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Fausto Vagnetti


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Fausto Vagnetti

( Anghiari, 1876 – Roma, 1954 )

Pittore

    Fausto Vagnetti

    Per Fausto Vagnetti i primi anni ’90, ad Anghiari, passano tra sogni di socialismo purificatore e feste e miserie paesane: ma nel ’93 Fausto Vagnetti lascia il paese per andare a studiare a Roma all’Istituto di Belle Arti (qualcosa come il nostro Liceo Artistico). Ci vuole coraggio a farlo perché il Nostro non ha di che mantenersi fuori d’Anghiari: la sua decisione è fondata sulla certezza del proprio valore, su un sussidio una tantum di 100 lire votato dal Consiglio Comunale per aiutarlo negli studi e su qualche promessa di appoggio locale (di partito? Sappiamo solo che, nel ’98, egli vanta conoscenze all'”Avanti”).

    Prende alloggio a Ponte Molle (al di là del Tevere, oggi Piazzale Ponte Milvio) nella locanda di Serafino e Cesira Bianchini, anghiaresi, unico edificio “storico” (con torretta) oggi ancora visibile.
    Come mai Roma e non la vicina Firenze? Non lo sappiamo, ma è una scelta di gran momento, che determina tutta la vita successiva ed è, tra le due possibilità, la più difficile.

    L’ambiente artistico fiorentino offriva un avvenire aperto alle esperienze internazionali; quello della Capitale era invece ministeriale e ancora sotto il segno del passato pontificio (Accademia di S. Luca), più difficile da scalare partendo dalla rustica Anghiari. Averlo preferito ha comportato quindi la scelta di una carriera di impegno civile, più completa di quella aperta dalla scuola fiorentina.

    Ora ha inizio il rapporto di Fausto Vagnetti con la scuola, che è tutto diverso da quanto ci si aspetterebbe dato il pensiero politico: perché a scuola non è solo un diligente scolaro ma un vorace apprendista – in una parola un “secchione”. Non solo fa i “corsi comuni” nei tempi dovuti ma, terminati questi (’96), si iscrive ai corsi speciali di Figura, Prospettiva, Ornato, Architettura artistica (tutti nel ’97).

    E disegna, e dipinge.
    Accanto alla passione per la Scuola c’è il patimento di dover trovare da vivere. Nel ’97 Fausto Vagnetti è supplente del Corso di Disegno, Ornato e Architettura; nel ’98 consegue l’abilitazione all’insegnamento di Calligrafia; nel ’99 fa un concorso per l’insegnamento di Geometria Descrittiva e ne ricava l’idoneità all’insegnamento del Disegno. La scuola, da passiva, si fa attiva – imparare è insegnare e viceversa – e ci si può mangiare: anche se poco.

    Quindi viva la Scuola. Salendo di grado, ora, dall’Istituto all’Accademia di Belle Arti (il “Ferro di cavallo” di via Ripetta: una specie di Università dell’Arte) ove frequenta (‘901) prima la Scuola libera del Nudo, poi (‘905) quella di Pittura. Di questi anni sono i disegni e dipinti di nudo maschile e la conquista di una stabile tecnica tonale che porta a perfezione le esperienze coloristiche e luministiche fatte ad Anghiari da autodidatta: la forza di Fausto Vagnetti è nel Disegno e nell’Ornato, che è ancora Disegno (arabesco): la sua abilità gli apre le porte degli studi dei grandi architetti romani – Pio Piacentini e Gaetano Koch – e gli procura commissioni di vetrate artistiche da parte da Picchiarini, un artigiano allora molto in voga.

    Che vita faceva a Roma Fausto Vagnetti nel periodo delle sue frequentazioni accademiche cioè nel primo decennio del secolo? Quella (lo sappiamo da un articolo su di lui di Piero Scarpa) di uno studente povero che faceva brigata con amici artisti poveri come lui (Mussini, Giuseppe Graziosi, Piero Gaudenzi, Giovanni Costantini, Amleto Cataldi, Antonino Calcagnadoro, Duilio Cambellotti, Ezio Castellucci, Longo-Mancini) e viveva dando lezioni di disegno (due lire: ed è una attività che eserciterà tutta la vita) o, peggio, dipingendo tele per altri che vi apponevano la propria firma e le gabellavano per loro.

    Questa è una descrizione oleografica e convenzionale di vie de bohème. Ma non deve essergli andata tanto male se, tra il ‘905 e il ‘909, viaggia più volte a Firenze e Venezia per visitarne le Gallerie (e ci lascia una messe preziosa di osservazioni critiche); se (come apprendiamo da una nota di Taccuino di tanti anni dopo) vive, tra i venti ed i trenta anni, un “periodo di bruciante passione”.

    Una vita che, dopo il 1910, si fa meno arcigna. Fausto Vagnetti ottiene alcuni incarichi di supplenza e, nel 1912 riceve due significativi riconoscimenti; viene incaricato del corso di Prospettiva e Scenografia presso il Museo Artistico Industriale di Roma (incarico che terrà fino al 1925) e ottiene la cattedra di Figura disegnata all’Istituto di Belle Arti (sempre a Roma).

    Ormai stabile abitante romano, Fausto Vagnetti conduce il corso di Prospettiva e Scenografia presso il Museo Artistico Industriale ed è titolare della cattedra di Figura disegnata all’Istituto di Belle Arti.

    Questo è un gradino importante: il “Sistema” lo riconosce e lo accetta tra le sue leve, gli dà un posto, una (relativa) tranquillità economica, una dignità – quasi un’uniforme. Il Sistema è il coacervo di persone e istituzioni e pregiudizi e meccanismi sociali che egli ha affrontato venendo a Roma come povero ragazzo di campagna: una cosa temuta e deprecabile nella quale tuttavia bisogna vivere e navigare salvando il massimo di se stessi.

    Ora Fausto Vagnetti può dirsi inserito, è un artista riconosciuto e ricco di promesse che, se ancora ha qualche segno di bohème (vive ancora a pensione a Ponte Molle), è lanciato verso il successo. E lo dimostra con i suoi quadri. E il Sistema gli viene incontro mandandogli a studio, per lezioni private, la giovanissima figlia di un Aiutante di Campo di Sua Maestà, Rosalia Pittaluga, rossa di capelli e subito innamoratissima del maestro.

    Si sposano il 24 marzo del 1913, giorno del compleanno dello sposo, con rito civile in Campidoglio, e Fausto Vagnetti lascia la locanda di Ponte Molle per una casa in via del Macello (attuale vicolo Brunetti: si può dire che, dopo 20 anni, entra finalmente in città), a un passo dal “Ferro di Cavallo”. Il matrimonio dà il primo frutto (Luigino, morto tre giorni dopo la nascita) e, nel ’15, il secondo (Luigi, poi architetto e professore, morto nel 1980).

    Il 1915 è l’anno della dichiarazione di guerra all’Austria: Fausto Vagnetti, ormai trentanovenne, viene richiamato e serve la Patria, con i galloni di sergente, come tecnico disegnatore presso le Acciaierie di Terni. La vita militare sembra essere stata una vita di presidio non troppo impegnativa, che gli ha consentito di dipingere (abbiamo una veduta della Porta Capraia di Stroncone) e di concepire la seconda figlia Corinna (che nasce nel novembre del 1916).

    Gli anni immediatamente seguenti l’Armistizio vedono il rientro nella vita scolastica ed artistica: accanto ai soliti insegnamenti occupa il ruolo di Assistente di Disegno presso la Facoltà di Ingegneria, a S. Pietro in Vincoli – un primo approccio all’Università. Nell’ottobre del 1920, mentre sta affrescando una cappella gentilizia in uno sperduto paesino dell’Appennino umbro, viene avvicinato da Giovannoni e Manfredi (due Principi dell’architettura) che gli offrono la cattedra di Disegno di Ornato e Architettura nel costituendo Istituto Superiore di Architettura (che, nel ’28, diverrà Facoltà di Architettura). E’ l’approdo al porto dell’insegnamento universitario.

    Il 1922 è l’anno della Marcia su Roma: segno che il Sistema è cambiato. Non solo, con il cambio delle condizioni politiche, cambia il rapporto dell’Istituzione con l’individuo ma cambia anche il rapporto dell’individuo con la cultura corrente.

    Per chi vive di Istituzione e cultura in una Scuola d’Arte questo cambiamento è comunque radicale;  per Fausto Vagnetti è drammatico perché va in direzione opposta a quella che guida la sua vita e la sua arte. Lo slancio sociale – per lui motore morale – gli viene ora rimproverato come sovversivo; lo studio pittorico del vero naturale, che lui vedeva come missione dell’artista, viene negato in favore di manifestazioni artistiche contenutistiche, estrinseche a quello che lui ritiene essere il tema della Pittura.

    L’arte italiana del periodo fascista è sottoposta a premiti esterni da due direzioni. La prima (tipicamente provinciale) viene dalle esperienze estere – tedesche, francesi, ma anche americane: la frattura del cristallo verista e l’irrompere dei contenuti fanno breccia negli ambienti artistici settentrionali (Brera, Albertina) e toscani (Accademia), più tardi in quelli accademici romani  (più coriacei, aspettano le sollecitazioni politiche per cambiare): presto tutto il sistema dei valori pittorici ne viene condizionato.

    La seconda è intrinseca al Fascismo: insieme al nuovo regime viene avanti l’importanza dell’arte figurativa come mezzo di educazione e convinzione cioè come strumento di propaganda. La giovinezza ed il rinnovamento sono il credo del PNF: questo non può far sua l’arte del periodo precedente la prima guerra mondiale ma deve rinnegarla e aprirsi alle nuove esperienze del giovane secolo (l’arte fascista trova ispirazione in quei modelli che il Nazionalsocialismo bollerà come arte degenere). Lentamente ma inesorabilmente le preferenze delle commissioni giudicatrici e degli esperti ministeriali si allontanano da una pittura che trova in se stessa il proprio merito per un’altra più impegnata nei significati.

    Fausto Vagnetti sta nella trincea accademica romana e per un decennio riesce a combattere alla pari le nuove tendenze: il decennio è quello dal ’22 al ’32, la cui fine è segnata dalla prima Mostra della Rivoluzione fascista a Roma o, meglio, dalla facciata posticcia di questa – di De Renzi e Libera, sovrapposta a quella di Pio Piacentini. E’ un decennio in cui la cultura fascista è in formazione e non disdegna di attingere all’arte presente, sì che accademia e politica si intrecciano amabilmente. In questo ambiente cangiante Fausto Vagnetti, politicamente inviso ma artisticamente apprezzato, opera in relativa tranquillità.

    La sua pittura si fa più strutturata (sul modello degli antichi che egli studia con passione) e atta alle commesse ufficiali e private di ritratti e, per i paesaggi, alla luce delle Gallerie.
    I suoi quadri a cavalletto sono ora calcolate architetture dei vari piani della composizione (toni complementari, avanti-e-dietro, luci ed ombre, ordine delle pennellate) progettate con cura prima di essere eseguite: vere lezioni immobili, da porre senza vergogna accanto ai dipinti di una Galleria pubblica.

    E anche la sua figura critica emerge: nel 1928 partecipa ad un “Concorso Poletti” della Accademia di S. Luca e lo vince con un saggio sulla decadenza della pittura contemporanea (verrà pubblicato nel 1933 e passato sotto silenzio dalla critica ufficiale). Nel ’29, a 53 anni, Fausto Vagnetti lascia, con la famiglia, la vecchia casa di via del Macello per una appena costruita in via Monte Zebio, in uno dei più richiesti e solari quartieri della nuova Roma – il Delle Vittorie, ex-area dell’Esposizione Universale del 1911. Nel 1930 ha da Rosalia l’ultima nata, l’adorata Maddalena.

    Alla fine del ‘29 viene sottoposto a una brutale perquisizione domiciliare della Polizia, alla quale è segnalato come massone e sovversivo (la Massoneria era stata abolita per decreto regio nel 1925). Il clima generale si è fatto più oppressivo ma in esso Fausto Vagnetti prosegue, come può, l’attività di pittore e di docente.

    La prima soffre della fine di incarichi e commesse: egli seguita a fare ritratti e paesaggi importanti ma soprattutto quale committente di se stesso, per eventuali mostre; riprende con lena l’esecuzione di paesaggi a pastello (della campagna anghiarese), poco impegnativi e più commerciabili.

    La mancanza di commesse causa una diminuzione dei  guadagni proprio quando le esigenze familiari fanno crescere le spese: in questo tardo scorcio di esistenza la vita torna a presentarsi a Fausto Vagnetti come un continuo ed affannoso saldo di bilancio. La seconda diventa più importante per il successo (con crescente numero di iscritti) che incontra la Facoltà di Architettura, dal ’32 trasferita a Valle Giulia.

    Qui Fausto Vagnetti occupa (sino al ’49) la cattedra di Disegno dal Vero e definisce i lineamenti di questa disciplina per architetti in un modo che servirà da modello per tutte le successive facoltà italiane (Roma è stata la prima).
    Sandro Giannini

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