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Pittore

Lorenzo Viani


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Lorenzo Viani

( Viareggio 1882 - Lido di Ostia 1936 )

Pittore

    Lorenzo Viani

    È nato a Viareggio nel 1883. La prima volta espose con successo nella Mostra dell’Arte Toscana del 1902 indetta a Firenze dalla Società di Belle Arti. Nel 1906 espose nella Internazionale di Milano, eppoi nel 1907 e nel 1914 a Venezia. Poi andò a Parigi dove espose alla «Comedie Humaine» di Giorgio Petit, che era allora – 1906 – la mostra più eccentrica di Parigi; e in seguito fu accettato al «Salon d’Automne» dove, per una serie di opere di carattere parigino, gli furono conferito il titolo e i privilegi di «sociétaire».

    La Galleria moderna del Castello Sforzesco a Milano, la Galleria Moderna di Bologna, la Raccolta dei disegni dei Moderni alla Galleria degli Uffizi posseggono opere di lui. Ed ha collaborato e collabora tuttora coi propri disegni a vari giornali e riviste in Francia, nel Belgio, in Germania, in Russia, in Inghilterra. Ha studiato un po’ dappertutto perché ha molto viaggiato, molto anche a piedi. Il mare e i marinai sono stati i suoi studi preferiti.

    Non ha perso mai tempo, neppure alla guerra, dove fece disegni di prigionieri e di scene e località caratteristiche su tutto il fronte. Abita a Viareggio, dove studia ed interpreta l’umanità degli umili, dei poveri, dei caduti e dei fanciulli. Leonardo Bistolfi, l’esimio lirico della scultura, così scrisse del Viani in occasione di una mostra individuale delle sue opere, che ebbe luogo in Lucca nel 1921: “… E fu il dolore e fu la miseria che gli aprirono le alte fonti preziose della bellezza. Quando lo conobbi io gli vidi nel volto le stigmate di queste forze che lo avevano conquistato, che sono i segni della più alta nobiltà umana.

    E quando vidi le prime opere sue, io sentii che la bellezza era sulla soglia della grande stamberga che a lui serviva di studio. Ora la sua anima è qui dinnanzi a voi, degna dell’ascesa e della grazia: ma forse a molti di voi, un poco oscura ancora, ma certo. a nessuno di voi, indifferente. Perché in ognuno di quei rettangoli di cartone invasi d’ombra e di quei lembi di tela corruschi di vampe remote di colore, è appeso un brandello della sua anima.

    Molti dei suoi fantasmi tragicamente, eroicamente grotteschi vi turbano forse ancora e vi respingono, mentre qualche intima voce in fondo al cuore vi dice: Guarda! Pensate! – Molte delle creature con cui egli ha diviso l’inerzia estatica della fame, avevano già nei loro aspetti umani varcati i contorni in cui l’essere umano si rappresenta ai vostri occhi e al vostro pensiero, esse erano già gli spettri della loro fisica realtà, deformata dallo sforzo incosciente di non abbattersi su se stessa.

    Ed egli non poteva rappresentarle se non nei segni irreali della loro deformazione. E a proposito del quadro i «Lebbrosi», che figura anche in questa mostra, il Bistolfi esprimeva in questi termini la sua profonda aderenza spirituale e artistica alla visione del Viani: Esso, «i Lebbrosi», evoca una tenebrosa leggenda medioevale in cui narrasi che i colpiti dalla lebbra nella Città chiusa nell’orribile sgomento, erano portati fuori delle mura e abbandonati alla liberatrice pietà della morte.

    Spaventosa tragedia in cui sentiam, fino a quali abissi d’ombra l’umana famiglia possa precipitare. E l’anima dell’artista ne raccolse veramente la leggendaria grandezza colla pietà delle vittime, nel poema di miseria quasi inenarrabile, ma che egli descrive con qualche figura, che basta a sollevarlo a questa grandezza. Guardate le due donne di cui una già irrigidita nella stretta della morte consola di un bacio materno, ultimo, l’altra, che prostrata col cadavere del bimbo sulle ginocchia, non vuole, essa pure, che stringersi alla morte.

    Guardate la madre che ha tra le braccia il bimbo e che guarda in alto, sulle mura, le genti che le mandano il disperato saluto. Pur nelle scabre asciutte linee della figura esposta interamente di schiena, voi sentirete il suo supremo pianto d’angoscia. Il segno animatore dell’immagine è così rigidamente e risolutamente efficace che la pittura scompare. E io vedo queste figure sottrarsi alla loro materia e sconfinare dall’opera d’arte per isolarsi nell’idea e dell’idea animarsi, pur nella viva fissità monumentale.

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