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Pittore

Galileo Chini


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Galileo Chini

( Firenze 1873 - 1956 )

Pittore

    Galileo Chini

    Galileo Chini, rimasto orfano molto giovane, si lega alla figura dello zio che lo accoglie come apprendista nella sua bottega di decorazione e restauro di dipinti e affreschi. Portato per la pittura e la modellazione, ben presto si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Firenze dove si forma sotto la guida di Augusto Burchi e diventa amico di Giulio Bargellini e Adolfo De Carolis e soprattutto di Plinio Nomellini, che lo introduce alla tecnica divisionista.

    In questo modo, il Simbolismo comincia a farsi strada nelle prime composizioni di Chini, che risentono molto anche dell’arte rinascimentale con cui è costantemente in contatto a Firenze. Le prime prove decorative partono al fianco del maestro Burchi, ma piano piano l’artista inizia a fare esperienza nel campo dell’illustrazione e della grafica, lavorando per la rivista “Fiammetta” e sperimentando la tecnica litografica.

    Diviene ben presto il principale interprete italiano dell’Art Nouveau, soprattutto per quanto riguarda le arti applicate. Tra linguaggio preraffaellita e liberty, inizia a svolgere l’attività di decoratore e ceramista. Essendo tra i rifiutati della Festa dell’Arte e dei Fiori di Firenze del 1896, espone a Palazzo Corsini in una mostra alternativa e poco tempo dopo fonda il laboratorio “Arte della Ceramica”. Sul modello dell’inglese “Arts and Crafts” di William Morris, Galileo Chini avvia la sua manifattura di ceramiche e vetrate dipinte, diffondendo il linguaggio liberty in Italia.

    Nel 1888 partecipa all’Esposizione d’Arte Decorativa di Torino, dove vince la medaglia d’oro, mentre all’Esposizione Universale di Parigi del 1900 ottiene il grand prix. Al 1901 risale la sua prima partecipazione alla Biennale di Venezia, con un dipinto di ascendenza divisionista, mentre nel 1903 presenta Un tramonto La Sfinge, maioliche decorate. Risalgono alla Biennale del 1907 Il battistaIl giocoIcaro allestite all’interno della Sala del Sogno realizzata in collaborazione con Nomellini. Ma il vero successo alla Biennale giunge nel 1909, quando si dedica alla decorazione delle vele della cupola del Padiglione Centrale.

    L’argomento del ciclo è L’Arte attraverso i tempi, in una dimensione allegorica e neorinascimentale che attira lo sguardo della critica e dei collezionisti. In particolare, rimane affascinato dalle decorazioni di Chini Chulalongkorn Rama V, il re del Siam che ben presto lo invita a decorare il suo Palazzo del Trono a Bangkok. Galileo Chini si occupa delle pitture murali del Phra Thi Nang seguendo un programma iconografico volto a celebrare la storia della Thailandia, da cui emergono affreschi quali L’incoronazione del nuovo sovrano Rama IV.

    L’esperienza in Siam è fondamentale per l’artista: ottiene un successo sempre crescente, ma soprattutto si arricchisce di motivi e suggestioni nuove di carattere squisitamente esotico. Non è un caso che alla Biennale del 1914, al suo rientro in Italia, presenterà impressioni orientali quali La bisca del Gran Cinese a BangkokL’ora nostalgica sul Nen-namMe Su l’attriceLa Casa di GothamoL’idolo e La festa dell’ultimo giorno dell’anno cinese a Bankgok, dipinto già esposto nel 1913 alla Secessione romana. Inoltre nella stessa Biennale si occuperà dei pannelli della sala dedicata a Ivan Mestrovic con le allegorie della Primavera.

    L’esperienza orientale permane per molto tempo come tratto distintivo del decorativismo liberty di Chini che, negli anni Venti e Trenta decora numerose ville e palazzi, come le Terme Berzieri a Salsomaggiore o il Villino Flora a Viareggio. Con un gusto simbolista, a metà tra neorinascimentalismo e decorazione floreale, realizza i pannelli decorativi con le diverse rappresentazioni della Glorificazione della Vittoria, tra cui La Glorificazione dell’AviatoreLa glorificazione del Nocchiero e quella del Fante per la Biennale del 1920. Vi espone poi il drammatico dipinto Il Calvario che segna l’inizio della fase più cupa ed espressionista del linguaggio chiniano.

    Tra esecuzioni di maioliche, dipinti, opere grafiche e affreschi si succedono gli anni Venti tra memorie thailandesi e dipinti di forte matrice Liberty. Tra di essi, Medusa, tondo dall’energica impronta michelangiolesca carico di spunti drammatici.

    Nature morte e paesaggi veristi e divisionisti si alternano negli anni Trenta e Quaranta, quando l’artista comincia ad avere problemi alla vista che lo porteranno alla quasi completa cecità. Gli anni Cinquanta sono quelli di un definitivo Espressionismo nordico, in cui i colori si incupiscono e i temi si fanno drammatici. Ne sono testimonianza dipinti come L’ultimo amplesso del 1953 o Follia macabra del 1954. Muore a Firenze, ormai cieco, nel 1956.

    Elena Lago

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