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Pavle (Paja) Jovanovi


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Pavle (Paja) Jovanovi

( 1859 - 1957 )

Pittore

    Pavle (Paja) Jovanovi

    È stato molto stimolante, sebbene non del tutto fruttuoso, cercare di risalire all’autore e al soggetto raffigurato in questo splendido quadro di fine XIX sec., non datato né firmato. Questa figura anziana dallo sguardo intenso e fiero si presenta come un hajduk, termine che dal XVI secolo venne utilizzato per definire i briganti-guerriglieri attivi nell’Europa ottomana; datisi alla macchia per evitare il devshirme (reclutamento forzoso di giovani sudditi cristiani dell’impero ottomano), gli hajduci si rifugiavano sulle montagne dalle quali compivano rapine, furti di bestiame e agguati contro le autorità.

    In epoca Romantica la figura dell’hajduk venne mitizzata dai nascenti movimenti nazionalisti, che ne esaltarono la natura patriottica e la elevarono a simbolo della lotta contro l’oppressione. Dalla Grecia alla Serbia, dalla Bulgaria all’Albania, la figura dell’hajduk entrò a far parte dell’immaginario collettivo delle popolazioni balcaniche, divenne oggetto di canti che ne lodavano le imprese eroiche, alimentò una serie infinita di miti e leggende.

    Gli indizi forniti dal vestiario
    Riuscire a distinguere la nazionalità del soggetto in questione non è impresa molto agevole, tuttavia alcuni elementi ci permettono di individuarne l’area di provenienza. Il corpetto rosso con il colletto nero merlettato che indossa sopra la camicia era diffuso a fine del XIX secolo tra le popolazioni serbe del sud, in particolare nell’Erzegovina orientale e in Montenegro, dove prendeva il nome di džamadan, e in Kosovo, dove invece veniva chiamato mintan o miltan.

    Stretta in vita, l’anziano condottiero porta una fascia rossa scura, utilizzata per portare le armi, secondo un’usanza ampiamente diffusa in tutti i Balcani meridionali. Nemmeno il cappello ci permette di stabilire con certezza la provenienza della figura ritratta. C’è tuttavia un altro elemento che ci fornisce un’indicazione preziosa. Si tratta dell’abito verde impreziosito da ricami dorati a motivi floreali, che il guerrigliero indossa sopra il corpetto. Vesti di questo tipo venivano comunemente chiamate dušanke ed erano molto comuni in Erzegovina, Montenegro, Kosovo e Serbia meridionale.

    Solitamente erano di colore bianco, rosso o talvolta nero. Il soggetto ritratto tuttavia ne indossa una variante specifica, la dolama: abito da cerimonia lungo fino alle ginocchia, dal colore verde intenso, che si poteva trovare esclusivamente in Montenegro (così come il dunj, che si differenziava dalla dolama per le tonalità più tenui, tendenti all’azzurrino, e per la mancanza di motivi ornamentali).

    Dopo averne stabilito con certezza l’origine montenegrina, possiamo tentare di scoprire l’identità di questo volto enigmatico. Non è affatto di un’impresa semplice, perché nelle rappresentazioni dell’epoca i guerriglieri e militari montenegrini presentavano dei tratti somatici piuttosto simili e portavano sempre i baffi.
    Solitamente, coloro che ricoprivano le prestigiose cariche di vojvoda o serdar nell’esercito montenegrino erano soliti farsi ritrarre con un gilet (jelek) sopra la veste, arricchita di medaglie che ne attestavano il valore in battaglia. In questo caso, al posto dello jelek c’è una pelliccia, elemento decisamente insolito per l’iconografia dell’epoca. Questo elemento tuttavia non ci aiuta, perché non ci permette né di asserire né di escludere che si trattasse di un militare. Saremmo tendenzialmente portati a pensare che fosse una personalità in vista, in quanto meritevole di un ritratto di tale fattura.

    Tra le figure più importanti del Paese nella seconda metà dell’Ottocento, quello che ricorda maggiormente l’anziano condottiero è Novica Cerović (1805-1895). Leggendario vojvoda (titolo onorifico assegnato a chi si era distinto in battaglia) celebre per aver architettato nel 1840 l’uccisione del comandante delle armate ottomane in Bosnia, Cerović è oggi un eroe nazionale montenegrino1. Divenuto in seguito membro del comando supremo dell’esercito, si distinse nuovamente in occasione della guerra contro l’impero ottomano del 1876-1878, per essere stato alla guida delle operazioni militari in Erzegovina.

    È tuttavia impossibile affermare con certezza di aver individuato nell’anziano raffigurato il vojvoda Cerović, solamente perché quest’ultimo è tra i vari capi militari montenegrini del tempo è quello che gli assomiglia maggiormente.
    Non si può quindi scartare l’ipotesi che il protagonista del ritratto non fosse una figura così celebre, ma un guerrigliero o un militare meno noto, per quanto di rango certamente elevato. Il džamadan che indossa era, sul finire del XIX secolo, in dotazione agli ufficiali dell’esercito montenegrino, nonché alla guardia personale del re.

    La mancanza di una firma rende particolarmente difficoltoso il riconoscimento dell’artista. I maggiori ritrattisti balcanici dell’epoca erano in grande maggioranza serbi. Il quadro presenta dei tratti quasi impressionistici nelle pennellate, particolare che lo rende piuttosto atipico rispetto alla produzione coeva. Certamente l’autore era aggiornato sulle più moderne tendenze artistiche a lui contemporanee, per cui possiamo supporre che avesse perfezionato la propria maturazione in Occidente. Come nel campo del pensiero filosofico e della letteratura, l’importazione di modelli occidentali nei Balcani – rimasti durante i secoli di dominazione ottomana completamente isolati dal punto di vista culturale – era il risultato dell’opera di pochi artisti e pensatori, che avevano avuto la possibilità di formarsi nelle accademie e nelle università di Vienna, Londra e Parigi.
    Lo stile pittorico ci porta ad escludere che si tratti di un lavoro di celebri ritrattisti come Uroš Knežević o Stevan Todorović, che adottavano uno approccio decisamente più fotografico. Esclusi questi, autori l’ipotesi più ragionevole è che sia un’opera di Pavle “Paja” Jovanović (1859-1957), la cui pittura nella fase giovanile era quanto di più vicino all’Impressionismo si potesse trovare nei Balcani. Nativo di Vršac (nella regione serba della Vojvodina, allora parte dell’impero austro-ungarico), fu uno dei più grandi pittori di area jugoslava a cavallo tra il XIX e il XX secolo.

    Sin da giovanissimo cominciò a recarsi in Occidente, in particolare a Vienna, dove si iscrisse all’accademia dell’arte, ma anche a Monaco, Parigi e Londra. A questi viaggi ne alternò diversi nei Balcani meridionali (in particolare Montenegro, Albania, Grecia e Turchia), affascinato dagli usi e costumi di quelle zone, così lontani da quelli asburgici della sua terra d’origine. Il suo interesse per l’aspetto etnografico emerge chiaramente nei dipinti di questa prima fase, che testimoniano la vita quotidiana nelle campagne e hanno per protagonisti uomini comuni, pastori, contadini e guerriglieri.

    Negli ultimi anni del secolo il suo taglio socio-antropologico venne gradualmente ad affievolirsi, parallelamente all’intensificarsi del suo impegno politico. Divenuto membro della Società scientifica e dell’Accademia reale di Belgrado, Jovanović si appassionò sempre di più alla questione dell’unificazione del popolo serbo all’interno di un’unica entità statale, tematica comune a tutti i nazionalisti dell’Europa tardo-Romantica.

    Questa nuova passione si riflesse anche sulla sua produzione artistica. Il taglio socio-antropologico adottato nelle prime opere lasciò spazio ad uno più decisamente agiografico; le scene di vita quotidiana vennero sostituite dalla raffigurazione di eventi storici e da ritratti di sovrani e personaggi celebri; dal punto di vista dello stile, la vena impressionista degli inizi lasciò spazio ad un maggiore realismo.

    La qualità dei materiali che compongono l’intelaiatura del quadro fanno supporre che esso provenga da una bottega di alto livello, probabilmente di Londra o di Parigi. Anche questo elemento, oltre a quelli già considerati (soggetto, stile, coincidenza temporale), è compatibile con l’ipotesi che il ritratto del combattente montenegrino (sia esso Cerović o un altro militare di alto rango) sia un’opera di Paja Jovanović, risalente agli anni Ottanta dell’Ottocento.

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