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Sofianopulo Cesare

( Trieste 1889 - 1968 )

Pittore

    Sofianopulo Cesare

    Nel febbraio del ’15 un appunto critico di Silvio Benco e a questo buon maestro tergestino io chiedo venia di citarlo così spesso – comparso sul «Piccolo» diceva che il Sofianopulo con una energia incisiva, con un’arte raffinata nella sua semplicità e precisione s’era presentato nettamente come un artista dominato dalla volontà; volontà che può condurlo molto innanzi se dobbiamo prendere come misura la poetica imagine della sua «Malata» dipinta con austerità di mezzi e con sentimento profondo.

    In altre opere del Sofianopulo v’hanno solide qualità ma anche ricercatezza di stilizzazione: quella stilizzazione arcaica del «moderno» che dà un carattere così particolare ad alcune pitture di giovani spagnuoli contemporanei. Comunque, anche in queste cose sue il Sofianopulo è padrone della sua tecnica: il disegno rigido e tagliente, il tono netto, i rapporti difficili sicuramente affrontati e risolti, sono pregi distintivi di questa pittura.

    In queste poche parole è rappresentata, con significazione sintetica, l’arte pittorica di Cesare Sofianopulo che, per alcune sue stranezze di vita e per alcune manifestazioni letterarie avventate con eclettismo, tra il vago stile primitivo e l’astrusa fantasia futurista, è tenuto dai suoi concittadino in conto d’un uomo… molto originale.

    Ma questo non deve affatto entrare come elemento di giudizio della sua pittura che va considerata all’infuori d’ogni qualsiasi altra manifestazione della sua vita. Egli s’è dato, con larga passione, alla pittura del ritratto: ha studiato a Monaco con Angelo Yank, poi alla scuola di composizione dello Stuck per quattro anni, dal ’10 al ’14: tra la scuola del Yank e dello Stuck, fu a Parigi allievo di Jean Paul Laurens.

    Però quello che l’iniziò nell’arte e che gli sarà sempre più caro quale maestro, è il nostro Orell. Nell’ultima Internazionale di Monaco ha esposto il suo quadro «La Malata» l’unica opera della scuola di Stuck accettata per quell’anno.

    Poi se n’è tornato a Trieste a lavorare e a vivere dei suoi sogni di bellezza ch’egli ha saputo divinamente imprigionare nel suo studio tutto pieno di ninnoli preziosi, di libri rilegati in marocchino o in pergamena, di amuleti indiani e giapponesi, di icone bizantine che sanno d’incenso e che danno all’ambiente un’aria di religioso raccoglimento.

    Cesare Sofianopulo è triestino ma d’origine greca, come lo dimostra chiaramente il suo nome e come lo dimostrano, anche, le tendenze estetico-artistiche della sua vita spirituale che lo portano ad esprimere delle concezioni pittoriche essenzialmente simboliche e decadenti, delle quali dirò, con largo sviluppo, fra poco.

    Le parole che Silvio Benco dedicava nel 1915 a Cesare Sofianopulo si riferiscono, però, più tosto alla pittura ch’io vorrei considerare come quella della sua prima maniera. Perchè, infatti, Cesare Sofianopulo, per quanto giovane, ha diviso la sua vita d’arte in due o tre periodi caratterizzati da due o tre maniere diverse a seconda delle concezioni e delle influenze spirituali cui la sua anima irrequieta e assetata di superiore bellezza – o meglio ancora di estetismo callestenico (e la parola greca s’addice qui, molto bene a un artista d’origine ellenica) si piegava di volta in volta.

    E, quindi, per poter dare una visione completa e un giudizio sereno sull’opera pittorica di Cesare Sofianopulo, è opportuno esaminarla nei vari periodi. Diciamo subito che pochi ricordano – o vogliono ricordare Cesare Sofianopulo della prima maniera. E fanno male perchè il giudizio che di lui si sono formati è dovuto, sopratutto, alle espressioni artistiche della seconda maniera che, per me, è di gran lunga inferiore alla prima.

    Cesare Sofianopulo, uscito dalla scuola di Monaco, s’era dato con passione al ritratto ed era riuscito a trattarlo con una vigorìa di pennello non comune, con una evidenza psicologica sinceramente ammirevole, tanto che Silvio Benco – ripetiamo – aveva riconosciuto in lui un artista dominato dalla volontà che sapeva affrontare e risolvere sicuramente i rapporti difficili del colore e della tonalità.

    Infatti il «Ritratto di mia madre», che è del 1909, e che ho ammirato lungamente nel suo studio, è certo una delle sue migliori cose che i facili catoncelli stercorari, i quali tanto s’affannano e si istupidiscono intorno al nome di Cesare Sofianopulo o non ricordano o non hanno, nè anche, veduto.

    Nel viso schietto e robusto della signora si concentra come un cruccio tormentoso, il cruccio che tormentava il giovane artefice; il fondo nero dà un meraviglioso risalto al colore dorato della figura, così che v’è, in tutto il quadro, un’intonazione luminosa ed una così viva espressione di forza, che fa’ pensare ai ritratti di Rembrandt. Cesare Sofianopulo, nel mostrarmi il quadro, prende uno specchio e mi fa osservare nella lastra l’occhio rispecchiato, della figura. Ha ragione.

    Leonardo diceva che guardando un quadro nello specchio si scorgono più facilmente gli errori del pittore: qui, invece, l’occhio assume una maggior vivezza e sembra che lo stesso occhio nudo e vero si muova entro la superficie levigata. Il ritratto, per Cesare Sofianopulo, deve essere il simbolo della persona, il simbolo di un’anima, potenzialmente completo: la sintesi di tutti i sentimenti, la somma di tutti i vari aspetti mutabili di un carattere specifico.

    Per ciò bisogna analizzare partitamente ogni movimento dell’anima ritratta, per fermarlo, poi, nella sua massima espressione, e per ridurlo, poi, cogli altri movimenti, nella sua giusta proporzione d’equilibrio, e poter dare, così, il maggior risalto a quello, che meglio definisce la persona.

    Quindi Cesare Sofianopulo, ritrattista, è ben lungi dal voler riprodurre la natura esterna come è, nè meno la luce ed il colore, accidentali ed episodio, perchè ciò appartiene alla fotografia, non alla poesia dei colori, ma bensì, per lui, il ritratto deve essere perfetto come un cristallo che non conosce variazioni e che è sempre uguale a sè stesso.

    E se questo egli crede e dice per il ritratto tipico ed unico, comprende, tuttavia, che si può anche, e qualche volta si deve, ritrarre una persona nelle differenti sue espressioni; però così facendo, anzichè aumentare la particolare figura, la si diminuisce come l’unità nelle frazioni, ed allora, ecco, che anche in questo modo d’espressione, il ritratto è pur sempre e non può che essere l’unità unica che ha in sè tutte le frazioni ben determinate, come nella matematica, dai numeratori e dai denominatori, i quali, pur essendo definiti, non alterano il numero.

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