Il tempo degli Impressionisti, da Monet a Boldini
a cura di Isabella Valente
Fino al 26 novembre 2025, il Castello di Mesagne (Brindisi) ospiterà una mostra d’arte di grande rilievo intitolata Il tempo degli Impressionisti, da Monet a Boldini. L’iniziativa, inserita nel programma Puglia Walking Art e realizzata con il sostegno della Regione Puglia e del Comune di Mesagne, propone un’immersione in uno dei momenti più rivoluzionari della pittura moderna.
La curatela è affidata a Isabella Valente, docente di storia dell’arte contemporanea all’Università Federico II di Napoli, che ha concepito un percorso espositivo capace di mettere in relazione movimenti artistici nati in contesti geografici e culturali anche molto distanti, ma accomunati dal desiderio di rinnovare profondamente il linguaggio visivo. L’Impressionismo francese – come sottolinea Valente – nasce proprio da questa esigenza: liberare l’atto del vedere dalle convenzioni, restituendo all’artista piena autonomia espressiva. Si tratta di un cambiamento radicale che ha superato i confini della Francia, trovando terreno fertile anche in Italia.
Tra le opere in esposizione figurano dipinti che riflettono questa nuova sensibilità. Come Donna che legge di Gioacchino Toma, in cui emerge un’intensa attenzione per la dimensione privata e quotidiana della figura femminile, arricchita da influenze stilistiche provenienti dal Giappone – molto apprezzate nell’arte europea degli anni Settanta dell’Ottocento.
La mostra non si limita quindi a raccontare l’Impressionismo come fenomeno francese, ma lo inserisce in un contesto più ampio, dimostrando come il desiderio di rinnovare lo sguardo sul mondo abbia attraversato, in forme diverse, l’Europa intera.
Berardi Galleria d’Arte ha contribuito con il prestito di alcune opere che hanno segnato un momento fondamentale del dialogo tra arte italiana e impressionismo francese: l’iconico Gavroche di Medardo Rosso, Antica vestale (1900) e Ritratto di donna Ludovica Altieri (1904) di Vittorio Matteo Corcos, Il ritratto di Mrs. Hart di Paul Troubetzkoy (1911), e l’Autoritratto di Mario Rutelli.