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Scultore

Ruggero Rovan


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Ruggero Rovan

( Trieste 1877 - 1965 )

Scultore

    Ruggero Rovan

    Quest’uomo – artefice di forza cruda nel fondo dell’anima ha lottato sempre con la vita; ma ha lottato a denti stretti, strenuamente con l’idea fissa di vincere e di abbattere la vita e forgiarla com’egli ha forgiato i suoi gessi e le sue crete.

    E v’è riuscito.

    E’ una caratteristica di forza e di volontà e di stranezza.

    Un bel giorno – aveva dodici anni – influenzato dai libri del Verne e degli altri romanzieri d’avventure s’imbarca su un piroscafo come «ragazzo di camera» e se ne va in Cina con l’idea romantica di naufragare in un’isola disabitata e di diventare un secondo Robinson Crosue.

    Poi si stanca della vita cattiva di bordo, torna a Trieste e vuol fare lo scultore.

    Perchè?

    Non lo sa dire nè anche lui: forse perchè innanzi a casa sua c’era uno scultore ed egli, da bimbo, lo vedeva lavorare.

    S’era innamorato forse delle sue argille e delle sue stecche!

    E studia alla Scuola Industriale di Trieste, poi collo scultore Vittorio Guttner, un triestino di padre viennese che ora vive a Monaco, e dal quale apprese la pratica della tecnica; e finalmente va all’Accademia di Monaco nella scuola dei Rumann.

    Il libero studio di quest’accademia gli giova moltissimo: la miseria lo punge e lo perseguita: lavora e soffre, impara molto da sè ma il professore non gli insegna nulla.

    Va a Roma all’Accademia libera di via Ripetta, torna a Trieste ove l’Austria lo arruola militare ed egli se ne libera fingendo l’epilessia e di nuovo va a Monaco per tre anni, sempre in lotta atroce con la vita: fa il modello, guadagna qualche cosa e affitta uno studio in cui finalmente può lavorare e produrre.

    E qui scolpisce alcune cose fra cui quel suo autoritratto ch’egli intitola «Un voto» pieno d’energia e d’espressione.

    La bella testa, allora ancora coperta dai lunghi capelli fluenti, riproduce meravigliosamente, con una tecnica ancora forse un po’ primitiva o per lo meno rude, la fierezza del carattere di quest’uomo – lottatore con la vita, con il pensiero, con l’azione.

    La modellatura è forte, robusta, tutta piena di un verismo anatomico accentuato: è insomma un busto che rivela lo spirito di Ruggero Rovan qual’era allora nei tristi momenti della sua vita.

    A Monaco ha fatto anche quell’altra scultura: «In sè» dove nuovamente lo spirito pensoso, scontento, e lavoratore ha avuto tutto l’agio di esprimersi.

    E’ una figura d’uomo nudo, rannicchiato, che si cinge con le braccia le ginocchia fra mezzo alle quali ha chinato la testa.

    L’originalità e la bellezza stanno nella modellazione del nudo che risalta con forti e sicuri tocchi, con uno spirito di tecnica assolutamente individuale.

    Si vede che Ruggero Rovan ha espresso la forma del suo concepimento artistico con una piena libertà: nessuna influenza altrui: ha improntato la materia con proprie energie e con proprii caratteri.

    Con questi due lavori egli concorse al premio di Roma della fondazione Rittmayer nel novembre del 1903 insieme allo Zago, al Boschian, al Grablovitz di Cormons e al Pignolo e fu egli il solo che mostrasse accenni di una fisionomia propria: e la giuria rimase colpita oltre che da una certa rodiniana energia selvaggia nel riassumere in uno scorcio colorito una massa di membra virili, anche da una cosciente padronanza del proprio soggetto, da un senso umano, pensoso ed animatore.

    E così il giovane scultore potè per un poco uscire dalle umiliazioni dell’oscurità: la vittoria del concorso gli aveva teso le mani e lo liberava per qualche anno dalle dolorose angustie materiali per ritemprarlo nello sviluppo delle sue migliori facoltà.

    E andò a Roma.

    Il successo non gli diede la velleità di dormire sugli allori: lo spronò ad un più intenso lavoro, ed è di questo periodo «Il Nemico» ch’egli espose da prima nel vestibolo del Museo Revoltella (ottobre 1904) e che poi fu accettato alla Biennale di Venezia l’anno dopo.

    Il «Nemico» parve allora il risultato complessivo e robusto di buoni studii fatti a punto da un temperamento cui noia era estranea l’energia personale.

    E’ un fromboliere ignudo che si china nell’assalto a raccogliere una pietra, mentre con l’occhio scruta il nemico.

    V’è qualche rimembranza del «Discobolo» antico, v’ha intenzione di sviluppo michelangiolesco nel torace e v’ha anche del Rodin, sempre del Rodin, nell’esecuzione sommaria e vigorosa, piena di risorse di chiaroscuro: tanto che l’effetto del colore avviva l’effetto del movimento.

    Ad accrescere questo effetto la statua è dipinta di un bronzo aureo propizio forse a rinvigorire ombre e luci.

    Il soggiorno a Roma à giovato a Ruggero Rovan: una quantità di elementi gli sono ora suggeriti dallo studio degli antichi e dal senso della modernità: l’azione vibrata che risulta dal complesso della sua opera è soltanto da alcuni particolari interrotta: in questa statua, per esempio, dal poco appoggiati che nel ginocchio sinistro, tanto lavorato e pur tanto debole, trova la bellissima veemenza dei muscoli tesi della coscia che irrompono dal gran centro d’ombra sul quale si equilibra tutta la visione colorita della statua.

    Un altro lavoro del suo periodo romano è «Il bacio» esposto anche nel vestibolo del Museo Revoltella per ottenere la riconferma del premio Rittmayer.

    E’ un gruppo: finora aveva trattato sempre una figura sola, ora ne compone due, le allaccia, le serra luna all’altra nell’impetuoso vincolo del bacio di due gagliarde creature ignude che dissetano un lungo desiderio: l’azione è esuberante di vigoria muscolare, tuttavia composta con quell’organico senso di euritmia che fa rispondere l’una all’altra le linee; i due corpi levarsi come un tronco solo; la ghirlanda delle braccia imitare la ramaglia aspra ed attorta dell’albero.

    Il maschio asseconda la concezione umana propria a una certa plastica e a una certa letteratura moderna: un torace largo e colmo che scatta, che quasi si equilibra sulle reni nervose e strette; la balzante energia di un muscolo atletico sulla coscia: e in esso riassunto tutto il poema fisiologico del momento.

    La donna ha nel suo nudo giovanile e formoso la irrequietudine diffusa di un’estrema continenza del pudore e di una estrema febbre del desiderio.

    Il gruppo de «Il bacio» è ora nella villa triestina del pittore Piero Marussig.

    A Capodistria, nell’esposizione regionale del 1910 in cui esposero quasi tutti gli artisti triestini, Ruggero Rovan ottiene, per il suo «Sorriso» e per il suo «Torso» la medaglia d’oro e il diploma d’onore per la scultura.

    Il «Sorriso» è stato anche esposto all’Internazionale veneziana dell’anno scorso.

    E’ una testa di donna concepita in uno dei momenti più felici del Rovan: veramente essa sorride; non la bocca soltanto ma tutto il volto ma l’anima: e l’intima ricerca dell’espressione vi è tanto amorevole quanto la finitezza del modellare delicata e palpitante.

    A prendere in esame ogni lavoro di Ruggero Rovan, di quelli ch’io ho visto nel suo piccolo studiolo tutto pieno delle sue creature e di quelli che ho visto a traverso le riproduzioni o direttamente nell’originale, non basterebbe un volume perchè ogni testa ogni busto ogni figura ha un’espressione viva, nuova, tutta fatta di forza.

    Mi basterà citare quello che esclamò il Meunier quando vide nel luglio del 1902 alcune riproduzioni di Ruggero Rovan: «Ce n’est pas mal: il y a une recherche de vie qui me plait. Quant aux ensembles il y a des beaux mouvements, mais ce jeune homrne pense un peu trop à Rodin. Mefions-nous de Rodin et de tous contemporains. Surtout qu’il s’eloigne des sculpteurs allernands de l’epoque comme Max Klinge qui fait des cous d’une grande vulgarité. Qu’il aille aux primitifs : c’est tout ce que je puis lui dire, et qu’il serre la forme de toutes ses forces.»

    E quando seppe ch’egli aveva 25 anni esclamò:

    «Oh! il a de temps alors! C’est interessant certaiment: le coté vie me plait!»

    Ma un altro lato della scultura di Ruggero Rovan merita di essere analizzato: i bimbi.

    Egli sa cogliere in modo sorprendente l’espressione del viso infantile: una figura di bimbo che i critici d’allora chiamarono «putto porcaccione» perchè si diverte con… quello che è detto in un celebre verso del Carducci rende con tutta l’evidenza quell’espressione quasi scimmiesca del bimbo di pochissimi mesi colto, del resto, in quella posizione naturale senz’ombra di voler riprodurre e fare una cosa immorale; un altro bustino di putto fatto a Monaco nel 1902 è il più bel bimbo in scultura ch’io abbia ancor visto perchè qui c’è tutta la bellezza dell’anima innocente che sorride con quel sorriso largo di tutto il viso, di tutta la fronte, di tutt’e due gli occhi…

    La scultura di Ruggero Rovan è una viva espressione individuale di forza e d’energia: egli concepisce quasi esclusivamente la scultura di carattere, la forma, la costruzione stessa purchè abbia un’espressione, ch’egli vuole ad ogni costo rendere, e senza la quale l’opera non avrebbe per lui nessun valore.

    Infatti: egli sente la scultura non costretta nel tempo e nell’epoca, ma nella sua grande concezione astratta, fuori del costume: il nudo, quindi, prima d’ogni cosa, sopra ogni cosa e se potesse egli riprodurrebbe sempre il nudo nella sua grandezza, magari esagerando con quel senso interiore di tormento spirituale che è proprio della sua anima: l’espressione umana: che gli pare, d’altronde, una cosa semplice e da segnarsi in pochi tratti.

    Il suo vero fervore si concentra nel gruppo statuario, nella grande opera creativa alla quale il suo ingegno si slancia agognando e che gli esce dalle mani pieno di forza e di vita.

    Egli me lo ha detto con un’espressione rude e semplice: «Ho bisogno che tutta la mia mano d’artefice abbracci una cosa grande!»

    E infatti oltre al «Nemico» al «Bacio» a «In sè» egli ha anche altre grandi concezioni: «Il vittorioso» : una figura d’uomo che atterrà il nemico e stende la mano verso l’orizzonte quasi a significare che altre vittorie lo attendono; «Disperazione»; «Ultimo bacio» «Amore» e sopratutto «Inseparabile» che è una meravigliosa composizione di grande efficacia: una donna, distesa a terra nell’ardore del desiderio e della disperazione s’aggrappa con le sue mani tormentate alle anche del maschio che le sfugge.

    E dovunque è il senso vigoroso della struttura umana è, la modellazione che nasce, sotto la sua stecca e sotto il suo pollice, spontanea, sicura, perchè la fibra di Ruggero Rovan sa tutta concedersi al destino del lavoro profondo.

    Del resto in quasi tutti i lavori suoi c’è l’eccesso psicologico che appare con evidenza, c’è la natura che prorompe con tutta la sua brutalità: egli è spregiudicato innanzi alla natura: purchè possa rendere la carne in tutta la sua realtà – il poema fisiologico – il resto non lo preoccupa e non Io tange.

    Ed è rodiniano anche in questo, Ruggero Rovan, in quanto divide i concetti di Augusto Rodin: in arte è bello unicamente ciò che ha del carattere : il carattere è la verità intensa d’un qualunque spettacolo naturale bello o brutto.

    Ora, per un rande artista, tutto, nella natura, offre del carattere: la sua osservazione penetra il senso nascosto d’ogni cosa.

    A volte ciò che è considerato brutto presenta più carattere d’una cosa considerata bella: nella crispazione d’una fisonomia malata, nella sfattezza d’un volto vizioso, in ogni deformazione, la verità interiore appare più evidente che sul tratti sani e regolari.

    Questo era il canone di Rodin: e Ruggero Rovan gli si avvicina non so se per natural disposizione o per una simpatia: e in tutta la sua opera scultorea è la vita che pulsa, lo spirito che aleggia: quello che noi adoriamo nel corpo umano non è forse, ancor più che la forma bella, la fiamma interna che sembra illuminarlo come in trasparenza?

    E cosa sarebbe per noi la gioia o il dolore di un oggetto inerte… d’un blocco di pietra?

     

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