei come Fernand Khnopff, Albert Baertsoen, Vilhelm Hammershoi, Henri Le Sidaner, che, sull’onda del successo del romanzo Bruges-la-Morte di Georges Rodenbach (1892), avevano sviluppato in pittura la tematica della “città morta”, materializzazione di decadenti stati d’animo.

    Nelle opere del primo decennio Marussig utilizza infatti le stesse soluzioni tipiche degli artisti sopracitati, molto noti al tempo grazie alle biennali veneziane e a riviste di orientamento esterofilo come “Emporium”.

    Si veda, in questo caso, la luce grigia, perlacea che irradia il pallido sole e che tutto compenetra in un’unica sostanza, in una maniera certo non immemore anche delle fusioni atmosferiche whistleriane; l’inquadratura ravvicinata, espediente utilizzato per meglio captare l’aura misteriosa del soggetto rappresentato; l’impaginazione statica, stabilita sull’incrocio di assi orizzontali (la siepe, lo steccato) e verticali (il campanile e i cipressi rispecchiati nell’acqua) che fissano l’immagine nell’assoluta stasi, in un immobilità irreale, in un’inerzia densa di attesa; l’inquadratura fotografica, che taglia in alto i cipressi e il campanile ed esalta lo specchio d’acqua del primo piano con il suggestivo gioco dei riflessi, una modalità questa spesso sfruttata anche nei paesaggi di Klimt.

    Un luogo riconoscibile viene dunque manipolato e trasposto in una dimensione straniante, secondo un procedimento di selezione estetizzante di cui l’artista mostra piena consapevolezza: “Io piuttosto che copiare il vero, lo ricostruisco secondo il mio gusto decorativo e di composizione, acciocchè risponda meglio a quello che voglio dire. Amo avvolgere i miei soggetti nelle luci di ametista della sera, nei soli blandi, nei biancheggiamenti lunari e nelle profondità vaporose della notte (…). I miei lavori devono essere osservati con calma. La mia arte è un privilegio per pochi” (Fabiani, 1908).

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