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Scultore

Medardo Rosso


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Medardo Rosso

( Torino 1858 - Milano 1928 )

Scultore

    Medardo Rosso

    Scultore piemontese, nato e residente a Torino, è un valente e ardito artista, del quale così scrive un critico. «Ribelle ad ogni scuola, ad ogni metodo, ad ogni Accademia, abborrendo tutto ciò che sa di mestiere, di artifizio, si trovò presto solo, senza appoggio, senza maestro, senza consiglieri con un branco di cattivi e d’invidiosi che gli si mettevano fra i piedi ogni qualvolta egli tentava farsi strada e dar prova delle sue attitudini, del suo ingegno.

    Ma il “Veh soli!” della bibbia non lo spaventava, anzi in quelle lunghe diuturne veglie in lotta con tutto un sistema che per tanti anni aveva trionfato, con de’ forti sostenitori di quello e questi fierissimi oppositori suoi sentì le sue forze aumentare, il suo ingegno svilupparsi e concepì un nuovo e vasto orizzonte artistico non ancora da altri tentato, e sì mise all’opera e ritentò la prova.

    I suoi bronzi dapprima in Italia non furono, si può dire, nemmeno osservati. Egli andò a Vienna, a Parigi, trovò sostenitori, compratori e ammiratori: tornò in Italia, trovò le Esposizioni piene di teste alla sua maniera. Gli imitatori oggi sono parecchi e gli hanno presa la trovata, la posa, persino il modo di modellare, la plastica, ma sono ancora lontani da lui e molta strada ancora debbono fare per arrivargli.

    Prendete una della tante teste in gesso, in creta, in bronzo che figuravano in questo ultimo biennio all’Esposizione di Brera o di Roma, mettetela vicina a una delle prime, delle meno riuscite per intonazione, per colorito, per espressione del Rosso e noterete subito che vuol dire arte e che cosa è e quanto differente essa sia del mestiere. Il sentimento, artistico non lo si acquista nelle scuole o nelle Accademie, e la natura e il creato e il bello e il brutto parlano solo a chi sa intenderli: e non c’è libro nè maestro che valgano a farsi capire quando non s’ha avuto il dono, la facoltà di capirli.

    E così è nella scultura, nella pittura, come nel dramma, nel romanzo, nella poesia e nella musica. Le regole d’arte, il sapere, la coltura, gioverà benissimo per le proporzioni d’un dato lavoro per lo sviluppo, per farlo; ma anche fatto bene, alla perfezione, non vi dirà mai nulla, e non vi frutterà mai gli applausi dei più, se non rivela l’anima, l’espressione, il momento con la stessa verità cui si presenta a noi in quel dato momento, sotto quella data impressione nel mondo reale.

    “Il Bersagliere” che a Parigi al Salon è tanto piaciuto, che tanto fece parlare i giornali, e una testa ben riuscita; c’è verità, c’è espressione, c’è colorito. Per l’artista il tutto sta proprio nel sapere scegliere il momento propizio a caratterizzare il soggetto; e questa divinazione, questo sentimento profondo misto ad una certa conoscenza dell’individuo è la dote principale dell’ingegno del Rosso, è la caratteristica dei suoi lavori.

    Egli tiene molto all’idea, al concetto. Ha per massima che un artista per essere veramente degno di tal nome deve anzitutto riuscire originale. Avere un’idea propria dell’arte, seguire una scuola piuttosto che un’altra e magari non seguirne punte, non vuol dir niente. L’importante sta nel rovistare, cavare dal proprio cervello l’idea prima cui s’informa un dato lavoro, e rendere così le impressioni come si sentono e come si ricevono.

    Così egli dall’impressione provata una sera ad una dimostrazione informò l’idea di un monumento a Garibaldi, e un bozzetto che figurava ad un’Esposizione di concorrenti prova come il Rosso tenga all’originalità del concetto. Era strano, bizzarro, audacissimo all’assurdo. Un fanale attorno al quale un pugno di rivoltosi disputavano alle guardie la bandiera portante la scritta: “A Garibaldi, l’Italia redenta”.

    Il gruppo era accurato, ben toccato, ben fatto. Si vedeva che la stecca non era adoperata da mano inesperta che non ne conoscesse tutti i segreti, e faceva notare anche il giovane ardente ed ardimentoso. Egli ci diceva col suo animo franco e leale di giovane, gagliardo ed entusiasta: ma che colonnati, ma che scale, ma che portici per l’Eroe di tutta l’Epopea gloriosa: Garibaldi ridotto alle proporzioni, agli atteggiamenti d’un Don Chisciotte qualunque, goffo od elegante come un puppazzetto medioevale sarebbe troppo grave insulto per permetterlo.

    Il voto ardente dei suoi ultimi anni era l’Italia libera, ma ‘tutta’ libera: ecco il monumento veramente degno di lui; ma che marmi, ma che statue, ma che cavalli e mantelli e bassorilievi!». Tra i numerosi suoi lavori ricordiamo quelli esposti a Roma nel 1883: “Dopo una scappata”; “In Esplorazione”; “Un cantante a spasso”; “A zonzo”, e quelli che con meritato successo inviò all’Esposizione di Venezia, nel 1887: “Se la fuss grappa”; “Amor materno”; “Fine”; “Portinaia”; “Carne altrui”. Medardo Rosso è verista; ma quale lo intendiamo noi, quale lo vogliamo in ogni forma, in ogni manifestazione d’arte. Il verista che dà le bellezze incantevoli della natura, del sentimento, del cuore; che ci rappresenta i vizi e le virtù, il bello e il deforme.

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