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Pittore

Emanuele Cavalli


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Emanuele Cavalli

( Lucera 1904 - Roma 1981 )

Pittore

    Emanuele Cavalli

    Emanuele Cavalli nasce a Lucera, vicino Foggia nel 1904. Trasferitosi a Roma nel 1921, frequenta prima l’Istituto artistico industriale e poi la Scuola di Felice Carena agli Orti Sallustiani, dove conosce Fausto Pirandello e Giuseppe Capogrossi. In questi fondamentali anni, si avvicina ad una pittura intimista e delicatamente espressionista che muove dai motivi della recente svolta tonale di Mafai e si distacca, invece di netto, dalla solennità classicista e celebrativa di Novecento.

    Il tonalismo della Scuola Romana

    Emanuele Cavalli si concentra subito su una pittura dagli impasti morbidi e dalle atmosfere misteriche, in cui gli incastri cromatici stabiliscono rapporti ritmici ed armonici ed in cui le figure esprimono un senso di arcaismo silenzioso e raffinato.

    Nel 1926, espone per la prima volta alla Biennale di Venezia, presentandosi con tre dipinti: una Natura morta, un Autoritratto e la figura Letizia. L’anno successivo, prende parte, invece, alla mostra che dà vero e proprio inizio alle esperienze tonali dei giovani della Scuola Romana. Espone, insieme a Capogrossi e Francesco di Cocco, alla Pensione Dinesen di Roma, suscitando l’interesse della critica e procurandosi un invito ad esporre a Parigi presso il Salon Bovy nel 1928.

    Dopo questa tappa francese, in cui entra in contatto con la comunità degli Italiens de Paris, Emanuele Cavalli rientra a Roma nel 1930, continuando a gestire una pittura dalle intonazioni liriche che si inseriscono in composizioni libere da qualsiasi costrizione ufficiale e intensamente connessa all’antico.

    Il legame con l’esoterismo e il Manifesto del Primordialismo plastico

    Non è un antico ridondante, ma ragionato, pensato, rielaborato, nel caso di Cavalli, attraverso il filtro di alcune implicazioni misteriche che nascono dal viaggio in Francia. Infatti, a Parigi, si interessa alle teorie teosofiche ed esoteriche, e viene iniziato dalla Fratellanza di Miriam, una società segreta fondata da Giuliano Kremmerz, studioso di teorie ermetiche e morto proprio nel 1930 in Francia.

    In quest’ottica, si riescono a comprendere alcuni riferimenti iconografici insoliti o la scelta di un tonalismo chiaro che si sorregge su equilibri minimi ed elegantissimi. Lavorando nello stesso studio di Capogrossi, si riunisce insieme a lui e Roberto Melli per redigere il Manifesto del Primordialismo plastico, pubblicato nel 1933. In esso, esprimono l’esigenza di un accordo tra plasticismo e spiritualismo, per accedere ad una dimensione cosmica ed intima allo stesso tempo, in cui il colore non è più solo «espressione naturale» ma è governato da un ordine in cui la pittura equivale ad una sostanza spirituale e determina, sulla tela, accordi, architetture spaziali, formalismi essenziali.

    Un colorismo primigenio e un formalismo archetipico

    Con questi presupposti, continua ad esporre alle mostre più importanti. Alla Quadriennale di Roma del 1931, espone Riposo, a quella del 1935, le sue opere più significative degli anni Trenta: La sposa, La veste, Bagnante, Donna, Maternità, Paesaggio e L’amicizia. Nel frattempo, espone anche alla Galleria del Milione di Milano e alla Jacques Bonjean di Parigi e, soprattutto, alla Galleria di Roma, su invito di Pier Maria Bardi, che unisce milanesi e romani e che determina espressioni primordiali, mitiche, liriche sostenute da Cagli, Capogrossi e Cavalli stesso. Dopo il viaggio di Cagli a Pompei e Paestum, infatti, si verifica un sostanziale approdo a figurazioni ancor più misteriche e arcaizzanti, con colori sensibili alla luce e pose che non possono non derivare dalla solennità immobile e senza tempo degli affreschi pompeiani.

    Ciò ben si nota da alcune opere specifiche di Emanuele Cavalli, come Composizione, esposta alla Sindacale del Lazio del 1936, La vestizione dell’anno successivo, Allo specchio del Premio Bergamo del 1940 e Accademia del Premio Bergamo del 1941. Armonie formali e cromatiche si riscontrano nei teli aperti, nei corpi nudi, nelle stoffe chiare e nei volti assorti, ma anche nella gestione opaca della pennellata densa che permette ai contorni di vibrare non appena gli si accosta un altro tono.

    Tutto ciò determina un’essenzialità pura sia della forma che del colore, che accompagna l’autore in tutte le opere che sembrano raffigurare rituali misterici, ma anche le immagini tratte da una quotidianità silenziosa e riflessiva, come le figure femminili presentate alla Quadriennale del 1943, che giocano sull’alchimia musicale del colore. Nel 1945, Cavalli tiene un’importante personale alla Galleria Lo Zodiaco di Roma e ottiene l’incarico di insegnante di pittura all’Accademia di Belle Arti di Firenze che mantiene fino al 1949. Nel dopoguerra, si lancia in sperimentazioni astrattiste, come Cagli e Capogrossi.

    Elena Lago

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    Opere di Emanuele Cavalli


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