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Felice Carena


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Felice Carena

( Cumiana, 1879 - Venezia, 1966 )

Pittore

    Felice Carena

    Si forma presso l’Accademia Albertina di Torino seguendo i corsi di Giacomo Grosso, senza però essere troppo entusiasta dell’ambiente accademico. A vent’anni compie un viaggio a Parigi per avvicinarsi alle espressioni internazionali e rimane colpito soprattutto da François Millet.

    I primi del Novecento, sono gli anni in cui Carena si avvicina fortemente al Simbolismo: si lega ad Arturo Graf, a Enrico Thovez e soprattutto a Leonardo Bistolfi. Inizialmente, il suo linguaggio si nutre delle opere di Eugène Carrière e di Arnold Böcklin, traendo potenti suggestioni simboliche e liriche.

    L’esordio di Felice Carena risale 1899, quando a Torino espone Vecchio e L’erbivendola. Di matrice più nettamente simbolista sono Madre e Due fanciulli nella campagna del 1903 e La rivolta del 1904. Nel 1906, il trasferimento a Roma lo avvicina ancor di più a suggestioni secessioniste provenienti dal nord Europa, ma anche ad un colorismo di matrice seicentesca. Alla Biennale del 1909 espone Vittoria e I viandanti, dipinto ricco di richiami all’arte antica ma anche fortemente legato al presente, ad un simbolismo sofferente e oscuro, molto vicino al linguaggio böckliniano.

    Nella sala personale che gli viene dedicata alla Biennale di Venezia del 1912 espone ventuno opere tra cui OfeliaStudio di nudoBimba che dormeIl mortoMelagraneMarziaIl viandante e Anemoni. Le influenze simboliste sono ancora pienamente rispettate nella mostra della Secessione romana del 1913, in cui i Re magi presentati indicano una forte propensione verso un decorativismo dalle linee spezzate e dalla spiccata ed espressiva bidimensionalità. Continua sulla scia del simbolismo per tutti gli anni della prima guerra mondiale, per poi separarsene all’inizio degli anni Venti.

    È il periodo in cui Carena si rifugia nel tranquillo e fertile ambiente di Anticoli Corrado, maturando lentamente quella poetica del Ritorno all’ordine che caratterizza tutta la sua produzione matura. Dalla linea aspra e bidimensionale della Secessione l’artista approda gradualmente ad una visione classica dettata dallo studio dell’antico.

    Il suo non è un canonico richiamo ai valori del primitivismo, come avviene per Carrà, Casorati, Severini o Martini, ma è una riscoperta del valore plastico e cromatico del Cinquecento e del Seicento. Il “manifesto” di questo purismo risale alla Biennale del 1922, quando Carena presenta DeposizioneIl presepeIl porcaro e soprattutto La quiete, importante citazione di Tiziano e Giorgione, non solo a livello cromatico, ma anche a livello compositivo.

    Nel 1924 l’artista si trasferisce a Firenze, perché viene nominato professore di pittura all’Accademia, rimanendovi fino al 1945. Stringe un forte legame artistico e personale con Ardengo Soffici e con Libero Andreotti, anche lui interessato dalla riscoperta dell’antico, in ambito scultoreo.

    Il 1926 è l’anno della sua personale presso la Biennale veneziana. Vi espone cinquanta opere che riassumono i suoi sviluppi fino a quel momento: GiacintiL’angelo che sveglia i pastoriLa cena in EmmausCanestro di fruttaPaesaggio di AnticoliBagnanteNatività e Ritratto di mia moglie. Altre nature morte, ritratti e paesaggi vengono esposti alla Quadriennale romana del 1931, in cui Carena esprime tutta la sua reinterpretazione degli elementi cromatici del Seicento, ovviamente sotto la luce di una linea moderna e sincera, ereditata dalla ricerca cézanniana.

    Alla Biennale del 1932 invia Ritratto all’apertoFioriConchiglie e limoneAutoritratto con amico. Durante la guerra il suo studio di Fiesole viene bombardato ed è costretto a rifugiarsi nel convento di San marco. Nel dopoguerra, terminato il suo incarico accademico, si trasferisce a Venezia dove si lega ad Oscar Kokoschka: il suo linguaggio ritorna ad un espressionismo duro, in cui le forme si disgregano e si uniscono in tragiche visioni, anche di matrice sacra. Muore nella città lagunare nel 1966.

    Elena Lago

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