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Pittore

Francesco Sartorelli


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Francesco Sartorelli

( Cornuda 1856 - Udine 1939 )

Pittore

    Francesco Sartorelli

    Si è sempre sentito dire che la rivelazione delle vocazioni artistiche avviene all’improvviso, come coup de foudre, nella primissima fanciullezza dei predestinati.

    Ebbene: Francesco Sartorelli per oltre trent’anni ha pazientemente aspettato il coup de foudre !

    Vero è però che negli anni giovanili una certa predisposizione all’arte egli la sentiva: ma troppo vaga e indeterminata.

    Come a Mimì gli parlavano in fondo al cuore quelle cose che han nome poesia.

    Ma senza prendere forma e sostanza.

    Neppure di fiori di carta.

    Tanto che avviato dalla famiglia agli studi classici non protestò, non si ribellò come il giovinetto artista del modello romantico.

    Compì il suo bravo ginnasio ed il suo bravo liceo, si inscrisse sedicenne alla facoltà padovana di medicina.

    E soltanto dopo tre anni di Università, forse per la ripugnanza del tavolo anatomico o delle corsie d’ospedale, sentì rinascere quelle vaghe aspirazioni della verdissima fanciullezza e le invocò a crearsi un pretesto per interrompere gli studi e procurarsi un alibi presso la famiglia.

    Ma quale delle muse lo chiamava a sè invitandolo a spogliare il bianco camiciotto ?

    Dedicatosi alla musica come ho detto dianzi, con le primarie orchestre iniziò un giro di concerti con successo crescente visitando le piazze della Germania, della Francia, dell’Inghilterra.

    Ma il suo temperamento esuberante, pieno di sensibilità, gli faceva presentire di non poter continuare per tutta la vita ad essere col suo flauto, l’interprete fedele e passivo delle creazioni altrui.

    E nelle corse attraverso l’Europa, dando frequenti capatine nelle principali esposizioni d’arte, nei musei e nelle gallerie di Parigi, di Londra, di Berlino cominciò a guardare con occhi estasiati le opere dei più famosi maestri del mondo che il mondo avevano ritratto in piena libertà di estro ascoltando soltanto gli impulsi del loro genio commosso davanti agli spettacoli naturali.

    Una malattia improvvisa e crudele lo obbliga a ritirarsi nella sua Venezia interrompendo la corsa concertistica per rassegnarsi ad una cura rigorosa e poi ad una convalescenza così noiosa e lunga da permettere di maturare e risolversi alla crisi di coscienza che il Sartorelli aveva sentito sorgere nell’anima in cospetto alle opere dei grandi maestri della pittura ed alle infinite bellezze paesistiche sfilate davanti al suo sguardo ammirato nelle lunghe scorribande per l’Europa.

    Quella crisi si fece di giorno in giorno più acuta ed estenuante.

    E allora il trentenne futuro pittore ebbe l’annunzio prepotente, irresistibile della sua autentica vocazione.

    Cominciò a sgorbiare i primi disegni e le prime impressioni a colore sempre più soddisfatto di una facoltà istintiva che gli si rivelava ogni giorno più chiara.

    Il cenacolo degli artisti veneziani allora sul candeliere – Tito, Nono, Fragiacomo, Bezzi, Laurenti – accolse con fraterna espansione quel neofita poilu della pittura che faceva a trent’anni suonati le sue prime armi abbandonando l’arte dei suoni che già gli aveva procurato abbondanti allori e guadagni.

    E lo incoraggiò di consigli e di incitamenti.

    Ma la recluta salì così rapidamente di bravura e di grado da far trasecolare i capitani della pittura veneziana.

    Essi avevano vaticinato un buon avvenire di dilettante al tardo cultore della tavolozza e videro sbocciare un artista completo che superava coi risultati i vaticini più ottimisti.

    Quel neofita possedeva tutti gli elementi dell’affermazione vittoriosa.

    Oltre alle attitudini naturali, un innato senso di poesia delicatamente malanconica ed elegiaca, sottilmente comunicativa.

    L’età gli veniva affinando il temperamento già per natura equilibrato e sereno: gli studi classici e scientifici gli avevano disciplinato l’ingegno e la passione musicale gli aveva aperto l’animo alle elevazioni spirituali.

    Le osservazioni tesoreggiate nei viaggi oltre ad un robusto senso della vita gli davano la conoscenza di tutte le tecniche pittoriche più moderne.

    Era magnificamente armato alla buona battaglia che stava per ingaggiare, forte anche della superba virtù dell’autodidatta riscattato a tutte le suggestioni scolastiche ed accademici, obbediente soltanto alla voce segreta del suo istinto di pittore.

    Lo studio non superficiale dell’anatomia a Padova, sembrava predestinarlo alla pittura di figura.

    Invece l’impeto geniale della sua innata sensibilità poetica e un amore del paesaggio, religioso, panteistico, lo trassero in aperta campagna, nella libera atmosfera a colloqui inebrianti colla natura.

    La sua formazione di pittore e la decisiva affermazione sembrano confondersi nel volgere rapidissimo di un biennio.

    Il coraggioso artista che in età inconsueta si peritava a rinnovare così radicalmente la propria vita e l’indirizzo delle proprie attività, ebbe un esordio assai promettente nella memorabile I Biennale di Venezia onde vennero chiamati a convegno sulla laguna i più celebri maestri dell’arte internazionale.

    Il primissimo quadro offerto timidamente, con molta trepidanza, fra quella folla di capolavori al giudizio del pubblico, si intitolava Giornata triste e nell’intonazione morbidamente soave e melanconica, nella composizione semplice e suggestiva recava già i segni caratteristici dell’arte di Francesco Sartorelli con un trasporto lirico di emotività comunicativa e penetrante.

    Le lodi e gli incoraggiamenti non mancarono all’esordiente e quel suo primo tentativo ebbe anche la ventura di valicare l’oceano per andare a rappresentare l’arte italiana nel Museo di Brooklyn.

    Naturalmente quella insperata primissima clamorosa vittoria diede le ali dell’entusiasmo all’alacrità del pittore.

    Un anno dopo la Mostra di Torino del 1896 accoglieva un’altra opera gagliarda del Sartorelli, le Prealpi Venete ora nel Palazzo Reale di quella città, dopo aver suscitato fervidi consensi del pubblico e appassionate discussioni della critica.

    L’ormai raggiunta personalità artistica del Sartorelli ebbe conferma alla Biennale Veneziana del 1897 con la Visione del Lago discussa per la sua ardita novità e accolta con universale simpatia di plauso.

    Ma il neofita non si addormenta su questi primi allori e vuole camminare sempre più spedito e diritto verso la perfezione della propria arte.

    A Venezia la malignità di qualche compagno d’arte, offesa dalla pienezza di quel successo inaspettato, tenta di diminuirlo con le insidie del sottovoce demolitore.

    Il Sartorelli non si scoraggia, non si irrita: lavora con fede raddoppiata, si condanna all’isolamento completo nello studio e nella campagna aperta dove interroga l’austera bellezza del vero.

    E risponde alla sibilante cattiveria dei gelosi con un nuovo successo trionfale.

    La Mostra di Brera del 1900 lo conforta e lo compensa d’ogni ostilità fraterna, coronando la sua abnegazione e la sua tenacia nella lotta imperterrita.

    Erano in palio quell’anno a Brera – poiché nelle precedenti esposizioni non si erano trovate opere che li meritassero – ben tre Premi Principe Umberto: i classici premi milanesi tanto ambiti da tutti gli artisti nostri poiché costituiscono nel mondo dell’arte un crisma definitivo, una consacrazione solenne, una laurea non più discussa nè discutibile.

    Uno di quei premi fu assegnato all’Interno di un casolare a Gignese a confortare la lenta straziante agonia di Mosè Bianchi che si spegneva lentamente alla vita nella casetta in faccia al Parco della materna Monza, astro luminoso e ormai tramontato purtroppo nel cielo dell’arte lombarda; un’altro Principe Umberto rimeritò la delicata eccellenza del Vespero di Francesco Sartorelli, il pittore veneto che ancora pochissimi anni avanti dilettava col suo flauto i teatri tedeschi ed inglesi.

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