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Oscar Hermann Lamb


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Oscar Hermann Lamb

( Trieste 1876 - Vienna 1947 )

Pittore

    Oscar Hermann Lamb

    Ho avuto la fortuna di poter parlare a lungo con lui e di poter vedere anche alcune sue cose in un’ultima esposizione dell’anno scorso alla «Permanente» così che di Oscar Hermann-Lamb posso parlare con maggior cognizione di causa di quanto non avrei potuto fare s’egli non fosse venuto dopo tanto tempo, di nuovo a Trieste.

    Vive da diciotto anni a Vienna, ma è triestino, e, forse, ha avuto un torto: quello di stabilirsi in una capitale estera, proprio Vienna. E i suoi concittadini lo avevano un poco dimenticato, ma con la mostra alla «Permanente» del marzo ha voluto rientrare fra noi esponendo quattro lavori.

    Anch’egli, come tutti i pittori e gli scultori di Trieste, ha studiato a Monaco nel ’95 e nel ’96 ed era compagno di Bruno Croatto e dello scultore triestino Achille Tamburlini alla scuola del professor Herterich.

    Là studiò nei due anni, soltanto il disegno, senza voler mai nulla dipingere; poi fu per altri due anni a Roma dove frequentò l’accademia inglese, così, perchè un amico lo aveva presentato al direttore.

    Siccome all’Accademia inglese si disegnava, e il disegno, ormai, non lo interessava più tanto, egli s’accontentò di andare, all’Accademia soltanto un poco, la sera; di giorno frequentava tutti gli studi dei pittori romani, visitava tutte le gallerie dalla città, studiava, così, da sè, copiando i quadri antichi, esercitando il suo spirito e la sua mano, aborrendo sistematicamente e con tenacia da una cosa, sopratutto: l’influenza dei pittori moderni.

    Tornato a Trieste, continuò a lavorare sviluppando la sua tendenza speciale alla figura e trattando rare volte il paesaggio se non come accessorio della figura stessa.

    Uno dei suoi primi lavori, esposti nel salone d’arte dello Schollian – il predecessore dei buoni amici Michelazzi – fu un grande quadro intitolato «I fonditori» comperato, poi, molti anni dopo, dal signor Bleckmann di Murzuschlag, proprietario di una delle più grandi acciaierie della Stiria.

    Il quadro non presenta, a chi l’osservi, nessun motivo speciale d’improvvisa ammirazione come composizione, perchè raffigura, semplicemente, quattro fonditori che lavorano nell’officina: invece, come tecnica coloristica, è buono perchè l’autore ha saputo trarre dal fuoco della fornace, dal calore che sprizza dal metallo in liquefazione un vivo effetto di rossi e di rossastri bene intonati al colore bleu con il quale sono dipinti i quattro operai.

    Nel 1900 andò a Vienna per la prima volta e cominciò ad esporre al «Kunstler Haus» alcuni suoi buoni acquerelli che furono subito venduti. Là ebbe occasione di fare i ritratti della famiglia Bohler, grandi proprietari di acciaierie, e di decorare, anche, la loro casa.

    Nel 1912 fu ben tre mesi in Inghilterra e durante la guerra ha sempre lavorato a Vienna. Tranne una breve parentesi dedicata alla pittura ad olio, Oscar Hermann-Lamb ha sempre prediletto l’acquerello che è giunto a trattare, tecnicamente, con una particolare perizia.

    Egli dipinge i suoi quadri cinque o sei volte per poi lavarli e tornarli a dipingere un’altra volta benché trova che l’acquerello non riesce mai alla prima pennellata – è una tecnica di studio e di pazienza, diversa, e molto, dalla tecnica ad olio nella quale gli effetti sono dati dall’impasto sapiente e magari rapido delle prime pennellate o delle prime palettate.

    Il primo abbozzo mi dice Oscar Hermann-Lamb – gli riesce quasi sempre vuoto e senza corpo: è uno studio appena, dal quale l’artista desume la costruzione panoramica e generale del lavoro: e questo specialmente nella figura.

    Invece, qualche volta, nel paesaggio egli riesce ad avere un effetto immediato, subito, perchè il paesaggio presenta minori necessità di esattezze anatomiche e muscolari.

    Infatti – egli mi spiega nel colloquio che mi ha gentilmente concesso durante il suo ultimo soggiorno a Trieste – l’effetto immediato, in un acquerello di figura non si può ottenere anche per le difficoltà tecniche, contemperate all’esattezza di cui ho detto dianzi.

    La sua tecnica lo porta a dipingere pezzo per pezzo; poi, quando tutto l’acquerello è coperto, il quadro è per lui, soltanto in uno stato di preparazione che prelude al lavoro completo e definitivo.

    Ciò per quanto riguarda la tecnica coloristica perchè, prima di dipingere, agili usa disegnare i suoi acquerelli con un disegno che sia, possibilmente, definitivo. Questa tecnica, per conseguenza, conduce l’artefice a dover produrre dei lavori in cui l’esecuzione materiale risulta, evidentemente, molto accurata e molto elaborata.

    Ho sott’occhio alcune ottime fotografie di suoi quadri che mi permettono di poter esaminare un po’ largamente la sua pittura sia dal punto di vista della composizione sia dal punto di vista della concezione, e di fondere gli elementi stessi di questo mio giudizio, con quelli che mi sono procurato e formato, studiando i quattro lavori esposti alla «Permanente» l’anno scorso.

    In genere Oscar Hermann-Lamb s’è dedicato pochissimo al paesaggio e al ritratto: la tendenza spirituale di questo artista è stata, quasi sempre, rivolta alla composizione simbolica e alla idealizzazione di figure femminili nelle quali ha voluto racchiudere ed esprimere, forse, le aspirazioni stesse della sua anima mistica.

    Mistica, però, non di un misticismo religioso, ma bensì di un misticismo umano, e ciò nel senso ch’egli, nelle sue pitture, cerca di esprimere quello che è il desiderio supremo della vita spirituale, quotidiana e trascendentale: una pittura, insomma, del simbolo spirituale stesso della vita che aspira a bellezze infinite e forse, irraggiungibili, non vaganti soltanto in un campo di viete sentimentalità romantiche, ma costituenti l’essenza stessa della vita umana intellettuale e morale.

    Un concetto un po’ difficile, forse, a concretare in formule esatte, ma che l’anima afferra se un poco si fermi innanzi alle concezioni pittoriche di Oscar Hermann-Lamb.

    Ed ecco, allora, come e perchè l’artefice è giunto a fare il quadro ch’egli considera come la sua miglior cosa. V’è, in questo lavoro, la somma di tutti quegli elementi spirituali e intellettuali cui ho accennato dianzi.

    Il quadro si intitola da una parola tedesca: «Sehnsucht» intraducibile, forse, nella nostra lingua e che vuol dire qualche cosa tra l’anelito, il desiderio, l’incontentata ed incontentabile aspirazione sensuale, materiale, spirituale.

    Mi ricordo d’aver letto, qualche tempo fa, nel manoscritto d’un giovane poeta, una poesia che aveva per titolo «Il poema delle voluttà» e nella quale era cantata, con straziante ritmo di bellezza e di spasimo, la tenzone che fanno, nell’anima, le due voluttà umane: la voluttà del corpo e la voluttà dell’anima.

    E mi pare che il quadro di Oscar Hermann-Lamb potrebbe essere la giusta illustrazione pittorica di questo canto. E’ una donna nuda.

    E la donna – come psicologia, come linea, come forma, come «animale» intendendo, con questa parola, la somma delle bellezze e dei desideri dell’anima (spirito) e dell’animale (corpo che racchiude l’anima) – tormenta la mente e la fantasia del pittore, e dell’uomo in quanto è pittore.

    Una donna nuda, inginocchiata e accoccolata su un presto d’un verde vivo e ricco: il cielo è turchino, d’un turchino forte ma non pesante, le cime delle montagne, che fanno da sfondo al quadro, hanno la stessa viva naturalezza delle Dolomiti di Cortina d’Ampezzo che l’artefice ha studiato e riprodotto.

    E la figura della donna è in ombra: il suo nudo è perlaceo, i suoi capelli sono d’un rosso-rame scuro e la veste che è sotto le sue ginocchia e ai suoi piedi è bianca.

    Il viso è sollevato, quasi portato all’indietro dal peso della capellatura e dal gesto delle braccia distese e guarda, così, senza una mèta e senza un obiettivo, quasi trasognata in un folle spasimo di desiderio sensuale e di desiderio spirituale: pronta,

    la bella donna nuda, a dare il suo corpo all’amore del senso, a dare la sua anima all’amor dell’anima.

    Il quadro fu esposto a Vienna nel «Kunstler Haus» nel 1918, poi mandato alla ditta Bruckmann che volle riprodurlo largamente, perchè un grandissimo numero di persone, che non potevano acquistare il quadro, espressero il desiderio d’averne una riproduzione, tanta era la forza spirituale che si sprigionava da quella composizione che stava, così, tra il puro simbolo e la cruda realtà della vita.

    V’è, forse, in questo quadro un qualche cosa di segantiniano? L’autore se l’è domandato egli stesso più volte, ma ha dovuto, con sincerità, rispondersi che nessuna intenzione d’imitazione era in lui quando lo concepiva e lo eseguiva, se non forse l’inconsapevole imitazione di un concetto che può balenare e tentare non uno soltanto ma tutti, anche, gli artisti della terra.

    Gli altri lavori di Oscar Hermann-Lamb – bisogna riconoscerlo e dirlo francamente – sono inferiori a questa sua «Sehnsucht» dov’egli ha, per così dire, assommato le virtù tecniche e concettuali della sua arte e del suo pensiero.

    Citerò, fra le molte: «Il bagno della dea»: una figura rosea di donna nuda con ombre turchine, stilizzata, non con un concetto decorativo, ma con un’intenzione naturalistica, stilizzazione che nuoce, forse, all’esattezza anatomica del nudo.

    «Al chiaro di luna» : altro nudo di donna che ricorda, come composizione e come posizione, il suo maggior lavoro e nel quale ritroviamo la stessa pensosa attitudini un po’ spasimante e straziante.

    Alla «Permanente» del marzo scorso, Oscar Hermann-Lamb ha esposto – come dicevo più sopra – quattro acquerelli rappresentanti anch’essi figure femminili. Oggi io non muto il giudizio che espressi allora parlando di quei lavori nel le mie «note d’arte» su «Il Popolo di Trieste».

    Allora io scrissi che quei lavori ci lasciavano, così, con un certo senso di indefinitezza e di indecisione. Mi parve che l’artista non avesse potuto dar, tutta la forma della bellezza spirituale, da lui concepita e sognata, al lavoro materiale; mi parve, quasi ch’egli non avesse dovuto essere completamente contento della sua produzione.

    Quelle figure femminili erano – infatti di gran lunga inferiori alle figure femminili del «Sehnsucht» e del «Chiaro di luna»: si avvicinavano, un poco, alla tecnica stilizzata della «dea nel bagno» e di un’altra sua figura chiamata «Isabella»; avevano, cioè, una stilizzazione che – per quanto voluta – forse arresta l’estrinsecazione lirica del concepimento pittorico, estrinsecazione ch’egli – invece – aveva saputo ottenere, e bene – nella donna del «Sehnsucht».

    La sua «Danzatrice» e le sue «Vergini delle roccie» hanno la stessa affinità tecnica di tutte le altre sue figure femminili: un disegno buono, forte, incisivo, rude, stilizzato che lascia sospesi nel pensiero e nell’ammirazione.

    O forse non è questo, del resto, un’espressione tecnica, per, così dire, della stessa concezione che l’artista ha della donna, come psicologia, come linea, come forma, come «animale» ?

    Ora Oscar Hermann-Lamb m’ha detto che si dedica interamente a questo studio dell’animo femminile e al modo di concretarlo pittoricamente, con acquerello, e, certo, egli riuscirà a produrre delle buone cose ancora: quello però, ch’io fisso e determino – secondo il mio modo di vedere, di pensare e di giudicare – è che l’artefice ha raggiunto nel suo «Sehnsucht» una perfezione tecnica e concettuale nel vero senso della parola latina «perfacere» e che a questa concezione dovrà tornare o questa concezione dovrà ancora sviluppare e ripetere se non vuol cadere in forme tecniche che danno l’impressione di un senso d’indefinito e fanno restare perplessi senza la possibilità di una schietta e spontanea ammirazione.

    A meno che l’artefice non voglia produrre nell’osservatore o profano o competente, proprio il senso della riflessione, della meditazione e dell’indecisione.

     

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