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Mario Ceroli


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Mario Ceroli

( Castel Frentano, 1938 )

Scultore

    Mario Ceroli

    Mario Ceroli nasce nel 1938 a Castel Frentano, in provincia di Chieti. Trasferitosi a Roma, frequenta l’Accademia di Belle Arti sotto la guida di Leoncillo Leonardi. Nel 1952 inizia la sua collaborazione con Pericle Fazzini ed Ettore Colla, dedicandosi principalmente alla scultura in ceramica, inserendosi nell’Informale e declinando i suoi lavori in una chiave essenzialmente decorativa. Il suo esordio avviene sei anni dopo, in occasione di una mostra presso la Galleria Nazionale di Roma, dove ottiene il Premio per la Giovane Scultura.

    La scelta del legno come medium identificativo

    Intorno al 1959, Mario Ceroli, insoddisfatto delle sue ultime lavorazioni in ceramica, inizia a sperimentare il legno che, da questo momento in poi diventa il medium caratteristico della produzione dell’autore. La conoscenza di questo materiale passa prima dalle iniziali declinazioni informali per giungere poi alle peculiari sagome ritagliate da grandi porzioni di tavole di legno grezzo.

    Figure e sagome ripetute in maniera ritmica, immagini della quotidianità, rielaborazioni iconiche della storia dell’arte del passato e della pubblicità popolano le sue sculture in legno di grandi dimensioni, che passano dalla bidimensionalità alla tridimensionalità, coinvolgendo gradualmente lo spettatore e legandosi anche al processo reiterativo della pop art.

    L’Ultima cena, opera esposta alla Galleria La Tartaruga di Roma nel 1964 ed oggi conservata alla Galleria Nazionale, è composta da una serie di silhouettes in legno che rappresentano i dodici apostoli seduti. Lo spazio centrale, che dovrebbe essere occupato da Gesù, rimane vuoto, invitando quasi esplicitamente lo spettatore a sedersi, in una sorta di autoritratto ad imitationem Christi.

    Nella stessa mostra espone anche altre opere tra cui Arco di trionfo, La scala, Piper, Ombre e Goldfinger. Ormai il legno sagomato è il suo segno riconoscibile, quasi mai colorato e in espansione nello spazio dello spettatore, grazie al concepimento di opere double face, che interrompono l’assoluta verticalità e frontalità della scultura classica, negando anche il bisogno di un piedistallo.

    Lo spazio dello spettatore

    Questa concezione si manifesta al meglio nell’opera Cassa Sistina, premiata alla Biennale di Venezia del 1966. Si tratta di una cassa di legno, immaginata utopisticamente per trasportare gli affreschi della Sistina: un’opera ironica e fortemente contingente, attraversabile dallo spettatore, quindi a tutti gli effetti un “ambiente” che lo rende partecipe dei primi sviluppi dell’Arte Povera (sarà presente anche alla mostra Arte Povera Im/Spazio alla Bertesca di Genova, curata da Germano Celant).

    In essa si esprime anche il profondo rapporto che Mario Ceroli ha con il Rinascimento e che si riscontra anche nell’Uomo di Leonardo e nella Casa di Dante, opera preziosa e ricca di riferimenti all’antico, in cui, tra ombre, sagome, gesti, trabocchetti e spazio domestico, compare il profilo di un ritratto femminile di Pollaiolo.

    In questa elaborazione quasi teatrale, risiede l’interesse dell’artista per il mondo della scenografia: negli anni Settanta cura l’allestimento del Riccardo III per il Teatro Stabile di Torino, per la regia di Luca Ronconi, con Vittorio Gassman nei panni di Riccardo.

    Al 1970 risale anche la partecipazione alla mostra Vitalità del negativo nell’arte italiana 1960-1970, al Palazzo delle Esposizioni a Roma. Negli anni Ottanta, comincia ad affiancare all’uso del legno quello del vetro, conferendo alle opere un inconsueto effetto cromatico anche attraverso giochi di trasparenze, come si riscontra nella grande onda Maestrale del 1992.

    Espone in tutto il mondo, da Los Angeles a Vienna, da San Paolo a Parigi. Si occupa anche di una serie di opere pubbliche: realizza gli arredi interni, il fonte battesimale e l’ambone della Chiesa della Santa Madre del Redentore di Tor Bella Monaca e il Cavallo in bronzo della RAI di Saxa Rubra.

    Elena Lago

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