Herta Ottolenghi Wedekind. Il sogno dell’opera d’arte totale


    7 ottobre – 5 novembre 2021

    Sede espositiva: BERARDI Galleria d’Arte – Roma
    Organizzazione: BERARDI Galleria d’Arte
    Evento: Herta Ottolenghi Wedekind. Il sogno dell’opera d’arte totale

    Figlia dell’imprenditore e banchiere Paul Wedekind e moglie del conte genovese Arturo Ottolenghi, Herta Ottolenghi Wedekind (Berlino 1885 – Acqui 1953) è stata una mecenate illuminata nonché una delle principali protagoniste della straordinaria stagione delle arti decorative degli anni Venti-Trenta.

    Allieva dell’artista tedesco Hans Stoltenberg – Lerche, con il quale studia a Roma tra il 1910 e il 1912, esordisce nel campo della scultura. Intorno al 1920 mette a punto un innovativo procedimento, brevettato nel 1922, per la creazione di disegni per opere di arte applicata basato sulla duplicazione simmetrica di motivi astratti ottenuti mediante casuali tracciati di inchiostro secondo una modalità che presenta punti di contatto con le contemporanee “macchie di Rorschach” utilizzate nella psicodiagnostica. Tali forme vengono impiegate nella decorazione di arazzi, tappeti, cuscini, paraventi, stoffe per l’arredo, sia tessuti sia ricamati a mano, con i quali l’artista trionferà nelle principali esposizioni di arti decorative di quegli anni.

    All’esordio del 1922 presso la Deutsche Gewerbeschau München, seguono infatti le edizioni della Mostra internazionale delle arti decorative di Monza del 1923, del 1925 e del 1927, la I Esposizione nazionale delle industrie artistiche al Kursaal di Viareggio nel 1924, l’Exposition internationale des arts décoratifs et industriels modernes di Parigi del 1925, la Triennale di Monza del 1930 e la I Mostra femminile d’arte e lavoro al Castello Sforzesco di Milano sempre del 1930. Rassegne cui si aggiungono le diverse personali come quella del 1926 alla Kunstgewerbehaus di Friedmann & Weber a Berlino.

    Il notevole successo di pubblico e di critica è confermato dalle recensioni entusiatiche (“artista geniale” la definisce il critico Piero Scarpa), dai prestigiosi premi ottenuti, nonché dai numerosi acquisti, tra i quali vanno menzionati gli arazzi comprati dal comune di Milano dopo la mostra monzese del 1923.

    Nel corso degli anni diverse sue opere entrano nelle collezioni più importanti del mondo, tra cui quella del Victoria & Albert Museum di Londra, del Metropolitan Museum di New York e del Louvre di Parigi.

    Da sottolineare inoltre anche il ruolo giocato nel circuito della moda: a Monza, nel 1925, ottiene la medaglia d’oro per la XXI classe, dedicata alla moda e agli accessori per l’abbigliamento.

    Un capitolo a parte merita la narrazione del mecenatismo di Herta e del marito Arturo che si concretizza intorno alla costruzione della villa di Monterosso, presso Acqui Terme. Un progetto grandioso, protrattosi per quasi mezzo secolo, a cui prendono parte alcuni dei principali protagonisti dell’architettura italiana, da Federico D’Amato a Marcello Piacentini fino a Ernesto Lapadula e Giuseppe Vaccaro, che porta a termine l’impresa. La villa di Acqui, in cui trovavano posto anche gli studi degli artisti, può essere definita una vera e propria “acropoli della contemporaneità” che, grazie al mecenatismo della coppia, ha ospitato opere d’arte scelte e commissionate in funzione esclusiva della loro collocazione nella grande casa. Di particolare importanza è poi, all’interno del parco della villa, il mausoleo progettato da Piacentini e interamente decorato da affreschi e mosaici di Ferruccio Ferrazzi. Con Arturo Martini e Ferrazzi, artista con cui collabora per più di venti anni, Herta instaurerà rapporti continuativi di committenza e di cospicui scambi culturali, testimoniati dalla corrispondenza in parte inedita.

    Inoltre, grazie alla disponibilità di Piacentini, nel 1934 i coniugi Ottolenghi fanno restaurare l’antico ricovero Jona Ottolenghi di Acqui, cui doneranno alcuni dei maggiori capolavori della storia dell’arte italiana del Novecento: non solo Il figliol prodigo di Arturo Martini, ma anche la Visione prismatica di Ferruccio Ferrazzi. Nel ricovero troveranno posto la gran parte delle sculture di Herta eseguite negli anni Trenta, come la Madonna col Bambino.

    Interrotta la produzione di tessuti, nell’ultimo ventennio della sua vita Herta si dedicherà infatti soprattutto all’amata scultura, alla poesia e al compimento dell’impresa di Monterosso, dove muore nel 1953.

    La mostra è incentrata sulle creazioni tessili di Herta Ottolenghi Wedekind, di cui, dopo decenni di oblio, si presentano 39 esemplari. Accompagna l’esposizione un catalogo che, per la prima volta, ripercorrerà i momenti salienti della sua carriera ricostruita attraverso documenti e scritti inediti.

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