(Rovigo 1887 - Peyloubère 1969)
Natura morta
Misure: cm 57 x 76
Tecnica: olio su tela
firmato in basso a destra: “Mario Cavaglieri”
Provenienza: collezione privata
Pittore di rara eleganza e vigore cromatico, Mario Cavaglieri ha condotto una lunga carriera divisa tra l’Italia e la Francia, sostenuta da ampi riconoscimenti e dall’apprezzamento di critici come Roberto Longhi. Già nel 1920, in occasione della personale alla Galleria Pesaro, Vittorio Pica ne elogia il «sentimento decorativo e una gioconda foga coloristica, che procurano un vero e vivo diletto agli occhi»[1]. La carriera del pittore, coronata da una mostra monografica curata da Carlo Ludovico Ragghianti nel 1953 a Palazzo Strozzi, è stata nutrita da un personale lessico pastoso e brillante che celebra scene di vita mondana, eleganti figure, interni ricchi e fastosi, nature morte e ritratti borghesi. Il cromatismo acceso costruito da una densità a tratti materica richiama il sontuoso colorismo della tradizione veneta, in un fresca reinterpretazione del verismo di metà Ottocento aggiornato alla pittura europea.
Questa Natura morta rappresenta a pieno il suo tipico post-Impressionismo dall’infuocata gamma cromatica e dalla consistenza materica, che sembra sfociare quasi in una dimensione astratta tanto le forme si tramutano in pura concretezza del colore che si fa ricco e tattile. Soprattutto dopo il primo, fondamentale soggiorno a Parigi del 1911, a seguito di un iniziale andamento secessionista dei primi anni del Novecento, Cavaglieri si è fatto interprete di un post-Impressionismo ispirato e guidato tanto dai Nabis, Pierre Bonnard e Édouard Vuillard quanto dagli espressionisti nordici, come James Ensor o Emile Nolde, veri e propri numi tutelari della sua poetica.
I piani si sovrappongono dando rilievo ai valori coloristici più che al disegno, con una forte tensione espressiva, soprattutto nel cosiddetto periodo degli anni brillanti, compresi tra il 1913 e il 1922, decennio in cui Mario Cavaglieri approda definitivamente a una pittura gioiosa e sontuosa, che anticipa il trasferimento nella tenuta in Guascogna, a Peyloubère, nel 1925, quando inizia il suo periodo di maggior successo di critica e di pubblico.
Una rappresentazione, come molte degli anni Venti e Trenta (fig.1), ambientata in un interno ricercato ma stipato di oggetti, vasi cinesi, stoffe, tappeti, candelabri, suppellettili e mobili di ebano che raccontano non solo il gusto per l’horror vacui ma anche per l’esotismo. Il tutto, sorretto da un vortice di vibrante colore-materia che ci lascia intravedere solo i dettagli della natura morta attraverso un gioco di spessori e di pieni e vuoti che si armonizzano creando zone di ombra e di luce. Le parole di Giorgio Bassani su “paragone” nel 1953, seppur riferite al dipinto La sala disabitata del 1915, descrivono alla perfezione anche le nature morte e gli interni dell’epoca immediatamente successiva in Francia: «Tutto ha preso vita: […] ogni oggetto accumulato fra queste pareti da un agio secolare, da un gusto ancora sicuro splende, da qualche momento, effimero e immortale».
Il pittore tornerà in Italia solo durante gli anni della seconda guerra mondiale, per poi fare rientro in Francia nel 1946. La fortuna critica aumenterà sempre di più negli anni Cinquanta, fino alla decisione di Carlo Ludovico Ragghianti di dedicargli la personale a Firenze nel 1953. Il critico curerà poi nel 1967 la mostra presso Palazzo Strozzi “Arte moderna in Italia 1915-1935”, che includerà quindici opere di Mario Cavaglieri, celebrandolo per l’ultima volta prima della sua morte, sopraggiunta nel 1969.
[1] V. Pica, Mostra individuale di H. St. LERCHE – A. MARTINI – M. CAVALIERI, Milano, Galleria Pesaro, 1920.
Elena Lago



