(Frascati 1844 - Roma 1905)
Tramonto sul Tevere con ponte Sant’Angelo (1880-1890 circa)
Misure: cm 85 x 170
Tecnica: olio su tela
Firmato in basso a destra: “H. Corrodi”
Le vedute di Roma sono uno dei soggetti privilegiati di Hermann Corrodi, uno degli ultimi rappresentanti di quella comunità internazionale che aveva eletto a residenza Roma in virtù della vocazione cosmopolita della città eterna. Estraneo ai dibattiti artistici che si sviluppano in seno alla nuova capitale di Italia, negli ultimi decenni dell’Ottocento l’artista porta avanti la lezione del dipingere “secondo natura” appresa dal padre, il vedutista di origine svizzera Salomon, e apprezzata dal più importanti collezionisti d’oltralpe, tra cui le famiglie reali europee, con cui viene in contatto con una serie di viaggi Svizzera, Germania Francia e Inghilterra. Pur residente a Roma, la sua attività espositiva si concentra, infatti, nelle principali rassegne internazionali a cui invia vedute delle più pittoresche località italiane, ma anche del Mediterraneo e dell’Oriente, che visita sulle orme dei turisti settecenteschi.
Corrodi condivide con il suo pubblico guarda con stupore la luce meridionale che riproduce in vedute dai cieli tersi che si rispecchiano in superficie acquatiche di fiumi, laghi e mari. La stampa internazionale dell’epoca ben documenta la sua fortuna, che trova riscontro in una produzione decisamente abbondante, in cui nel corso del tempo soggetti di particolare fortuna vengono replicati più volte con varianti di luce, contesto atmosferico, punti di vista e numero di figure.
Se i soggetti orientali e i temi di viaggio sono per lo più realizzati con l’ausilio disegni e schizzi rielaborati in studio, le vedute di Roma appaiono basate su modelli fotografici in analogia con l’operato dei veneti Ippolito Caffi e Giacomo Caneva, che nella città eterna avevano realizzato sin dagli anni Quaranta dell’Ottocento vedute con il supporto della macchina fotografica in linea di continuità con la tecnica della camera oscura del vedutismo veneziano del Settecento.
La veduta del Tevere con Ponte Sant’Angelo, la mole possente di Castel Sant’Angelo e la cupola di San Pietro è un soggetto ricorrente della cosiddetta Scuola romana di fotografia nata nelle sale del Caffè Greco alla fine degli anni Quaranta dell’Ottocento. Barche di pescatori compaiono, tuttavia, solo a partire dagli anni Ottanta in fotografie realizzate da professionisti come Cesare Vasari e i fratelli d’Alessandri. I secondi fotografi avevano, inoltre, ricevuto nel 1887 la commissione da parte del Genio Civile di documentare lo stato del fiume Tevere prima e dopo la costruzione degli argini.
I lavori di costruzione degli argini, che stavano definitivamente cambiando il rapporto della città con il fiume, iniziano nel 1876 e investono la zona di Ponte Sant’Angelo nel 1892. Sia le fotografie di Vasari e dei fratelli d’Alessandri sia il dipinto di Corrodi documentano, dunque, uno status quo precedente a tale data, quando i pescatori erano ancora soliti scendere sugli argini. Il soggetto è certamente pittoresco e gradito a un pubblico internazionale, che viveva l’avvento della modernità a Roma come un evento catastrofico, che avrebbe definitivamente cancellato le vestigia della città degli imperatori e dei pontefici. In tal senso va contestualizzata la grande diffusione sul mercato internazionale di scorci pittoreschi di tutte le zone di Roma oggetto di sventramento, prima tra tutti negli anni Ottanta l’area del Tevere dal Ghetto fino a Ponte Sant’Angelo. Dalla riva sinistra del Tevere, su cui sorgono case affacciate direttamente sull’acqua è possibile ammirare immerse nella luce dorata dei tramonti romani le arcate ritmiche del Ponte Sant’Angelo, la cupola michelangiolesca di San Pietro e la mole possente di Castel Sant’Angelo, le cui fortificazioni scendevano al livello dell’acqua. Rispetto ai modelli fotografici l’artista rende più vivace la scena aggiungendo barche su entrambe le sponde, sulla sinistra si trova un gruppo di lavandaie abbigliate con eleganti costumi più adatti a un giorno di festa che a un’occupazione quotidiana e su entrambe le sponde svettano pini marittimi alti e slanciati, immancabili protagonisti di ogni veduta romana.
Si tratta di un dipinto di eccezionale successo documentato in almeno quattro versioni, di cui quella in esame costituisce la più complesse per numero di figure, analoga per ricchezza di dettagli solo a quella conservata presso l’Alte Pinakothek di Monaco, che, tuttavia, non presenta la figura del pescatore con canna pesca sulla prima barca da sinistra. Di analoghe dimensioni, ma con un numero inferiore di figure è una tela passata da De Vuyst nel 1999, mentre di formato leggermente inferiore è un’ulteriore opera comparsa nel 2018 presso la Casa d’Aste Van Ham. Si tratta di opere tutte ricomparse sul mercato nord Europeo, che attestano il successo oltralpe dei soggetti romani sul finire dell’Ottocento.
Teresa Sacchi Lodispoto



