Il divisionismo di Antonino Calcagnadoro: una raccolta ritrovata


    Data: 10/02/2022

    Evento: Il divisionismo di Antonino Calcagnadoro: una raccolta ritrovata

    Questo gruppo di dipinti permette un approfondimento sulla produzione di un pittore che ancora attende una riscoperta e una piena comprensione da parte della critica: Antonino Calcagnadoro (Rieti 1876 – Roma 1935). Appartenente alla generazione dei pittori della “Secessione” romana, alla cui arte fu per certi aspetti affine, Calcagnadoro preferì ritagliarsi un ruolo appartato nel panorama artistico della Capitale del primo Novecento, ma non per questo marginale. Figlio d’arte (il padre Cesare Calcagnadoro era un apprezzato decoratore), l’artista reatino si mosse a lungo nell’ambito dell’arte decorativa, ottenendo i suoi più importanti successi con monumentali pitture destinate ad ambienti architettonici (Rieti, Sala Consiliare; Padiglione ligure alla Mostra Etnografica del 1911; salone dei ministri nel Palazzo del Ministero della Pubblica Istruzione). Alla fama conseguita con questo tipo di attività si deve l’ottenimento prima della cattedra presso la “Scuola preparatoria alle arti ornamentali” del comune di Roma, poi presso l’Istituto di Belle Arti, dove fu in stretti rapporti con Adolfo De Carolis.

    Parallelamente all’attività di decoratore, Calcagnadoro si dedicava con entusiasmo e maggiore libertà creativa alla pittura da cavalletto, presentando costantemente gli esiti delle proprie ricerche alle esposizioni nazionali. Dopo le iniziali prove improntate sui temi dell’antichità, nei primi anni del Novecento il pittore si accostò al “socialismo umanitario” di Duilio Cambellotti, Giacomo Balla, Giovanni Prini e Domenico Baccarini. Le opere a tematica sociale convinsero la critica e le istituzioni, come prova l’assegnazione della medaglia d’oro per la tela I disoccupati, drammatico dipinto di denuncia esposto alla promotrice di Firenze nel 1904.

    Forse in un’intenzionale contrapposizione al linguaggio retorico dei fregi e delle decorazioni architettoniche, nei quadri esposti alle promotrici Calcagnadoro si presentava come pittore della realtà: un approccio realista caratterizza infatti tutti i suoi dipinti, tra vedute, ritratti e scene di genere, anche laddove si ammantano di suggestioni simboliste. È questo il caso dei dipinti qui presentati, tutti realizzati durante il periodo della chiamata alle armi, tra il 1916 e il 1917. In ognuno di essi il pittore reatino si serve della tecnica divisionista, in quel momento al centro di una riscoperta da parte dei pittori romani. Varie nei soggetti, tra scene di intimismo domestico, scorci urbani e soggetti animali, queste opere offrono un eloquente saggio di una fase della ricerca di Calcagnadoro altrimenti poco nota.

    Nell’adoperare il tocco diviso, l’artista si discosta dal puntinismo o dal tocco a tasselli dei suoi più noti colleghi romani, quali Innocenti, Lionne e Noci: è la sua una pennellata filamentosa, dal carattere fortemente disegnativo – non è estranea l’influenza dell’illustrazione, a cui lui stesso si dedicava per riviste e quotidiani – in cui affiora il ricordo del divisionismo d’area settentrionale di fine Ottocento.

    Pellizza, Segantini e Previati sono, con ogni evidenza, i modelli di riferimento per Calcagnadoro in questo gruppo di opere. Di derivazione previatesca è la malinconica scena della madre con bambini, in cui i profili delle figure emergono da una fitta trama di minuti segni filamentosi dai toni bruni. Frutto di una più originale combinazione di riferimenti è poi La lettera di papà, dipinto corredato di una cornice con iscrizione incisa, realizzata dall’artista, che completa il quadro esaltandone i valori narrativi. La pennellata divisionista restituisce qui una calda luce crepuscolare, filtrata da una finestra, che investe le figure in un gioco di rimandi simbolici. Il tema dei bambini che leggono una lettera inviata dal padre, impegnato nel difendere la patria al fronte, è un topos della pittura internazionale duranti gli anni drammatici della Prima guerra mondiale, a cui Calcagnadoro partecipò in prima persona. Nell’impostazione del dipinto, però, l’artista sembra ispirarsi ad un’opera precedente all’epoca del conflitto: il pannello centrale del celebre trittico del 1910 di Giacomo Balla intitolato Affetti, oggi nelle collezioni della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Opera di forte carica introspettiva, La lettera di papà fu esposta nel 1917 alla grande Mostra nazionale di pittura, scultura e bianco e nero “Visioni di Guerra” al Circolo Artistico di Roma. Vi esponevano, tra gli altri, anche Giovanni Prini, Cipriano Efisio Oppo, Francesco Trombadori, Giovanni Battista Crema e Giuseppe Mentessi. Il critico Arturo Lancellotti, in una lunga recensione per la rivista “Emporium”, notò l’opera per le sue «buone qualità di disegno e di colore» (A. Lancellotti, Cronachetta artistica: la guerra vista dagli artisti italiani, in “Emporium”, 1917, vol. XLVI, p. 276).

    L’artista diede un seguito a quest’opera eseguendo, nel 1918, un dipinto di soggetto analogo: Papà non torna, esposto all’indomani della fine della conflitto alla mostra Bimbi e fiori, organizzata dalla “Società Amatori e Cultori di Belle Arti in Roma” a beneficio degli orfani di guerra. Il bambino protagonista appare ancora una volta seduto, ma questa volta frontalmente, addormentato nella vana attesa del padre destinato a non tornare. Acquistata in quella sede da un collezionista torinese, l’opera fu replicata da Calcagnadoro, con minime variazioni, in un dipinto del 1923 oggi conservato presso il Museo Civico di Rieti.

    Manuel Carrera

     

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