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Marcello Mascherini


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Marcello Mascherini

( Udine 1906 - Padova 1983 )

Pittore

    Marcello Mascherini

    Marcello Mascherini, nato a Udine nel 1906, trascorre gran parte dell’infanzia con sua madre e sua nonna, vicino Pordenone, poiché non viene riconosciuto da suo padre, appartenente a una agiata famiglia di orafi e scultori. Dopo qualche anno passato a Trieste, si trasferisce a Isernia, dove avviene il primo incontro con la scultura, grazie al lavoro in alcune botteghe artigiane locali. A seguito del diploma presso la Regia Scuola d’Arti applicate all’industria, rientra a Trieste nel 1920.

    La scultura: tra echi primitivisti e memoria classica

    Continua a coltivare la pratica scultorea, compiendo un apprendistato nello studio di Franco Asco (1899-1970), con cui realizza le prime opere in una collaborazione che si protrarrà per alcuni anni, ad esempio nell’esecuzione dei busti di giuristi romani per il Palazzo di Giustizia di Trieste. Appena diciottenne, nel 1924, esordisce al Circolo Artistico della città e, notato dall’intellettuale Silvio Benco, viene incoraggiato a tenere la sua prima personale l’anno successivo. Tra le prime opere conosciute del giovanissimo Marcello Mascherini, vi sono le espressive e suggestive maschere in gesso eseguite nel 1928 per il Teatro Politeama di Trieste, su commissione dell’architetto Umberto Nordio. Le personificazioni della Tragedia, Commedia, Musica, Teatro, Canto, Danza sono le prime opere pubbliche dello scultore. A partire dagli anni Trenta e dopo l’incontro con Arturo Martini (1889-1947), comincia a lavorare anche su scala maggiore, portando avanti l’idea di figure dalle epidermidi scabre e dai volti che ricordano la statuaria etrusca, nell’espressione di virtù arcaiche come il lavoro, la maternità, la comunione con la natura.

    Nel 1931, appena venticinquenne, viene notato dall’architetto triestino Gustavo Pulitzer Finali, progettista degli interni della motonave Victoria, che lo coinvolge nella decorazione scultorea della sala delle feste di prima classe, per cui esegue i due busti del Re e del Duce. Questo momento segna l’inizio delle prestigiose collaborazioni con artisti e architetti quali Libero Andreotti e Gio Ponti e, di fatto, gli apre la strada della decorazione di navi e transatlantici, che durerà fino agli anni Sessanta. Nello stesso anno, prende parte alla I Quadriennale di Roma con un Ritratto in bronzo e viene coinvolto da diversi architetti nella realizzazione di alcune opere per navi da crociera e transatlantici.

    Dal 1934, e per altre undici edizioni, sarà presenta anche alla Biennale di Venezia, ottenendo un successo sempre crescente, attraverso una scultura inizialmente legata ai modi di Asco e poi sempre più indirizzata verso un primitivismo tragico ed espressivo.Si susseguono per Mascherini premi e riconoscimenti, ottenuti alle Quadriennali romane e alle Biennali veneziane, con suggestive opere come il gruppo di Bronzetti animati e primitivisti esposti alla Biennale del 1934, o come l’Eva e la Susanna presentate alla Quadriennale del 1939. Il successo dello scultore non si riscontra soltanto in Italia, ma anche in occasione delle esposizioni estere organizzate dalla Biennale, ad esempio, nel 1936, riceve il Diploma d’Onore alla Mostra d’Arte Italiana Contemporanea a Budapest.

    Con il passare degli anni, le figure filiformi ed allungate vengono sostituite, sempre di più, da volumi pieni e torniti che si inseriscono nello spazio con maggiore consapevolezza e dinamicità, sempre di natura arcaizzante, come si percepisce nelle sculture femminili Venere marina, Donna al fiume, Europa, Nudo, tutte presentate alla Quadriennale romana del 1943.

    Gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta sono segnati principalmente dai contributi artistici che lo scultore realizza per il mondo del teatro e della scenografia. Al 1953 risale un fondamentale viaggio a Parigi, occasione in cui vista lo studio di Costantin Brancusi (1876-1957), di cui assorbe il linearismo sintetico. Il dopoguerra è contrassegnato dall’abbandono delle forme tondeggianti e dall’approdo ad un primitivismo espressivo e spigoloso, in cui fianchi larghi e busti e gambe filiformi compaiono in sculture come Nereide del 1952, Cantico dei Cantici del 1956 e il drammatico Progetto per il Monumento ad Aushwitz del 1958, per la Risiera di San Sabba.

    La produzione di sculture e bassorilievi per navi e transatlantici

    Per questa specifica produzione, l’artista si affida ad uno stile a metà tra la rielaborazione della scultura quattrocentesca e un linguaggio personalissimo, a tratti filiforme a tratti più pieno e aggraziato, costituito da una linea giocosa e vitale, che sfocia in un espressionismo estremamente moderno e di prestigio internazionale. Gli stilemi antichi, a metà tra il gusto geometrizzante della scultura greca arcaica e quello più morbido del linguaggio classico, portano alla produzione di figure di sapore arcaizzante, che ricordano statuette votive o apotropaiche. Ne sono esempio le sculture o bassorilievi eseguiti per le navi Calitea, Saturnia, Roma, Italia, spesso decorate con i personaggi dei poemi omerici e, più in generale, della mitologia greca.

    Il San Giorgio, eseguito per l’omonimo transatlantico, varato nel marzo del 1956 dal Cantiere San Marco di Trieste, si differenzia dai soggetti precedenti. La scultura in bronzo dedicata al santo, svettava addossata al muro dell’atrio di prima classe della nave, creando un curioso contrasto con la linearità architettonica degli ambienti e degli arredi, progettati dall’amico Pulitzer Finali. San Giorgio, nel suo andamento verticale e acuminato, incarna alla perfezione i valori del martire paleocristiano, nel pieno rispetto dell’iconografia medievale e protorinascimentale, che lo vede avvolto nell’armatura e stringere la spada (o la lancia) usata per l’uccisione del drago. L’essenzialità sottile delle linee dell’armatura conferisce alla scultura un gusto estremamente vivace e allo stesso tempo dona una rigidità voluta, che si sprigiona in una posizione chiastica tutt’altro che classicista, anzi profondamente goticheggiante.

    Per l’intera lunghezza del corpo, domina il ritmo del contrappunto, in cui gli angoli dell’armatura conferiscono movimento e rendono unico il soggetto. Nonostante il volto e la posizione quasi ieratica del santo rimandino a memorie arcaizzanti o medievali, è impossibile non ravvisare punti di contatto con il San Giorgio eseguito in marmo da Donatello per la chiesa di Orsanmichele a Firenze nel 1416. La staticità frontale e la gravitas serena del sorriso donano risolutezza fisica e morale alla statua, che si differenzia da quella di Donatello per la mancanza dello scudo e per le linee decisamente più spezzate. Ultimo accenno va fatto all’Ulisse e le Sirene eseguito due anni prima per la nave Homeric, statua che presenta la stessa estrosità inventiva del San Giorgio e che rispetta il linguaggio adottato da Mascherini nel corso degli anni Cinquanta: le sue figure si allungano, si assottigliano e si riempiono di un temperamento a tratti favolistico a tratti drammatico.

    Negli ultimi anni, il plasticismo di Marcello Mascherini ritorna a quella pulsazione primitivista e mitica, intrisa, però, di elementi internazionali, in cui le sculture si ritrovano ad essere quasi installazioni bronzee vive e animate dallo spazio circostante. Attivo fino alla fine, lo scultore muore a Padova nel 1983, a settantasette anni.

    Elena Lago

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