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Mario De Maria Marius Pictor
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Mario De Maria Marius Pictor
Le opere di Mario De Maria, tra verismo e simbolismo, sono stimate tra i 2.000 euro e i 6.000 euro. Cifre maggiori sono state raggiunte dai suoi caratteristici e onirici notturni, come il suggestivo Mura cancrenate eseguito a Venezia nel 1906, che nel 2023 ha raggiunto il record d’asta di 17.000 euro.
Queste quotazioni sono solo generali. Molte sono le variabili che possono condizionare la stima corretta di un’opera d’arte, come il soggetto, l’epoca, le dimensioni, la tecnica e lo stato di conservazione. Consigliamo di contattarci inviandoci una foto della vostra opera di Mario De Maria per ottenere una stima gratuita, precisa e aggiornata.
Mario De Maria nasce a Bologna nel 1852 da una famiglia benestante. Suo padre, essendo medico, lo indirizza subito agli studi in ambito sanitario, ma il giovane segue un’altra vocazione di famiglia: l’arte. Il bisnonno era infatti un musicista e il nonno uno scultore neoclassico seguace di Antonio Canova. L’artista si interessa prima alla musica, passione che mai abbandonerà, e poi alla pittura.
Tra il 1872 e il 1878 frequenta l’Accademia di Belle Arti della città natale, ma segue con insofferenza i corsi accademici, poco aperti ai nuovi linguaggi. Di particolare rilievo per la sua ricerca è l’amicizia con il pittore Luigi Serra che gli trasmette l’amore per il Quattrocento, ma soprattutto l’attrazione per la poetica della pittura di macchia, interesse nato dal suo contatto con i macchiaioli a Firenze.
Mario De Maria cresce circondato da una grande collezione d’arte che la famiglia crea negli anni, e che lo stesso pittore aiuterà ad accrescere, essendo un grande appassionato di Rinascimento, Barocco e di Rembrandt. Da questi artisti prenderà vita la sua ricerca artistica. Spronato dal desiderio di approfondire la sua conoscenza pittorica, effettua diversi viaggi tra l’Italia e l’Europa.
Si reca infatti all’Esposizione Universale di Vienna nel 1873, e a Parigi per quella del 1878. Sicuramente durante questi viaggi scopre la pittura dei Barbizon e di Decamps, rintracciabile nello stile adottato, ma anche dai titoli scelti come nell’opera ora dispersa Omaggio a Decamps.
Dal 1874 inizia ad esporre ad alcune rassegne nazionali: nel 1874 presenta a Firenze Da San Marco in Venezia; e l’anno successivo Un angolo del Palazzo Ducale di Venezia. I primi anni espositivi non sono però costellati da molti successi, e torna a partecipare ad una manifestazione nel 1881 a Milano con Chiostro, abbazia S. Gregorio.
Dopo un viaggio a Londra, nel 1882 si trasferisce a Roma, dove ritrova l’amicizia di Luigi Serra. Prende poi uno studio in via Margutta e frequenta anche l’amico di famiglia Vincenzo Cabianca che lo riavvicina alla pittura di macchia, come si può notare dalla tela Sull’aia a cui lavora tra il 1885 e il 1887.
Cabianca lo introduce anche al cenacolo che gravita attorno alla figura di Nino Costa, il movimento denominato “In arte libertas”, del quale assorbe i temi culturali e il linguaggio simbolista. Il circolo di intellettuali frequenta il Caffè Greco, così come l’artista che anima con il suo temperamento affascinate ed esuberante le serate dell’Omnibus, conoscendo i giovani artisti Cellini, Parisani, Pazzini, Vannicola e Ricci e i critici Conti e De Bosis. Qui incontra anche Gabriele D’Annunzio, che apprezza il suo lavoro e gli commissiona tre illustrazioni per l’editio picta della Isaotta Guttadauro.
Entrando in relazione con il gruppo di Nino Costa, l’artista ricerca sempre di più un continuo contatto con la natura durante suggestive passeggiate nella campagna romana, e in questo periodo giunge al consolidamento della sua poetica. L’indagine sul dato reale però diviene di fondamentale importanza per il suo linguaggio, e ricerca il vero anche attraverso gli scatti fotografici.
Accanto a dipinti di impronta naturalistica, realizza scene notturne con soggetti fantastici o letterari, visioni macabre illuminate dalla luna come il celebre La luna sulle tavole di un’osteria, realizzato nel 1886, ma che presenterà alla Biennale di Venezia del 1909, oggi esposto nelle sale de La Galleria Nazionale di Roma. La tela è frutto di un episodio vissuto terminato con un delitto in un’osteria ai Prati di Castello. Il vero, ma allo stesso tempo il mistero, aleggiano sul dipinto.
Il pittore utilizza poi un’accentuata luce chiaroscurale che ricorda il linguaggio di Rembrandt, pittore che lui apprezza sin dagli anni giovanili. L’artista viene influenzato anche dall’ambiente culturale tedesco, dal realismo visionario che anima la pittura mitteleuropea, e in particolar modo dalle suggestioni romantiche e dal tema mitologico di Arnold Böcklin. Questo legame con la Germania si intensifica dopo il matrimonio con Emma Voight, originaria di Brema.
Dal 1892 si trasferisce stabilmente a Venezia, e dopo un inizio non semplice, si inserisce pienamente nella vita culturale veneziana. I paesaggi della città lagunare, che già comparivano nella produzione giovanile, ora divengono il luogo privilegiato delle sue composizioni, caratterizzate sempre dal gusto del funereo. Gli angoli abbandonati e le mura corrose di Venezia offrono lo scenario ideale al suo mondo fantastico ed onirico, a volte popolato da piccole presenze umane, simili a fantasmi.
Al 1894 risale lo pseudonimo Marius Pictor con cui firma i suoi lavori e lo utilizzerà per la prima volta sulla tela Fabbricante di scheletri, esposta alla Triennale di Milano dello stesso anno.
L’anno seguente partecipa alla Biennale di Venezia con Luna – Venezia e La barca a torsio. Torna alla rassegna veneziana all’edizione successiva con Motivo orientale e Paesi caldi d’Italia (Un pensiero a Decamps). Nella seconda metà dell’ultimo decennio del secolo la sua concezione dell’arte diviene più “mistica”, influenzata dall’amicizia con Vittore Grubicy.
Nel 1898 prende parte all’Esposizione di Torino con Auxur (Avanzo del tempio di Apollo a Terracina), testimonianza di un suo soggiorno nella località laziale, In campo Santa Maria Mater Domini e Un’ombra di luna a Venezia. Torna alla Biennale nel 1899 con A Venezia, di notte, Tranquillità – androne veneziano, Fine di un giorno d’estate e I cipressi di Villa Massimo – Roma, chiaro riferimento alla poetica di Arnold Böcklin.
Nel 1905, dopo la perdita tragica della figlia, cade in uno stato di depressione che lo porta ad un ricovero in una clinica a Berna, di cui documenta i suoi stati d’animo in un diario con parole e disegni di animali eseguiti allo zoo della città svizzera.
Tornato poi a Venezia, si dedica alla costruzione di una casa in memoria della figlia, e alla correzione di alcuni suoi vecchi dipinti per rivelare nuovi sentimenti latenti. Nel 1909 gli viene dedicata una personale alla Biennale con trenta opere tra le quali Casa incantata, La sentinella della morte, Angelus domini, Chiaro di luna a Roma, L’ospedale degli infetti, Il meriggio di un fauno, La danza delle ore, Sera tranquilla – La peste a Roma ed Effetto lunare.
Dal primo decennio del Novecento il pittore viene chiuso sempre più verso un isolamento, estraneo alle nuove istanze del secolo e al diffondersi del Futurismo e alla sua polemica contro l’arte passatista. Deluso, vive gli ultimi anni tra Asolo, Venezia e Bologna dove scompare nel 1924. Due anni dopo gli viene dedicata una grande retrospettiva alla Biennale di Venezia.
Emanuela Di Vivona
Il sito viene aggiornato costantemente con opere inedite dei protagonisti della pittura e della scultura tra Ottocento e Novecento.