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Giacinto Bardetti


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Giacinto Bardetti

( Quinzano d'Oglio 1879 - Roma 1972 )

Scultore

    Giacinto Bardetti

    Nato a Quinzano d’Oglio il 19 febbraio 1879 (e non a Roma nel 1884 come riportano molti biografi), Giacinto Bardetti si trasferì a Brescia all’età di tredici anni per perseguire la propria formazione artistica presso la Scuola Comunale di Disegno per Arti e Mestieri intitolata al Moretto. Vi seguì i corsi del pittore Arturo Castellani per poi ottenere dal direttore dei Civici Musei, Luigi Cicogna, uno studio nel palazzo dell’Ateneo dove dedicarsi alla scultura.

    Fu lì che realizzò un’opera di dimensioni colossali intitolata Materia, oggi dispersa, della quale il grande penalista bresciano Ercole Parodi possedeva una riduzione. Secondo la stessa fonte, la miseria e il lutto per la morte della madre lo spinsero a trasferirsi a Roma nel corso del primo decennio del Novecento, in data imprecisata. Nella capitale frequentò la scuola libera dell’Istituto di Belle Arti, senza avere inizialmente la possibilità di un proprio studioi. Entrò poi, poco più tardi, nella bottega dello scultore Angelo Zanelli, dov’è documentato dal 1908.

    Partecipò senza fortuna al concorso pubblico per la realizzazione delle “statue delle provincie redente che dovevano essere collocate alle terga del cavallo di Vittorio Emanuele” II al Vittoriano; concorso in cui, riportava Piero Scarpa, si distinse nettamente. Concorse nel 1909, ugualmente senza fortuna, al Pensionato Brozzoni – il pensionato triennale bandito dal Civico Ateneo di Brescia sul legato di Camillo Brozzoni – con il pittore Umberto Franciosi, che ne eseguì diversi ritratti.Nello stesso anno, però, Zanelli vinceva il concorso per il sottobasamento della statua equestre di Vittorio Emanuele II al Vittoriano, il cantiere più prestigioso dell’Italia in procinto di festeggiare il cinquantesimo anniversario del regno, chiamando i suoi collaboratori all’esecuzione del fregio.

    Fra 1910 e 1911 Bardetti lavorò all’esecuzione e alla messa in opera dei grandi altorilievi in gesso formanti il fregio, raffiguranti L’Amor patrio e I cortei trionfali del Lavoro. I lavori, iniziati il 1° luglio e terminati il 30 novembre del 1910, procedettero speditamente e all’inaugurazione ufficiale del Vittoriano, il 5 giugno 1911, il fregio era già al suo posto. Una fotografia di gruppo pubblicata quell’anno su “La Tribuna” ritrae Bardetti e gli altri lavoranti al fregio riuniti intorno a Zanelli nel gigantesco cantiere pubblico del Vittoriano fuori Porta Maggiore.

    L’artista è il secondo da sinistra, con i baffi e il cappello in testa, senz’ancora la barbetta appuntita che avrebbe in seguito caratterizzato indelebilmente la sua fisionomia Fu nel cantiere diretto da Zanelli che, nel 1910, avvenne l’incontro con Gabriele D’Annunzio: il Vate iniziò a sostenerlo economicamente per commissionargli più tardi alcune opere per il Vittoriale.

    L’inserimento nel milieu dannunziano fu consacrato, nel 1915, dal debutto espositivo di Bardetti alla Terza Esposizione Internazionale d’Arte della Secessione romana con l’opera, oggi dispersa, Amor materno. Amico di molti artisti dell’epoca, fu ritratto più volte dall’anconetano Pio Pullini, che lo ricordava come compagno di discussioni e passeggiate con Trilussa. Un giovanissimo Publio Morbiducci, entrato nel 1915 nella schiera dei collaboratori di Zanelli, lo ritrasse a figura intera nel 1920.

    Questi ritratti, così come una fotografia dell’artista pubblicata nel 1924, mettono in evidenza la “figura stecchita” di Bardetti e il “viso incorniciato da una barbetta francescana [che] lo avvicinano ai tipici personaggi votati alla solitudine ed alla cura particolare dell’anima” oppure ai “filosofi dalla mente spaziosa, dal cranio lucente e dagli occhiali a stanghetta posti con solenne importanza sulla groppa del naso sottile e lievemente adunco come un becco, di classica memoria”, restituendo l’aspetto di “un artista spirituale”. Testo di Alessandra Imbellone.

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