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Pittore

Adolfo Tommasi


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Adolfo Tommasi

( Livorno 1851 - Firenze 1933 )

Pittore

    Adolfo Tommasi

    Il padre lo aveva destinato dapprima al commercio, ma una prepotente disposizione al disegno lo distraeva ordinariamente dagli uffici del banco. Tale disposizione si manifestò in modo più chiaro, nel 1874, allorché un suo amico dilettante di pittura, chiese ed ottenne il permesso di copiare in casa sua alcuni quadri assai pregiati di Carlo Markò padre.

    Allora abbandonando affatto il commercio, si diede a lavorare tenendo dietro a quanto faceva il suo amico; ed avendo dopo poche settimane dipinto alcuni quadretti che ad uomini dell’arte parvero promettenti, si recò a Firenze con animo di studiare pittura sotto Carlo Markò figlio. Ma dopo una quarantina di lezioni, non piacendogli quel dipinger ‘di maniera’, lasciò la scuola per andare, solo, in campagna, a ritrarre dal vero; così diventò uno dei caldi seguaci della Scuola che chiamano dei ‘veristi’.

    Il primo suo lavoro porta il nome di “Monte acuto”, e fu esposto a Firenze, nel 1877, in occasione della Mostra Artistica Industriale per le feste di San Giovanni, e riportò il premio. “Dopo la brinata”, altro suo lavoro, fu esposto a Torino, nel 1880, e suscitò una vera tempesta di censure e di lodi. Le censure prendevano di mira il soggetto che era un vasto campo di cavoli colpiti dal gelo. Chi, come i professori Rivalta e Cecioni, lo riteneva degno d’uno dei primi premi, chi s’indignava che non fosse stato scartato.

    Non vi fu giornale che non ne facesse soggetto o di amare critiche, chiamandolo perfino l’opera di un pazzo, o di grandi encomi; fu anche censurato dalla musa di Enrico Panzacchi e difeso da quella del pittore Telemaco Signorini; ne parlò pure ‘L’Art’, giornale illustrato di Parigi, e con lode. Nel 1884, sempre a Torino, espose: “Il fischio del vapore”, acquistato dal Governo per la galleria moderna istituita a Roma, e ne parlò Cammillo Boito nella ‘Nuova Antologia’, giudicandolo come il miglior lavoro della Mostra.

    A Venezia, nel 1887, inviò il suo quadro “Via provinciale maremmana”, cogli stradaioli, che riparati da stuoie rizzate contro il sole, spaccano i sassi pel letto dello stradale, e staccano in tono bruno sul chiaro delle ripe e del monte che sovrasta; ed un altro; “Una tiepida giornata primaverile”. Altri dipinti sono: “LitoraleToscano”, dipinto nel 1887; “Sull’Aia”, esposto a Vienna, nel 1888, e che suscitò dapprima le ire di Scuola e fu scartato, poi ammesso dietro le rimostranze vivacissime di coloro, che colà pure apprezzano il nuovo indirizzo d’arte, quadro che oggi si trova nella Galleria Pisani; “Petriolo, presso Firenze”; “Alla fonte”; “Una domenica in decembre”; “I nuovi viali di Firenze”; “Le ore calde”; “Dopo il tramonto”; “Dopo l’acquazzone”; “Sull’imbrunire”; “Vagliatura del grano in montagna”; “Un via di Cutigliano”; “La Cornia”; “Uggia”; “Lago Scaffaiolo”; “Bella riva sull’Arno”; “Libro aperto” (Appennino Pistoiese); “Caccia ai germani”; “Neve di marzo”; “A far rena”; “I fiori per l’Angelo”; “Un giorno di scirocco a Peretola”; “La malerba”; “Strada provinciale genovese”; “Bagno di sole”; “Pineta nella riviera”; “Petriolo presso Firenze”; “Antignano”; “Dopo un giorno di libeccio”; “Sole di settembre”; “Un giorno di freddo a Firenze”; “Corallare per la via di Montenero”; “Caccia ai pettirossi”; “Di marzo”; “Ponte a Greve”; “La fonte”; “Fiori d’aprile”; “L’uscita dalla messa”; “Mezzogiorno di giugno”; “Dicembre”; “Contro luce”; “Dopo la brina” ecc. E finalmente: “Primavera”; “Ritorno dal mercato”; “Nel parco” e “Dopo il tramonto”, esposti quest’anno alla Promotrice di Firenze.

    Riportiamo ora, qui sotto, i giudizi di alcuni critici sulle opere di questo artista che è, senza eccezione, uno dei più forti campioni della scuola pittorica toscana. In un opuscolo sulla esposizione di Torino, del 1884, il critico D. Laura così scrive, a proposito del quadro: “Il fischio della locomotiva”: «Il Tommasi, l’autore dei “Cavoli brinati”, in questa Esposizione si rivela felicemente in tre quadri uno più indovinato dell’altro.

    Qualità superiori distinguono quest’artista coscenzioso che cerca e sente la campagna toscana con un fare tutto campagnolo, semplice e severo. “Il fischio della locomotiva” (che è uno dei quadri acquistati dal Governo), e gli altri due, si possono dire le note più giuste dell’Esposizione Nazionale. Si comprende quale fu il sentimento che spinse l’artista: si comprende che non ci vuol mettere proprio nulla di suo, bastandogli ed avendo quasi una certa paura di non poter riprodurre il vero qual’è.

    Non verdi smaglianti nei suoi paesi, non grazia leziosa, ma quasi una certa ingenuità e qualche asprezza nel disegno come chi volesse celare una grande bravura». E Yorick dice a sua volta nel ‘Fanfulla’: «Un altro paesista che farà presto parlare di sè, è il signor Adolfo Tommasi, che ha recato alla Mostra cinque suoi quadri, collocati nella sala XXIII: “Il fischio del vapore” (1821); “Passa il treno” (1824): “Cutigliano” (1825), sono opere eccellenti d’un artista giovane che guarda la natura cogli occhi d’un innamorato, e la vede in tutta la freschezza della sua eterna gioventù.

    L’impressione è vera, e la nota è gaia, con quel carattere di gaiezza intima, pacifica e niente affatto chiassona, che è propria della campagna verde e fiorita. Nel “Fischio del vapore” e nel “Passaggio del treno”, il momento è colto con una grande evidenza di espressione; e la pittura rende con tanta verità il movimento e lo schiamazzo suscitato in quell’angolo di terra, che par di sentire il sibilo acuto della locomotiva e lo starnazzare dei tacchini fra l’erba.

    “L’Estate” e la “Malerba”, rifulgono per qualità veramente rare. C’è una giustezza di toni e di valori e di rapporti che desta ammirazione. Il Tommasi non imita nessuno, e mentre si vede chiaro che ha studiato i grandi maestri, serba un’impronta vivace di originalità, e riproduce il vero con una grande larghezza d’interpretazione». E sempre a proposito del detto quadro, così scriveva C. Da Prato, nell’Emporio Letterario: «Chi si trovò in un’aia dove fossero dei tacchini, provò certamente a fare dei fischi, onde vedere quei gaglioffi d’animali in tutta la loro passione di fare la ruota.

    E se un fischio troppo sonoro, avvenne talora improvviso unito ad un rumore strepitoso, quale può essere il fischio della macchina quando un treno striscia verso la stazione, si sarà notato un bambino che si scuote, che pieno di timore cerca di scappare, o di nascondersi. Ai tacchini del Tommasi s’aggiunge bravamente il bambino, il quale non iscappa udendo lo strepito diabolico del fischio prolungato che fa la locomotiva strascinando il treno; ma con un moto dei più naturali prende dinanzi il vestito della mamma, dove si nasconde quanto può col viso, come vorrebbesi pur nascondere colla persona.

    La mamma sorride di quella paura bambinesca, e lasciando fare la sua creatura, prosegue, come se nulla fosse, a mandare le fila della treccia di cui ne ha un bel voggolo sotto l’ascella sinistra. O il Tommasi ha riprodotto fedelmente un quadro vivente trovato sul posto bell’e fatto, od ha saputo immaginarlo proprio tal quale potrebbe vivere sul posto. Quanta verità non è in quel contrasto fra il pavoneggiarsi dei tacchini, colla loro caruncola ciondoloni, e dai cui becchi par che sorta il vanaglorioso ‘glu glu glu’, l’attitudine paurosa del bambino, l’espressione del sorriso che sta sul volto della mamma che non alza gli occhi dal suo lavoro, perchè sa che in quanto sente e in quanto vede nulla v’è che possa far paura.

    Il concetto letterario è dei più semplici, ma il gran merito sta nel riprodurre la stretta semplicità del soggetto, senza la pretesa d’abbellirlo con checchessia. Motivo per cui l’artista ci fa parere sulla scena, e ci fa pigliar parte al piccolo spettacolo, d’una poesia che scende al cuore. Intanto il treno s’è allontanato, ha passato la contadinesca casa, ed alla immaginazione dell’osservatare par che vada proprio a soffermarsi in stazione.

    E noi restiamo lì, compresi d’ammirazione, penetrati da una di quelle magnifiche scene che la natura soltanto ci sa preparare sull’ora del tramonto, in una sera d’aprile o di maggio, quando il terreno fiorisce. Peccato che il Tommasi non abbia messo la brezza che suole in quell’ora, in tale scena spirare…. ma tutto ci assicura che l’intenzione di mettercela l’avrebbe avuta, e se non ha potuto bisogna bene perdonarlo…. tanto più che allo spettatore è facile invocarla, e la invoca, quella brezza balsamica, e gli pare di sentirsi da essa carezzare il viso: tanta è la verità della scena.

    Lasciamo che il treno si sia fermato, che i viaggiatori scendano e se ne vadano liberamente pei fatti loro, ma il tramonto del Tommasi non permette a noi di fare come i viaggiatori. Quel tramonto è troppo ben fatto, colla sua luce viva che illumina l’orizzonte lontano, dinanzi alla cui linea sta più immobile la linea dei poggi, che l’altra collega egregiamente al colore grigiastro delle nuvole che coprono ancora il cielo come quando la pioggia è cessata da poco tempo; l’idea che la pioggia è caduta di fresco, ce l’ha già data il colore della vegetazione che copre il terreno, vale a dire un verde al quanto cupo interrotto dall’argilloso della viottola, e dal pietroso della superficie del binario.

    Lasciamo ai professori di pittura il compito d’entrare tecnicamente nel disegno, nella forza e nei tuoni delle tinte, nel rigore degli accordi e delle distanze e via dicendo; noi ci contentiamo di riguardare il quadro del Tommasi come semplici spettatori, che trattenuti dalla impressione, proviamo il bisogno di riconoscere, siccome riconosciamo, l’effetto d’assieme, vogliamo riconoscere, siccome riconosciamo, il caratteristico, il tipico della scena e degli elementi che la compongono; ed è perciò che oltre gli elementi viventi, oltre il treno che si è allontanato, ci richiamiamo alla mente, scrivendo, la povera e vecchia casetta, quei due pagliai che le rimangono accanto, gli alberi che allineano il rialto del binario, quel nonnulla che è il palo dove un cartello ci presenta la parola stazione (nonnulla che nella composizione piglia pur troppo la sua importanza), i fili del telegrafo, infine ci richiamiamo alla mente il primo piano del quadro, cerchiamo di richiamarci alla mente tutto il piano secondo, e nella bellissima prospettiva non duriamo nessuna fatica a ritrovare la piena armonia fra entrambi i piani, considerando gli effetti che possiamo aspettarci dalle distanze.

    Siamo in una delle nostre campagne; anzi, riconosciamo il luogo preciso della scena che trovasi a Quinto, presso Sesto Fiorentino, e che agevolmente possiamo confrontare. Questo nuovo lavoro del Tommasi figurerà nella prossima Esposizione di Torino, ed è dalla medesima che aspettiamo il parere sull’esecuzione in cui non è dato a noi d’entrare, volendo, come abbiam detto, guardare il quadro come semplici spettatori, e non come critici.

    Non ignoreranno però, a suo tempo, i nostri lettori l’esito luminoso cui ci par destinato questo pregevolissimo lavoro». E sempre di lui, ecco quanto scrivemmo, ‘Nel regno della tavolozza’, a proposito dei quadri esposti, nel 1890: «Chi invece sa manifestarsi potente nel quadro di paese, è Adolfo Tommasi, il cui nome già noto in arte, è arra sicura di lavori eccellenti. In questa Mostra espone: “Ultimi raggi”; “L’uscita dalla Messa”; “Mezzogiorno di giugno”.

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