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Pittore

Pietro Roi


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Pietro Roi

( Sandrigo 1819 - Venezia 1896 )

Pittore

    Pietro Roi

    Pittore veneziano, nato a Sandrigo, nel Vicentino, l’anno 1820. Fino dall’infanzia mostrò una fortissima passione per l’arte, ed era una festa per lui, quando suo padre ritornando dalla città gli portava della carta e delle matite di cui si serviva per copiare i quadri della Chiesa del villaggio.

    Ora avendo esso sentito parlare della bellezza dei quadri esistenti a Vicenza, giurò di cogliere la prima occasione per andarli a vedere. L’occasione fu quella di seguire una processione, che si recava in quella città per scongiurare la siccità.

    Per poterne approfittare dovè fuggire di casa, ma nonostante queste difficoltà, il caldo soffocante, la tenera età (aveva allora sette anni soltanto) e la lunghezza del cammino, ottenne l’intento; e mentre i fedeli innalzavano preci, egli si beava dinanzi le opere d’arte che ornavano le chiese di Vicenza.

    L’entusiasmo che gli destarono le opere di Bartolomeo Montana (ora raccolte nel Museo Civico) gli fecero raddoppiare la sua passione e un anno dopo, quando poteva svignarsela di casa a scapito delle sue occupazioni di scuola, si recava nell’officina di un verniciatore di carrozze immaginandosi di potere imparare qualche cosa da lui e aspettando ansiosamente il momento di veder dipingere figure, momento che naturalmente non venne mai.

    A dieci anni venne a stabilirsi a Vicenza per continuare gli studi, e fra molte cose che eseguì, ne ricorderò una che si collega ad un curioso aneddoto.

    Un giorno (eran pochi mesi che si trovava a Vicenza) gli venne proposto da uno dei più ragguardevoli personaggi di Pozzo, villaggio presso Vicenza, di dipingere a fresco un capitello di campagna, figurandovi una “Madonna col Bambino circondata da Angeli”.

    Il Roi troppo lusingato dall’idea di essere già considerato un artista, sebbene gli sembrasse impossibile si potesse dipingere senza aver mai avuto una lezione d’arte, accettò l’incarico.

    Infatti fece perfino il cartone e si recò al paese per eseguirlo; ma disgraziatamente credendo di dipingere a fresco, dipinse a tempera in modo che i colori asciugandosi sbiadirono talmente che il quadro non si distingueva che per chiaro scuro.

    Giunse anche per questo lavoro il giorno dell’inaugurazione, e i contadini accortisi dello spaventevole pallore di quelle facce, attaccarono tutto all’intorno dei fazzoletti rossi, credendo che il colore di questi si spargesse anche sul quadro; ma naturalmente, con grande disperazione di tutti gli astanti e specialmente dell’autore, ottennero il risultato opposto.

    Nel medesimo tempo eseguì in disegno la copia della “Cena di Paolo Veronese” che si trova nella Chiesa di monte Berico, e ad olio (approfittando di quel poco che aveva potuto imparare dall’inverniciatore di carrozze) di un quadro d’altare della chiesa San Pietro.

    Ma la sua vocazione era troppo profonda per potersi limitare a questi tentativi, ed egli sentiva potentemente il bisogno di dedicarsi seriamente all’arte, e fu appunto con l’aiuto di una sovvenzione cittadina che potè nel novembre del 1837 entrare nell’Accademia delle Belle Arti in Venezia, dove rimase quattro anni, riportando sempre le prime distinzioni.

    L’unico vantaggio che ne trasse fu quello di avere acquistato una certa cultura storica e letteraria, che del resto avrebbe potuto raggiungere senza dubbio e meglio in qualunque altro luogo.

    Nel 1840 ultimo anno della sua permanenza a Venezia, dipinse i primi quadri, “Il suo ritratto” ed “Il ritorno di Tobia” (grandezza naturale) che fu sorteggiato a Vicenza.

    Ritornato a Vicenza, nel 1841, fece molti lavori e ritratti che gli vennero ordinati, ma il suo istinto artistico gli fece vedere orizzonte ben più vasto, e per questo, nel 1843, andò a Roma, dove, in grazia di uno studio indefesso, di una continua osservazione dal vero, del confronto di questo colle opere dei classici e di qualche altro vago suggerimento di un suo amico, il Galucci, ritrovò la legge di chiaro scuro, cioè il modo di applicare praticamente la teoria delle ombre.

    Il Roi aveva intanto contratto relazione con molti artisti, come il Sanguinetto, il Minardi, il Coglietti, il Consoni e il Flass, coi quali collaborò per molto tempo; con l’Overbeck fu poi assiduo a passare le serate settimanali di composizione che teneva in casa sua.

    In questo frattempo il Roi dipinse “Il buon Pastore” e una “Deposizione” grande al vero che piacque molto ai più grandi artisti d’allora, alcuni dei quali l’attribuirono ad un quattrocentista. Dipinse inoltre molti uomini celebri della Compagnia di Gesù e vari “Ritratti di Pio IX”, di cui gli erano state ordinate cinquanta copie.

    Sopravvenuto però il 1848, il Roi, sebbene molto occupato, si arruolò sotto le bandiere che il Papa aveva promesso benedire, e infatti nel maggio si presentava al Vaticano e in uno dei vasti suoi cortili vestiva la divisa dei volontari universitari di Roma.

    La sera dello stesso giorno un’imponente massa di questi si presentava dinanzi al Quirinale per invocare la promessa benedizione papale, ma come tutti sanno, a nulla valsero gli evviva; il Papa non uscì e non benedisse, ciò che fu causa d’una grande costernazione; e da questo si capiva evidentemente che il voltafaccia era già avvenuto.

    Tuttavia i volontari partirono e a Monterosi, luogo dove fu fatta la prima tappa, il Roi nominato sotto luogotenente, grado ch’egli declinò.

    La marcia dei volontari fu molto lunga e faticosa, essi dopo ventisette giorni di cammino giunsero a Padova, da dove il Roi andò in fretta a Vicenza a rivedere la famiglia, che da cinque anni più non aveva veduta.

    Dopo poco tornò con l’amico conte Camillo Franco a raggiungere l’armata, e a Cornuda si battè da valoroso.

    Passato a Treviso, e temendo che il generale Welden marciasse su Vicenza, vedendo che il generale Ferrari non aveva preso misure opportune per impedire la marcia, andò, istigato da alcuni suoi amici ufficiali, a parlarne all’aiutante di campo Pasi, il quale approvando i suoi sospetti gli disse: «Avete ragione, ma vedete il generale che sembra aver perduta la testa, e si aggira come pazzo per le stanze».

    Il Roi con buona parte dei volontari, si staccò allora dal corpo, e andò insieme al Franco a Vicenza. Combattè a Porta Santa Lucia, a Porta Castello, e a Vicenza dove ebbe il dolore di perdete l’amico del cuore Camillo Franco.

    Caduta Vicenza ed essendosi sparsa la voce che gli Austriaci avrebbero costretto ad arruolarsi sotto le loro bandiere tutti coloro, che avessero trovati atti a portare le armi, avvilito per tante sciagure, nel silenzio della notte prendeva la via di Roma, donde poco prima era partito con tante speranze.

    Giuntovi, riprese le sue occupazioni abituali ed eseguì altri lavori di minore importanza, collaborando di quando in quando con vari artisti di Roma.

    L’anno appresso una quantità d’ordinazioni lo richiamava nuovamente a Vicenza, e fra i lavori fatti, si possono ricordare con lode i ritratti del defunto “Camillo Franco”, del “vescovo Cappellari”, del “Porta Cabianca” e molti altri di piccole dimensioni.

    Recatosi frattanto a Venezia per fare degli studi, ebbe dal marchese Selvatico direttore artistico dell’Accademia di Belle Arti la proposta di accettare il posto di professore di disegno, ma rifiutò, piacendogli rimanere a Roma.

    Infatti tornatovi, fece per commissione della contessa Scrofa un quadro grande al vero, rappresentante il “Conte Luigi Da Porto in atto di prendere commiato dalla moglie e dai figli prima di partire per la battaglia”; e un’altro intitolato: “Santa Dorotea” quadro d’altare ecc. Nel 1853, tornato a Vicenza, eseguì altri ritratti e affreschi in Chiese ed Oratori, finiti i quali, si fissò a Venezia.

    Colà dipinse una “Madonna con Bambino” ed alcuni “Santi” per la Chiesa della Casa di Pena femminile: “Una visione di San Giuseppe”; “Tiziano che incontrando Paolo Veronese si congratula con lui per un quadro recentemente finito”; poi per proprio conto conduceva a termine un cartone di oltre venti figure; “Manfredi riconosciuto dai suoi famigliari alla presenza di Carlo d’Angiò”, quadro che, abbandonato per molto tempo, è ora in corso di lavoro.

    Questi lavori fatti a Venezia, furono dal Roi esposti nel Battistero di San Marco, con un successo strepitoso, poichè gli fruttarono una numerosa scolaresca.

    Anche l’Arciduca Massimiliano vi si recò a vederli e per mezzo del suo Ministro, gli ordinò un quadro allegorico, che doveva collocarsi nel Palazzo Ducale, ed un altro più piccolo per la Galleria privata dell’Arciduca; lavori che benissimo incominciati non potè compiere, causa le vicende politiche dell’Arciduca, che dovè allontanarsi da Vicenza e recarsi al Messico.

    Intanto la sua scolaresca cresceva di fama, e tra i più bravi suoi discepoli, era da annoverarsi una signorina russa, contessa Elisa di Kapuist, che fu poi sua moglie.

    Il Roi prima perchè attratto da certi suoi affari, poi anche perchè mosso dal grande amore per l’arte, si diede a viaggiare in Germania, Olanda, Belgio, Danimarca e Francia, visitando tutto ciò che v’era d’artistico ed anche facendo dei lavori; ma però dopo cinque anni che era lontano dall’Italia, si sentì chiamato a rivedere la sua patria, e infatti, nel 1869, tornò a Venezia, dove fissò definitivamente la sua dimora e dove lavorò con grande assiduità.

    Dei suoi ultimi dipinti i più pregevoli, sono: testa di “Romeo”, di “Giulietta”, di “Vecchio prelato”, di “Carlo d’Angiò” ad olio: “Dolore!” studio dal vero venduto insieme ad una copia della testa di Carlo d’Angiò.

    Altri lavori sono il “Ritratto della moglie” e “suo”; “Paesaggio” rappresentante “Bassano”; “La testa di Giulietta”, studio a pastello; “Canto d’amore” e “Invocazione”, venduti; “I ritratti della signora Cabianca”, della “contessa Mocenigo” e “Franco”; “Giulietta e Romeo”, quadro grande al vero, donato al Museo di Vicenza, e premiato con medaglia d’oro all’Esposizione di Colonia, avendone fatta una replica di tre quarti la grandezza naturale e che fu esposta alla Mostra di Colonia; di poi fece due cartoni, rappresentanti “San Pietro” e “San Paolo” grandi al vero e ad olio per la Basilica di San Niardo e il “suo ritratto” collocato nella Galleria degli Uffizi a Firenze.

    Il bel quadro del Roi “Dopo la battaglia di Benevento”, o il “Cadavere di Manfredi riconosciuto da Carlo d’Angiò” fu esposto e premiato alla prima Esposizione Nazionale di Firenze del 1861.

     

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