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Pittore

Vittorio Guttner


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Vittorio Guttner

( Trieste 1869 - Monaco di Baviera 1935 )

Pittore

    Vittorio Guttner

    Anche di Vittorio Guttner, purtroppo, non posso scrivere come vorrei perchè mi mancano assolutamente gli elementi necessarii per uno studio profondo e complesso, quale merita tutta la sua opera di scultore.

    Anch’egli ha risposto, come gli altri triestini che stanno all’estero, con molta squisita gentilezza al mio appello e mi ha mandato una ventina di ottime fotografie: ma che giudizio mi posso io formare di lavori dei quali mi sfuggono le caratteristiche più importanti ed essenziali?

    Per studiare e rendere l’anima di un artista e per penetrarne esattamente l’essenza artistica sarebbe necessario vivere qualche tempo con lui, parlare spesso con lui di arte come ho potuto fare con quasi tutti gli artisti de’ quali scrivo in questo volume; e per Vittorio Guttner io sento che questa comunanza di vita sarebbe indispensabile.

    Ad ogni modo riservandomi di dedicare a lui, in un giorno non lontano, un mio studio più profondamente e più, logicamente condotto, mi limito ad abbozzare un rapido profilo che valga a tener desta, nei triestini, la memoria di questo loro artefice lontano.

    Il quale cominciò a studiare nel 1883 nello studio dello scultore Franco Pezzicar, e fu, poi dall’85 all’88 a Monaco.

    Dopo un breve soggiorno a Firenze, tornò a Trieste dove vinse il solito concorso Rittmayer per il pensionato romano con un grande gruppo al vero rappresentante l’allegoria della presa di Roma.

    Vittorio Guttner fu il primo scultore che vincesse il concorso Rittmayer.

    Intanto tra i due anni trascorsi a Roma (il 1893 e il 1894) e il ritorno a Trieste potè lavorare alacremente ed è di quell’epoca una figura grande al vero del benefattore Kritginger che si trova, ora, nell’atrio dell’Istituto dei poveri.

    Nel 1896 lasciò definitivamente Trieste per andarsi a stabilire a Monaco di Baviera.

    Col sussidio delle fotografie che ho sott’occhio mi è possibile parlare della scultura di Vittorio Guttner per la quale e lo debbo dire subito e con ogni franchezza – il mio spirito artistico concepisce le migliori simpatie.

    Non è, questa di Vittorio Guttner, una scultura convenzionale, legata scrupolosamente e stupidamente alle vecchie tradizioni scolastiche della scultura classica: l’artefice, pur studiando quelle statue che, per comune accordo, sono chiamate capolavori da imitare, ha saputo meravigliosamente staccarsene, producendo una scultura tutta personale e tutta originale.

    Così esprimendomi io non voglio condannare l’epoca aurea della nostra scultura che proviene direttamente dalla greca e dalla romana, ma voglio soltanto dimostrare come anche le arti plastiche debbano mutare col mutare degli avvenimenti e delle epoche per rendersi più consone alle stesse espressioni dell’uomo e della vita.

    E allora, soltanto, quando l’arte segue lo svolgimento spirituale della nostra esistenza potrà essere capita, penetrata ed apprezzata.

    Ho avuto occasione di ripetere altre volte questo mio concetto, ma non mi dispiace di fissarlo, nuovamente, ora parlando dell’opera di Vittorio Guttner.

    Che cosa dicono, a noi moderni, tormentati e torturati da un intenso cruccio spirituale che è dovuto alla stessa vertigine quotidiana della vita, le statue dei musei della Grecia e di Roma?

    Sono un’espressione della storia dell’arte plastica che noi ammiriamo volentieri e che ci soffermiamo, volentieri, a guardare quando vogliamo un poco riposare la nostra mente: tutta quella calma serena, olimpica ci fa bene per un momento: però non ci commuove, non ci interessa, non ci esalta.

    E’ inutile: non c’è bisogno di dichiarazioni dei secentisti e dei decadenti, se dobbiamo riconoscere una cosa: che la nostra anima sola sa commuoversi un poco quando comincia a trovarsi innanzi alle scene della «Cappella Sistina» di Michelangelo, o a quelle del Duomo d’Orvieto di Luca Signorelli, o, infine, innanzi alle statue del cavalier Bernino, racchiuse nel verde del Casino di Villa Borghese.

    E’ il movimento è la linea curva d’una carne morbida in cui si possono affondare, con gioia, le mani, è tutta l’intensità psicologica e fisiologica della vita che ci commuove.

    Non è colpa nostra: sono i tempi dell’oggi che ci hanno plasmato l’anima e la mente a questo modo.

    E allora ecco come le folle non si sentano commuovere innanzi a tutti i monumenti delle piazze italiche ove non c’è che freddezza di concepimento e freddezza di tecnica e solo comincino ad osservare quelli ove vivono e palpitano queste due cose: movimento e intensità.

    E allora ecco perchè la scultura di Vittorio Guttner ha tutte le mie migliori simpatie: ed io sono uno spirito dell’oggi.

    Vittorio Guttner ha qualcosa di rodiniano nella sua scultura: August Rodin, è per me, l’essenziale spirito moderno il quale, celebrando, con tanta forza, il nostro «interiore» ha veramente collaborato alla evoluzione della vita moderna: egli hai mostrato l’immenso valore che ciascuno di noi, oggi, attribuisce ai suoi pensieri, alle sue tenerezze, ai suoi sogni, e anche spesso, agli stessi traviamenti della sua passione.

    E questa scultura rodiniana – dalla quale io faccio, non so se giustamente o ingiustamente, derivare non come imitazione, ma come contemporaneità di ispirazione quella di Vittorio Guttner – ha fermato e valorizzato le ebbrezze amorose, i sogni verginali, i furori del desiderio, le vertigini della meditazione, gli slanci della speranza, le crisi dell’abbattimento, esplorando il misterioso dominio della coscienza individuale e scoprendolo sempre più vasto.

    E’ forse, questo, il «romanticismo» della scultura ?

    Forse: ma io credo che non ci sia alcun dubbio che quest’ondata di potente individualismo che passa sulla vecchia società non riesca, modificarla a poco a poco.

    Grazie agli sforzi dei grandi artisti e dei grandi pensatori che ci spingono a considerarci, ciascuno di noi, come mèta sufficiente a noi stessi, e a vivere secondo il nostro cuore, l’umanità, forse, finirà collo spazzar via le tirannie che opprimono l’individuo e col sopprimere le stesse ineguaglianze sociali.

    Alcuni gruppi – anzi la più parte dell’opera guttneriana rientrano nel concetto spirituale che ho dianzi espresso.

    C’è, a esempio, un meraviglioso lavoro che rappresenta un falciatore, ed un altro che rappresenta un vangatore, nei quali l’artefice ha saputo dar vita, nei corpi nudi o seminudi del lavoratore, a tutte le tristezze d’un’esistenza magra e macilenta, tutti gli sforzi fisici della fatica.

    Ma sopra tutto il falciatore ci impressiona per il verismo palpitante e straziante: l’artefice ha prodotto questa corpo intiero in una linea unica, infondendovi l’essenziale del movimento accontentandosi d’indicare, sommariamente, i volumi che generano, a torno a questa linea essenziale, la vita.

    Perchè, in fatti, questo, come ogni altro lavoro non è che uno degli infiniti aspetti, e delle infinite forme che si muovono, che cambiano posto e posizione.

    Un altro lavoro che racchiude in sè ed esprime e sprigiona tutta una meravigliosa potenza di verismo umano è il gruppo del quale non conosco il nome che rappresenta una donna nuda nell’attitudine di scacciare un vecchio satiro libidinoso che le si avvicina, suonando una mandòla.

    E’ un gruppo di potenza: potenza nel concetto ispiratore, potenza nella modellatura tecnica, potenza nell’espressione spirituale dell’idea.

    Forse con questo lavoro Vittorio Guttner ha raggiunto la sua migliore capacità di espressione sculturale.

    E richiamandomi a quello che scrissi altra volta che cioè: quali che noi adoriamo nel corpo umano è, più che la sua forma bella, la fiamma dello spirito che sembra illuminarlo in trasparenza, mi piace fermare la mia attenzione sul nudo femminile di questo gruppo.

    Una linea perfetta, una modellatura anatomica esattissima, una morbidezza di carne voluttuosa, ma, nel medesimo tempo un’espressione potente del sentimento che prova la donna contro il vecchio dalla libidine.

    E il viso è atteggiato a una smorfia di pianto e di disgusto e la mano destra fa schermo alla guancia e la sinistra cade lungo il pùbere: è l’anima, dolorosa e disgustata, che traspare nel corpo dalla forma bella!

    Accennerò anche volentieri a un monumentale lavoro di Vittorio Guttner ch’egli cominciò, quando era militare dalla grande guerra in Serbia e scultore nella «Kriegsgraber Inspection» a Belgrado.

    Si tratta di una grande statua in marmo destinata a ricordare nel cimitero di Obrenovac i caduti in Serbia, dell’altezza di due metri e mezzo, e che dovette essere abbandonata in causa della ritirata del 1918.

    La concezione è semplice: un uomo nudo, dalla musculatura vigorosa e atletica, appoggia le mani e il mento su l’elsa d’una grande spada, alta dal suo torace ai piedi: ma la modellatura è sapiente ed ha un forte sapore classico.

    Dopo aver largamente parlato di queste ottime cose di Vittorio Guttner bisognerà ricordare ancora altre sue cose che meritano d’essere osservate anche come differente espressione d’arte: sei grandi figure in rame battuto che decorano l’orologio del nuovo municipio di Monaco di Baviera (1906).

    Ho sott’occhio soltanto la fotografia di due di queste figure, alte due metri e lavorate non più secondo la personale inspirazione dell’artefice, ma bensì lavorate secondo le necessità di adattamento stilistico dell’edificio che doveva decorare.

    Infatti quella che si potrebbe chiamare la caratteristica essenziale della scultura guttneriana qui scompare quasi completamente per dar posto ad una scultura di stile.

    Tuttavia, pur nella tradizionale e speciale maniera del rame battuto e nello stile quattrocentesco – o giù di lì – delle statue, dei costumi, degli accessorii, Vittorio Guttner non ha potuto rinunciare a quello, che, del resto è la bellezza della sua arte: il movimento, pur sapendolo contenere nell’imitazione della linea dell’epoca.

    L’araldo che suona il corno e tiene l’alabarda e porta la lanterna, non è goffo e ridicolo, ma si esprime in un atteggiamento di movimento che se non è molto accentuato, ha però il merito d’essere bene accennato.

    Io stesso si può dire per l’altro gruppo in cui è rappresentato una figura di donna agata, con ampio paludamento e con la palma in mano che tiene il braccio steso a protezione su un piccolo bimbetto, paffutello e sorridente, racchiuso in abiti monacali e in un cappuccio a punta.

    Vittorio Guttner ha modellato, anche, come ogni scultore, molti buoni busti fra cui ricorderò quelli dei pittori triestini: Gino Parin e Piero Lucano; e s’è dedicato ad una particolare espressione della scultura: la scultura caricaturale.

    Fra gli artisti triestini molti hanno voluto tentare, con buona riuscita, la caricatura.

    Gino de Finetti e Marcello Dudovich che furono collaboratori del «Simplicissimus» e della «Jugend» Carlo Wostry e il Grunhut le cui caricature – come dico in altra parte di questo volume – sono conservate al nostro Circolo Artistico, e Franco Cernivez, caricaturista in legno.

    Vittorio Guttner ha modellato in argilla e in gesso delle cose gustosissime che costituiscono un lato molto interessante della sua produzione artistica, in quanto la caricatura è un segno di difficile esecuzione che deve racchiudere in sè, brevemente, rapidamente, appena accennate le caratteristiche essenziali di un uomo o di una cosa.

    Le sue «Tre grazie» sopratutto, sono un bozzetto caricaturale di evidenza spiritosissima.

    Rapidamente, con elementi incompleti e con un esame a distanza delle opere sue, ho cercato di tratteggiare il profilo artistico, di Vittorio Guttner: non so se sono riuscito a far bene e in questo dubbio chiedo indulgenza allo scultore lontano; però credo e sono convinto di una cosa: di aver penetrato un poco la sua essenza spirituale e spero che di averlo ravvicinato a Augusto Rodin, Vittorio Guttner non se ne dispiaccia perchè il ravvicinamento non ha intenzione di paragone, ma solo ha l’intenzione sincera di rappresentare e di mostrare quello ch’io credo sia realmente l’arte di Vittorio Guttner, e il movimento spirituale dell’età che viviamo.

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