OPERA NON DISPONIBILE
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Nicola D’Antino

(Caramanico Terme 1880 - Roma 1966)

Le amiche (1926)

Misure: cm 51 x 32 x 16

Tecnica: scultura in argento

Firmata sulla base: “D’Antino”

provenienza: Roma, collezione privata
esposizioni: XV Biennale di Venezia del 1926

Bibliografia: XV Esposizione Internazionale d’arte della Città di Venezia, 1926, n.42 (esemplare in argento); M.G. Tolomeo Speranza, Nicola D’Antino, pp. 159 – 161, n. 133 (riprodotto esemplare in bronzo).

«Un elegante magnificatore del nudo femminile»[1] è stato definito Nicola D’Antino da Vittorio Pica in occasione della personale alla Galleria Pesaro del 1921. Pochi anni dopo, alla Biennale di Venezia del 1926, avrebbe presentato la scultura in argento Le amiche, due seducenti nudi muliebri che si avvicinano l’un l’altro con una coppa in mano, adagio, in un gioco di sguardi e di calibrati movimenti. Imprecisa quindi l’indicazione di M. G. Tolomeo Speranza[2] che individuava nell’esemplare in bronzo quello esposto alla Biennale di Venezia. Nel catalogo, a pagina 93, n. 42, la voce «Le amiche – argento» ci conferma che l’esemplare esibito alla Biennale era quello in argento, da individuare con ogni probabilità in quello qui presentato.

I caschetti á la garçon e i corpi slanciati sono ancora memori delle pose Jugendstil, ma le sensazioni di linearismo klimtiano ora scompaiono e si ammorbidiscono in curve elegantemente sintetiche e in volumetrie pure ed essenziali di matrice déco che lasciano anche spazio allo studio della statuaria classica, come si nota dall’andamento chiastico delle membra delle fanciulle, non più solo esili presenze.

Raffinate statuette di femmes fatales o di ancestrali divinità che sembrano preservare una antica narrazione rituale declinata in chiave moderna, come se le due donne fossero protagoniste di una misterica e intima scena teatrale. Classicismo, suggestioni arcaiche, movenze fluide e ritmiche si uniscono in una scultura che risente pienamente del clima culturale internazionale dei primi anni Venti e che si trasforma in un piccolo e prezioso oggetto in cui ben si nota la qualità di D’Antino come «raffinato evocatore di squisite eleganze femminili […] con quel desiderio costante di rendere l’esilità, la fragilità, il fascino un poco perturbante di una pura nudità»[3].

Una dimensione estetica dannunziana e sperelliana, al limite tra natura e simbolo, in cui il nudo femminile prende l’accezione allegorica di una bellezza effimera, metamorfica e pungente, di una sfuggente vanitas, che conquista il gusto borghese del tempo e che sembra avere anche affinità con le figure muliebri coeve di Felice Casorati, come il Ritratto di Cynthia Maugham del 1925, una donna «flessuosa e curva» con lo stesso caschetto anni Venti. Queste delicate e leggere silhouettes d’argento riflettono mutevolmente la luce e come piccoli idoli senza tempo si stagliano a metà tra ieraticità e sensualità. Due danzatrici o due attrici bloccate armoniosamente e liricamente in un gesto di reciproca offerta, nell’anelito di un nettare contenuto nelle coppe.

Le amiche assumono ancora più valore se si pensa che si inseriscono tra le ultime sculture ancora legate a questo clima estetizzante e decorativo, poiché nella metà degli anni Venti già era preponderante quel ritorno all’ordine cui in breve tempo anche D’Antino si sarebbe convertito, attraverso una statuaria plasticamente più piena e fatta di solide volumetrie. Ne sono esempio le figure monumentali eseguite all’inizio degli anni Trenta, tra cui le statue per il Ponte Littorio di Pescara e gli atleti per lo Stadio dei Marmi a Roma.

[1] V. Pica, Mostra Collettiva di G. e A. CAROZZI – A. BOCCHI – N. D’ANTINO, catalogo della mostra (Milano, Galleria Pesaro, maggio 1921), Milano 1921.

[2] M.G. Tolomeo Speranza, Nicola D’Antino, Roma, De Luca Editori d’Arte, 1987, pp. 159 – 161, n. 133 (riprodotto esemplare in bronzo).

[3] A. Colasanti, Le Esposizioni di Belle Arti a Roma, “Emporium”, XXXVII, 222, 1913, pp. 428-429.

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