(Pavia 1870 - Milano 1936)
Giovinezza
Misure: cm 67 (h)
Tecnica: marmo
Firmata sulla base: “Del Bo”; iscritto sul fronte: “Giovinezza”
Esposizioni: Biennale di Venezia del 1920, p. 57, n. 12
«Un artista che si presenta con due piccoli marmi finiti e persuasivi è Romolo Del Bo. Quella sua Giovinezza dalla testa salda, dall’espressione ridente, sembra il sogno d’un poeta ilare e fortunato. Il marmo s’è ridotto docile, liscio come i petali di certi fiori; il seno femminile vibra, rabbrividisce di gioia, gonfio e ben composto»[1].
Con queste parole, Francesco Sapori descriveva nel 1920, tra le pagine di «Emporium», il busto Giovinezza di Romolo del Bo, esposto, insieme alla scultura Allo specchio, alla XII Biennale di Venezia, evidenziandone l’armonia delle superfici, i delicati passaggi chiaroscurali, la freschezza del tema e la pura tensione quasi ascetica ed incorporea, che fa da costante sostrato alle sue opere.
Un busto pulito e luminoso, con una fine incisione sulla base, in cui si fa sempre più forte l’esigenza della semplificazione formale, con poche linee che definiscono la figura e tracciano con estrema delicatezza l’allegoria della giovinezza che si incarna non solo nella floridezza epidermica delle superfici, ma anche nel gioviale viso contornato da una solida calotta di capelli raccolti.
La commistione tra compostezza classica e modernità della resa ritmica fanno sì che questo marmo segni l’approdo di Del Bo alle istanze del ritorno all’ordine, senza però mai rinunciare del tutto a quel sentore di levigato simbolismo ereditato da Adolfo Wildt, costellato di figure filiformi ed aggraziate che rappresentano l’unione tra alcune reminiscenze del verismo lombardo tardo ottocentesco e le nuove tendenze in cui si assiste alla sintesi formale e all’elaborazione spirituale.
La giovinezza, primavera della bellezza, prefigura da una parte il brio decorativo e leggero degli anni Venti e dall’altra non può che svelare quella melanconia che si cela nello stesso decennio, spesso definito «età dell’incertezza», tra momenti di ruggente sfavillio e altrettanti di accennata inquietudine. Un topos che ricorre nelle iconografie classiche della vanitas, dove solitamente la personificazione della giovinezza trattiene gelosamente il Tempo, perché comincia a sentire gli effetti degli istanti che fuggono. «Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto sia, di doman non c’è certezza»[2] sembrano riassumere le rigogliose sembianze della giovane scolpita da Del Bo: senza remore, come una Ebe classica, mostra i seni esplicitamente evidenziati dalle affusolate dita, simbolo di quello splendore armonico, ma di effimera durata, «morbidezza sapiente di forme, armonia di linee, poesia di melanconici accenti»[3], un inno alla giovinezza e un’esortazione a godere a pieno dei piaceri della vita (la bellezza, l’amore, i sensi) nella consapevolezza della loro fugacità.
Elena Lago
[1] F. Sapori, La XII Mostra d’Arte a Venezia, «Emporium», LI, 306, 1920, p. 268.
[2] Lorenzo de’ Medici, Canzona di Bacco, 1490 ca.
[3] S. Vigezzi, La scultura italiana dell’Ottocento, Milano 1932.



