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COSTANTINO BARBELLA (1852-1925)


    L’artista del sentimento alla ricerca del vero

    Costantino Barbella nasce a Chieti il 31 gennaio 1852 in una famiglia numerosa e povera, composta da diciotto figli. Suo padre si chiama Sebastiano Barbella e fa il negoziante di chincaglierie. Proviene dalla vicina città abruzzese di Lanciano. La madre è la teatina Maria Bevilacqua. Durante l’adolescenza il ragazzo inizia per gioco, nel tempo in cui aiuta nel negozio, il modellato di statuine da presepe in creta. Lo nota il barone Pasquale De Virgiliis, direttore del Banco di Napoli di Chieti, che gli acquista alcuni primi lavori e rimprovera Sebastiano. Barbella ricordava anni dopo:

    “Mio padre derideva chiunque gli parlava di me, e non si dava alcun pensiero della mia attitudine”.

    Il giovane frequenta le scuole tecniche di Chieti e si diploma. Nel 1869 stringe amicizia con Francesco Paolo Michetti. Il grande pittore gli cambierà letteralmente la vita.

    Nel 1871, Sebastiano Barbella garantisce il prestito ad un amico commerciante che poi fugge col denaro ricevuto in America, ed è dichiarato fallito. Sebastiano ha un infarto e muore. Da questo momento, Costantino Barbella dovrà prendersi cura economicamente di tutta la sua numerosa famiglia. Michetti lo convince a concorrere per una borsa di studio della Provincia di Chieti. Barbella vince il sussidio che gli dà la possibilità di studiare a Napoli con Stanislao Lista presentando il gruppo Deposizione dalla Croce. L’opera Figura di bambino (1874), già nella raccolta Rotondo a Napoli, e recentemente riapparsa sul mercato antiquario (vendita Finarte dell’11 luglio 2023), nell’adesione al verismo napoletano coevo, con la figura dello scugnizzo, rievoca le prime figure da presepe eseguite nel negozio del padre.

    Barbella espone a Napoli, alla Promotrice del 1873, Rosina, la contadinella abruzzese, che – dalle testimonianze a noi note – è traduzione in scultura degli idilli del Michetti fortunysta. Il gruppo La gioia dell’innocenza dopo il lavoro (1874), viene acquistato dalla Società Promotrice per il re che lo destina al Museo di Capodimonte, e tradotto nel piccolo formato, con il titolo Idillio. A seguito di un incidente capitato a un facchino, il gruppo si rompe prima dell’esposizione, e l’artista inizia in quel frangente a misurarsi con il restauro e la patina, arti in cui diverrà un maestro.

    Nello stesso anno, il 1874, torna a Chieti e concepisce un capolavoro, il Monumento a Luigi Vicoli (1875), opera destinata al Cimitero della città nella quale è facilmente leggibile la connessione con la tradizione barocca napoletana. La morte si avventa sulla giovane figura, che si copre gli occhi per la disperazione, in un colpo di teatro, mentre l’edera sigilla l’eternità della visione.

    In un’opera del 1876, Il ritorno dalla campagna, esposta in quell’anno presso la Società d’incoraggiamento delle Belle Arti di Firenze, l’artista studia la postura di due contadine, perse in un canto felice. Per una sorta di ars combinatoria, a lui congeniale, le figure diventeranno presto tre. Barbella all’Esposizione Nazionale di Napoli nel 1877 ottiene la medaglia d’oro con l’opera più famosa della sua intera vita: La canzone d’amore, meglio nota come Canto d’amore. La scultura è formata da tre fanciulle abbracciate che camminano cantando, nella cui immagine l’artista intende rappresentare le sue tre sorelle. Gabriele d’Annunzio recensisce entusiasticamente l’opera, e avvicina il gruppo alle opere “del buon tempo greco”.  Canto d’amore riscuote un vasto consenso di pubblico e di critica. Barbella riceve l’ambita onorificenza di Professore onorario di Belle Arti.

    Sono gli anni felici in cui l’artista esegue terrecotte e bronzi che illustrano l’epos abruzzese, con accenti retorici talora anticipatori delle stesse ricerche michettiane. I protagonisti delle sue opere sono quasi sempre popolani abruzzesi, che lo scultore coglie con indagine esatta e attenta. Il vagheggiamento di temi romantici, che venano di pathos quasi tutte le sue opere avvicinano la poetica barbelliana a quella di d’Annunzio. La sensualità dell’opera Aprile (Azzardo) trova eco nei personaggi della silloge dannunziana Terra Vergine. L’amicizia tra Barbella e d’Annunzio risale agli anni ancora precedenti alla nascita del Cenacolo michettiano nel Convento di Francavilla, che il pittore acquisterà con i proventi del premio in denaro assegnato al Voto.

    Nel 1878 Barbella presenta La Canzone d’amore all’Esposizione Universale di Parigi, ottenendo la medaglia d’argento.

    Nel 1880 espone alla IX Promotrice di Torino il grande gruppo La paciera, acquistato dalla stessa Società Promotrice. Nel 1882 Primo Levi “l’Italico” gli dedica elogi e dediche di stima nelle ultime pagine del romanzo Abruzzo forte e gentile:

    “Io non dimenticherò te, Barbella soave, eletto campione della gentilezza abruzzese. Tu che hai scoperto il senso squisito della gente rozza, e nobiliti due volte la creta, di fronte all’arte con la minuta perfezione delle tue opere, di fronte all’umanità, con la delicatezza di un vero, che cercandolo fra i paria, hai scoperto fatto di bellezza”.

    Con Michetti che trionfa con il suo Il voto, Barbella presenta nel 1883 all’Esposizione Nazionale di Belle Arti (in Palazzo delle Esposizioni) ben nove opere: due terrecotte, la Partenza del coscritto e il Ritorno del soldato sono acquistate dal Ministero della Pubblica Istruzione per la nascente Galleria d’Arte Moderna di Roma. Apre uno studio sulla via Flaminia in cui, secondo il ricordo di Arturo Lancellotti, era solito ricevere di mercoledì i visitatori; spesso lavorerà in un secondo studio a Tivoli.

    Nel 1885, con grande spirito d’iniziativa, allestisce la sezione italiana alla Mostra internazionale di Anversa, e nel 1886 espone a Berlino. Pur eseguendo talvolta statue di maggiori dimensioni, ama dedicarsi alla rappresentazioni in figure di piccolo formato. I temi legati all’Abruzzo vengono portati avanti, talvolta con maggiore scavo psicologico, spia di una ricerca condotta dall’artista con grandi capacità introspettive. È il caso de La ciliegia (1887), che raffigura un momento di sospensione della giovane venditrice, la quale – lasciata cadere la stadera con cui pesa i frutti – si abbandona a un pensiero malinconico. Portato alla malinconia e di carattere umile è lo stesso scultore. Il nipote dell’artista, Alfonso Cauli, ricordava un aneddoto: Maria Hardouin disse che avrebbe dovuto sposare lui e non Gabriele d’Annunzio.

    Nel 1889 Barbella concepisce un altro capolavoro, La sposa, che presenterà all’Esposizione Universale di Parigi. D’Annunzio su “La Tribuna Illustrata” (18 maggio 1890), lo recensisce analiticamente iniziando con questo elevato discorso:

    “Lo scultore d’Abruzzo ha voluto fissare in terra uno dei momenti più commoventi della vita umana, quello cioè nel quale la fanciulla abbandona il tetto materno e segue l’uomo che l’ha chiesta in isposa. I futuri storici dell’arte non avranno da far molta fatica per stabilire l’epoca in cui questo gruppo è stato composto. Essi, al sentimento che tutto lo infoma, indovineranno che lo scultore vi ha tratto un momento della vita sua, nel quale il sogno dell’arte parve un istante offuscato e vinto dal sogno dell’amore. Ma l’artista fece tesoro del suo stato intimo, lo elaborò come cosa non propria, e lo rese obbiettivato, con profondo sentimento e con un intimo fremito dell’esser suo. La gentil creatura cui egli dedicò questo suo nobile lavoro dovrà essergli molto grata d’avere, per sua virtù, fissata nella creta la dolce malinconica poesia delle nozze e l’addio detto alla madre cara…”

    Infatti in quell’anno Barbella aveva sposato Antonietta Corvi di Sulmona, pur proseguendo a fare da padre alle tre sorelle del Canto d’amore, una delle quali restò con lui per tutta la vita.

    Nel 1891, presenta a Palermo dieci opere che vengono recensite con entusiasmo sempre su “La Tribuna Illustrata”. Tra le opere, il recensore (lo stesso d’Annunzio), individua un Barbella “prima maniera”, legato agli idilli michettiani, e un artista nuovo, che sta cambiando registro, con un tono più solenne e retorico, identificandolo con l’opera Noli me tangere. Quest’ultima scultura è stata accostata da Isabella Valente ai modi di Gaetano Renda. Scrive d’Annunzio:

    “… con questo busto il Barbella ha contentato i pochi brontoloni e se stesso; ma anche in questo lavoro, modellato con grande larghezza e che è uno dei migliori dell’Esposizione, si rileva un sentimento squisito e una scrupolosa osservazione del vero. Il gesto brusco, quasi virile, col gomito puntato in su, è proprio della contadina che non fa troppe cerimonie, mentre il biso bellissimo esprime un po’ la paura di un assalto più energico e un po’ la compiacenza di vedersi desiderata.

    Così, o in lavori di piccola mole o in lavori di grande, Barbella manterrà sempre una fisionomia tutta propria, che nessuno gli potrà rubare e molti dovranno invidiargli: egli si mantiene sempre l’artista del sentimento”.

    Nel 1896 la Provincia di Chieti dona la sua Canefora alla principessa Elena di Montenegro, in occasione delle sue nozze con il futuro re Vittorio Emanuele III. L’opera raffigura una donna abbigliata con una tunica che sparge fiori che tiene nella cocca del suo abito. D’Annunzio celebra Barbella con l’articolo pubblicato su “L’Illustrazione Italiana” dell’8 novembre 1896, Della bellezza di Elena e del bronzo, nella quale instaura un fortunato paragone per antitesi tra Barbella e Gemito:

    “Io vorrei che i miei lettori, quei dieci che immagino «buon conoscitori», potessero vedere con i loro occhi l’ultima fusione barbelliana. Questo bronzo non ha la sua perfezione, quel non so che di secco, di duro, di battuto, dirò così, che rende spiacevole il bronzo della massima parte degli scultori contemporanei. Ma lascia la sua rigidità, e prende un caldo tono oscuro e ritiene qualche cosa del fior molle ch’era nel modello perduto, qualche parte dell’anima leggera che i supremi tocchi e quasi direi le supreme carezze dell’artefice avevano infuso nella cera obbediente”.

    Nel 1897 lo scultore elabora il gruppo La consigliera, spesso chiamato Lotta intima, nel quale una figura di anziana si rivolge a una giovane contadina, visibilmente inquieta. Le due figure saranno poi combinate diversamente: la figura di giovane sarà presentata anche da sola col titolo di Rancore. Come si è detto, questo uso di Barbella di una tecnica combinatoria rifletteva anche il grande successo dei suoi temi, e la richiesta che ne faceva la committenza. A certificare il suo successo, qualche anno dopo, Pietro Mascagni in una lettera da Pesaro il 31 dicembre 1899, gli scriverà:

    […] Ora vogliamo festeggiare il nuovo anno […] Un lavoro di Barbella è sempre il miglior ornamento d’un salotto; ed io volendo fare un regalo a me stesso per la mia casa, ho pensato a te che sei un grande artista e un cuore d’oro”.

    Barbella in questo periodo esegue numerosi ritratti commissionati da personaggi influenti come quello per lo stesso Mascagni (1898) o per l’influente cardinale Rampolla, o ancora per diversi membri della famiglia reale italiana.

    Accanto a questa produzione, sempre di alta qualità, intorno al 1900, inizia a realizzare alcuni nudi femminili. Sono opere legate agli sviluppi estetici contemporanei, precedute da un lavoro più lezioso di qualche anno prima, dal titolo Buona sera (o Donna con la lucerna) del 1890: Sogno! (anche definito Sogni felici, 1900), e ancora opere di maggiore adesione al gusto liberty, come Attrazione (1910), Risveglio (1910), e soprattutto Ebbrezza (1912).

    Lo scrittore romano Paolo Orano conia per Barbella la felice definizione di  “un grande scultore di statue piccine” (1906). In quello stesso anno egli perde la moglie Antonietta, malata di tisi. Nel 1909 lo scultore dichiara a Onorato Roux (in Infanzia e giovinezza di illustri italiani contemporanei):

    “Studio sempre per poter conoscere come l’arte si dovrebbe sentire; ed il lavoro continuo mi rende felice. Con le battaglie si vive, perché si spera sempre di vincere. E per me la lotta è la vita”.

    Ma la lotta per la vita provoca tante ferite che si sommano. Nel 1916 è sconvolto per la morte del compositore Francesco Paolo Tosti. Il 6 novembre 1918 anche suo figlio Bruno muore, per le complicazioni dell’epidemia di spagnola, impegnato nelle operazioni della Grande Guerra, in cui si era arruolato volontario.

    Barbella diventa progressivamente ipovedente, e si ritira in solitudine. Dopo una visita allo studio ormai vuoto di Barbella, il giornalista Alberto Orsi (sulla rivista “Noi e il mondo” del 1 gennaio 1917) scrive:

    “[…] Pochi sanno quale tortura sia per Costantino Barbella l’inazione, perché pochi sanno che la vita del grande scultore abruzzese è stata una continua esplosione di operosità vivace […]”

    Lo scultore è consolato solo dall’assistenza della figlia Bianca, che rinuncia a farsi suora, e sposa nel 1924 il barone Franco Càuli di Casalanguida.

    Nell’Esposizione internazionale degli Amatori e Cultori di Belle Arti di Roma del 1919, presenta una delle ultime opere, Il cieco (1916). Barbella dà alla scultura il nuovo titolo Luce nelle tenebre, suggerendo una lettura autobiografica della sua sofferenza fisica, che si misura con la forza vitale della scultura.

    Barbella muore a Roma il 5 dicembre 1925.

    Andrea Iezzi

     

    Bibliografia

     

    Lancellotti, Costantino Barbella (1852-1925), Roma 1934.

    Di Tizio, Costantino Barbella, Chieti 1991

    Del Cimmuto, I. Valente, Costantino Barbella. Fogli di pensieri, Napoli 2014.

    AA.VV., Dall’idea alla forma. Costantino Barbella. 61 schizzi e 33 sculture, introduzione di Vittorio Sgarbi, Pescara 2016.

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    “Così, o in lavori di piccola mole, o in lavori di grande, Barbella manterrà sempre una fisionomia tutta propria, che nessuno gli potrà rubare e molti dovranno invidiargli: egli si mantiene sempre l’artista del sentimento”.

    Gabriele d’Annunzio, «La Tribuna Illustrata», 20 dicembre 1891.

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